mercoledì 18 febbraio 2026

The Night Manager [Stagione 2]

 
Anno: 2026
Titolo originale: The Night Manager
Numero episodi: 6
Stagione: 2
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 Dopo il lungo silenzio che separa le due stagioni (non per me che le ho viste una dietro l'altra), The Night Manager torna a muoversi nel suo mondo di intrighi internazionali e ambiguità morali, ma lo fa con un passo diverso rispetto all’eleganza controllata che aveva reso memorabile il primo capitolo. Se allora il fascino risiedeva nella tensione raffinata e nella credibilità delle dinamiche di spionaggio, questa seconda stagione prova ad alzare la posta e finisce, almeno in parte, per tirare troppo la corda.
La sensazione ricorrente è quella di una trama più costruita che naturale: segreti impronunciabili captati per caso, conversazioni compromettenti pronunciate con sorprendente leggerezza in luoghi pubblici, tradimenti repentini e cambi di schieramento che arrivano quasi senza preparazione. Lo spionaggio diventa spettacolo più che strategia, privilegiando il colpo di scena alla sottigliezza, e quando la narrazione accelera lo fa spesso sacrificando verosimiglianza e profondità psicologica.
Questo non significa che la stagione sia priva di qualità. L’atmosfera resta cupa, disillusa e coerente con un mondo geopolitico sempre più opaco; gli interpreti mantengono un livello altissimo e il conflitto morale del protagonista continua a sostenere il peso emotivo del racconto. Tuttavia, rispetto alla maggiore precisione  della prima stagione, qui tutto appare più enfatico e meno credibile. Un qualcosa che stavolta non possiamo mettere da parte.
Poi arriva il finale: ed è qui che la stagione si riscatta davvero. Gli ultimi sviluppi ribaltano equilibri, trasformano apparenti vittorie in sconfitte e lasciano il protagonista isolato dentro un sistema più grande di lui. Non è un epilogo consolatorio: è un colpo secco che amplifica tensione e oscurità morale, lasciando lo spettatore sospeso in un’inquietudine che funziona molto meglio di molti passaggi precedenti.
Così abbiamo una seconda stagione meno elegante e più artificiosa della prima, a tratti forzata nelle dinamiche di spionaggio, ma salvata da un epilogo potente che riaccende curiosità e inquietudine. Se il primo capitolo conquistava con intelligenza e classe, questo resiste grazie all’impatto emotivo finale e, nonostante tutto, lascia addosso la voglia di scoprire dove porteranno le conseguenze di quell’ultimo, decisivo colpo di scena.

martedì 17 febbraio 2026

Galatasaray 5 - Juventus 2

 
Partita difficile, ma alla nostra portata, in Turchia per i sedicesimi di Champions League. Non iniziamo in maniera brillante, perché anche il Galatasaray vuole attaccare, ma cerchiamo il controllo della partita ad un ritmo che sembra troppo veloce per le nostre qualità. I padroni di casa al primo nostro errore passano il vantaggio, ma immediatamente spegniamo i boati del pubblico grazie al pareggio di Koop. Sì, proprio lui. La Juve non gioca male, ma i turchi sembrano avere qualcosa in più a centrocampo. Noi in più però abbiamo proprio quello lì. Eh si, ci porta addirittura in vantaggio dopo zero gol e zero assist in 32 partite... La ripresa inizia con un nuovo film dell'orrore diretto da Cabal con la complicità del portiere sedia e siamo raggiunti sul 2 a 2. Il Galatasaray risulta comunque più effervescente e meno addormentato rispetto a noi. Tanto più che arriva il vantaggio degli avversari sempre per colpa di Cabal (che dopo alcuni minuti ci lascerà pure in dieci) , senza che la Juve riesca a concretizzare le proprie azioni offensive. Da qui in poi il buio con un secondo tempo da incubo. Il ritorno sarà una pura formalità. 

Nirvana - In Utero


 
Artista: Nirvana
Anno: 1993
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon

In Utero è l’ultimo capitolo di una storia troppo breve. Ogni volta che lo ascolto non riesco a separare la musica da quello che sarebbe successo poco dopo, e questo inevitabilmente cambia tutto. I Nirvana sono durati troppo poco, e anche se li avevo sempre percepiti come antagonisti dei “miei” Guns, col tempo ho capito quanto fosse sterile quella contrapposizione. Erano due mondi diversi, ma entrambi necessari.

