Il Ribelle (titolo originale Starred Up) è uno di quei film che colpiscono allo stomaco non solo per la brutalità delle immagini, ma per la tensione emotiva costante che riesce a trasmettere. Ambientato tra le mura di un carcere britannico ad alta sicurezza, il film racconta il passaggio di Eric, un giovane ultra-violento, dal riformatorio alla prigione per adulti, dove ritrova il padre, Neville, detenuto da lungo tempo. Nonostante io non sia un amante dei film che fanno della guerra o dello scontro fisico il loro unico motore (mi piacciono violenti, ma non quando questa componente è fine a se stessa), in questo caso ho trovato una profondità rara, merito soprattutto di un rapporto padre-figlio che costituisce il vero cuore pulsante dell’opera. È un legame viscerale, distorto, che dà un senso fortissimo a ogni inquadratura: vedere questi due uomini cercare di comunicare in un ambiente che nega ogni forma di affetto è un’esperienza potente e, a tratti, commovente nella sua tragicità.
Ciò che rende il film estremamente autentico è la gestione della violenza. Spesso i protagonisti agiscono spinti da una rabbia cieca e da problemi di controllo che li portano a compiere scelte che, viste dall'esterno, appaiono stupide o autolesioniste. Eppure, nel contesto claustrofobico e spietato della prigione, questa impulsività risulta terribilmente realistica. Non c’è gloria nel loro modo di combattere, ma solo il riflesso di un’esistenza passata a difendersi da tutto e tutti. Il regista David Mackenzie evita abilmente i cliché del genere "prison movie" per concentrarsi su una sorta di studio antropologico: la prigione diventa un ecosistema dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di soffocare o esplodere, e dove il supporto psicologico cerca faticosamente di farsi strada tra l'indifferenza delle istituzioni e la ferocia dei detenuti.
L'interpretazione di Jack O'Connell (mi ha riportato ai tempi di Skins), nei panni di Eric, è magnetica e trasmette perfettamente quel senso di pericolo costante tipico di chi non ha più nulla da perdere, mentre Ben Mendelsohn, nel ruolo del padre, offre una prova magistrale fatta di sguardi e silenzi carichi di rimpianto. È un film che non fa sconti e che mostra come la violenza sia spesso l'unico linguaggio conosciuto da chi è cresciuto senza una guida, ma suggerisce anche che, perfino nell'oscurità più profonda di una cella, il bisogno di un riconoscimento paterno e di un'identità rimane l'ultima ancora di salvezza. È un’opera cruda, vera, che mi ha lasciato addosso un senso di riflessione profonda sulla natura della rabbia e sulla possibilità, sempre così fragile, di spezzare il cerchio dell'odio