Se Nevermind aveva portato il grunge nelle case di tutti con un suono più levigato, In Utero sembra quasi una risposta brusca a quel successo. È più ruvido, più sporco, più diretto. Non cerca di piacere, non cerca compromessi. È un disco che graffia, che a tratti mette a disagio, che sembra voler sabotare l’idea stessa di mainstream che la band aveva involontariamente alimentato.

Canzoni come Rape Me sono diventate iconiche, ma il vero fascino dell’album sta nella sua coerenza emotiva. C’è un senso di tensione costante, di nervi scoperti, di fragilità esposta senza filtri. Kurt Cobain qui non si nasconde dietro melodie rassicuranti: anche quando scrive qualcosa di più dolce, come All Apologies, resta un fondo di inquietudine che non ti lascia mai completamente tranquillo.

Musicalmente è un album meno immediato, ma forse più sincero. La produzione è volutamente meno patinata, la batteria è secca, le chitarre abrasive, il basso presente ma mai invadente. È un disco che suona vivo, quasi crudo, come se fosse stato inciso per necessità più che per strategia.

Oggi mi rendo conto che album come In Utero mancano terribilmente nel panorama musicale. Non perché non esistano band valide, ma perché è raro trovare dischi così coraggiosi, così poco interessati a risultare accomodanti. È un lavoro che non ti prende per mano: ti lascia lì, davanti alle sue crepe.

Forse è anche per questo che avrei voluto che i Nirvana durassero di più. Non per nostalgia, ma per capire dove sarebbero andati dopo un disco così. In Utero resta un finale potente e incompleto allo stesso tempo. Un album che chiude una carriera troppo breve, ma che continua a suonare necessario, ancora oggi.

domenica 15 febbraio 2026

Da Prata al Romitorio

 
La giornata di ieri ci ha visti impegnati nella degustazione alla Birreria Opicio delle Saline (BOS), in un aperitivo da 19 Rosso a Casale Marittimo nell'ottima cena da Io Cucino a Bibbona. Così era naturale che oggi dovessimo smaltirla. Da Prata partono numerosi sentieri, ma uno dei più suggestivi e quello che porta al Romitorio. Posto incantevole e panoramico che già avevo raggiunto prima da San Vincenzo e poi da Sassetta. Oltre alla bellezza di raggiungerlo nuovamente in una giornata soleggiata come oggi, c'è la tranquillità ed il benessere in crescita di arrivarci con Zizzi. che ne aumenta dismisura il valore. Quindici chilometri tra andata e ritorno e non li abbiamo neanche sentiti, tanto che abbiamo poi rimesso a nuovo ed a lucido home 2.0...
 
Album fotografico  Da Prata al Romitorio

Visite alle Saline di Volterra

 
Ho sempre avuto un debole per vedere e conoscere realtà produttive o artigianali e capire il loro funzionamento e quando si è presentata la possibilità ho sempre cercato di approfittarne. Ci sono poi luoghi industriali che raccontano il territorio quanto i monumenti o i musei. Le Saline di Volterra sono uno di questi. E ammetto senza vergogna che visitare realtà produttive, specie se del nostro territorio mi entusiasma sempre: vedere come nascono le cose, capire i processi, annusare l’aria di lavoro vero. Qui il sale non arriva dal mare, ma da profondità sotterranee. Già in epoca etrusca e poi romana si conoscevano le zone salmastre del sottosuolo volterrano, ma è tra Ottocento e Novecento che la produzione assume una dimensione industriale. Il sistema moderno nasce grazie alla perforazione dei pozzi che intercettano salamoie naturali: un patrimonio geologico unico. Dopo oltre un secolo di Monopolio di Stato oggi la produzione è gestita dal gruppo Locatelli Saline di Volterra, che ha trasformato l’impianto in uno dei poli più importanti d’Europa per il sale ad altissima purezza. Il processo è affascinante nella sua apparente semplicità:
  • Pompano acqua calda nel sottosuolo 
  • l’acqua salata viene estratta da profondità di centinaia di metri;
  • viene purificata;
  • evaporata in grandi cristallizzatori sotto vuoto;
  • si ottiene cloruro di sodio purissimo (fino al 99,99%).
Questo livello di purezza rende il sale adatto non solo all’alimentazione, ma anche a settori farmaceutici, chimici e industriali. Ci fanno essenzialmente le pasticche per gli addolcitori. Però, qui hanno avuto molte buone idee per sfruttare il sale in diverse forme commerciali. La sorpresa più gustosa arriva quando si scopre che qui il sale non è solo materia prima industriale. È identità, ingrediente, sperimentazione.
All’interno dell’opificio abbiamo fatto una degustazione del Birrificio BOS, dove il sale delle saline entra in alcune produzioni artigianali creando profili aromatici inaspettati: sapidità misurata, finale minerale, carattere territoriale.
Non solo birra: il sale viene utilizzato anche per prodotti gastronomici sviluppati ad hoc (miele, cioccolato, specialità gourmet) in un’ottica che unisce tradizione e innovazione. Visitare le saline significa vedere come una risorsa naturale diventa cultura produttiva, economia locale e sperimentazione contemporanea.
E sì, queste cose mi gasano parecchio.
Perché dietro ogni granello di sale c’è una storia lunga migliaia di anni, tecnologia avanzata e una visione capace di trasformare un elemento primordiale in qualcosa di vivo, attuale e sorprendentemente creativo.

Album fotografico Saline di Volterra 

sabato 14 febbraio 2026

Pink Floyd - Atom Heart Mother

 A cow in a field, with its back in the view. The head of the cow is seen facing towards the camera.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1970
Tracce: 5
Formato: vinile
Acquista su Amazon (vinile o CD
 
Sono decine gli album storici o addirittura i gruppi musicali di cui non ho ancora scritto neanche due righe. Mi dico che è arrivato il momento, e ci provo, sebbene non sia il loro album più rappresentativo, ma che posseggo nel formato da "intenditori".

Atom Heart Mother è uno di quei vinili che ho guardato (soprattutto), toccato e ascoltato (in tempi remoti) più volte con rispetto, pur non venerando i Pink Floyd come una divinità. È un disco che appartiene a un’altra epoca della band, una fase in cui stava ancora cercando se stessa e provando strade che non sempre tornano facili o immediate per l’ascoltatore. Si tratta del disco con la mucca in copertina, senza nome del gruppo o titolo. Abbastanza famosa ed iconica come immagine.

Qui i Floyd si lanciano in qualcosa di ambizioso e strano: la suite che dà il titolo all’album prende tutta la prima facciata del vinile ed è lunga quasi ventiquattro minuti, con orchestra e coro che si intrecciano a un rock psichedelico che respira, sospira, esplode e si ritrae. Non è il loro percorso più “pulito” o più vicino alla perfezione, ma ha uno spirito di sperimentazione che lo mette in una categoria a parte, meno canonica e cerca di spingersi oltre i confini del suono. 

Da quella parte spigolosa e lunghissima, escono passaggi di grande suggestione e altri che suonano decisamente meno immediati. È un rischio che la band ha corso: un pezzo così lungo, così libero da strutture tradizionali, ti chiede attenzione e tempo, e non tutti vogliono concedergliene tanto. La storia della suite è famosa proprio per questo — nacque lenta, si allargò con l’orchestra e il coro, e per qualcuno resta un esperimento curioso più che una sinfonia rock memorabile. 

Il lato B, invece, è un piccolo caleidoscopio di momenti diversi: c’è la delicatezza di If, l’ironia serena di Summer ’68 e la delicatezza acustica di Fat Old Sun, fino alla divertente e quasi surreale Alan’s Psychedelic Breakfast, che sembra più un collage sonoro che una canzone. Tutto questo lato è più “comprensibile” per chi ama il Pink Floyd e vuole un equilibrio tra rock e psichedelia, e si lascia ascoltare con piacere senza troppe resistenze.

Amo questo vinile per quello che rappresenta: non il capolavoro assoluto, non il disco con le canzoni più belle, ma un punto di passaggio. Un lavoro in cui i Pink Floyd mostrano lati curiosi del loro ambito creativo e una sincera voglia di esplorare senza la bussola della forma canzone tipica. Alcuni lo trovano confuso, altri distante, e anche gli stessi membri della band in seguito lo hanno definito un esperimento non del tutto riuscito — e forse proprio per questo mi affascina. 

Atom Heart Mother resta un disco che non ascolto da secoli ma che possiedo con una certa venerazione non reverenziale. Non lo metto sul piedistallo, ma ne riconosco l’audacia, la sua stranezza e quel suo equilibrio tra orchestra, improvvisazione e rock. Un album che va vissuto al di là delle aspettative e delle etichette, e che ti ricorda che i Pink Floyd non sono mai stati la band più facile da cantare a memoria — e forse è proprio per questo che vale la pena tenerlo nel giradischi.