sabato 7 marzo 2026

Juventus 4 - Pisa 0

 
Eh eh eh, dopo aver visto la partita del figlio di Volpe (che ha 14 anni) riesco anche a spostare l'attenzione sulla partita della Juventus. Ed il primo tempo ha la stessa qualità di quella vista nel pomeriggio. Poi Spalletti fa la magia: toglie la nostra unica punta, tale David, e tutto cambia. I gol arrivano a raffica. Un bel poker alla nuova squadre di Quadrado.

Firenze e Henri de Toulouse-Lautrec

 
Stessa stagione (fa un caldo boia) , stessa regione (qui va proprio di moda ) , stesso periodo storico: anche al Museo degli Innocenti di Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata, la Belle Époque è protagonista. La mostra si intitola Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque, e se vi interessa è aperta fino a giugno. 

Henri de Toulouse-Lautrec  è una figura diversa da Boldini, per biografia e per poetica. Nobile di famiglia, colpito da una malattia genetica che ne compromise la crescita e lo lasciò con un'altezza di poco più di un metro e mezzo (quindi mi sta decisamente simpatico) , trovò il suo mondo nella Parigi notturna di Montmartre: il Moulin Rouge, i café-concert, le ballerine, le prostitute, i chansonnier. Non li dipingeva dall'esterno, con l'occhio del voyeur affascinato, ma dall'interno, da frequentatore abituale. È quella differenza che si sente nel suo lavoro: c'è ironia, c'è affetto, c'è anche uno sguardo sul lato oscuro di quel mondo scintillante. La sua innovazione più riconoscibile sono i manifesti litografici come Jane Avril, Aristide Bruant nel suo cabaret, la Troupe de Mademoiselle Églantine, opere che hanno di fatto inventato la grafica pubblicitaria moderna e che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, sono immediatamente riconoscibili.

La mostra raccoglie oltre 170 opere, tra manifesti, litografie, dipinti e disegni, in parte provenienti dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi e in parte da una collezione privata di Amburgo. L'allestimento punta sull'immersività: arredi d'epoca, fotografie, video e costumi ricostruiscono l'atmosfera dei locali notturni parigini di fine Ottocento. Ci sono anche opere di artisti coevi tipo Alphonse Mucha, Paul Berthon che aiutano a inquadrare Lautrec in un contesto più ampio, quello di una Parigi in cui l'arte stava letteralmente invadendo la strada.

Come già a Lucca con Boldini, anche qui la Belle Époque non è il mio pane quotidiano. Ma Toulouse-Lautrec ha qualcosa in più rispetto alla media del periodo: quella capacità di guardare ai margini senza estetizzarli troppo, di trovare umanità dove altri avrebbero trovato solo decorazione. Vale la visita  e non solo per togliersi lo sfizio, come la schiacciatina dell'Antico Vinaio, che per la prima volta nella mia vita son riuscito ad assaggiare.

venerdì 6 marzo 2026

Lucca e Giovanni Boldini

 
Weekend lungo per il vecchio Jack, che a cavallo di Ondino arriva alla stazione e trova il mitico Ludo. Condivido in treno con lui tutto il viaggio fino a Lucca e ci aggiorniamo avvicendevolmente sugli ultimi risvolti piombinesi e dei piombinesi. Arrivato in città faccio un giro e poi mi dirigo subito verso la mostra, meta della mia missione artistica. 

Giovanni Boldini è uno di quegli artisti che in Toscana non si può ignorare,l. Ferrarese di nascita, si forma a Firenze a contatto con i Macchiaioli, quella corrente di pittori italiani che a metà Ottocento rompeva con l'accademismo dipingendo en plein air, per macchie di colore e luce e poi se ne va a Parigi, dove diventa il ritrattista più ricercato della Belle Époque. Il suo nome è quasi sinonimo di quell'epoca: frivola, elegante, scintillante e, come tutte le epoche del genere, inconsapevole di quanto poco le restasse.

La mostra alla Cavallerizza di Piazzale Verdi,  si intitola La seduzione della pittura e raccoglie oltre cento opere tra olii su tela e pastelli, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il paese, comprese le Gallerie degli Uffizi e il Museo Boldini di Ferrara. Il percorso è diviso in sezioni che seguono l'evoluzione dell'artista: dai primi anni fiorentini, ancora vicini ai Macchiaioli, fino alla stagione parigina in cui Boldini abbandona definitivamente gli schemi della ritrattistica ufficiale e inventa qualcosa di nuovo: figure femminili in posizioni serpentine, pennellate lunghe e veloci che sembrano sciabolate, corpi che sembrano muoversi ancora sulla tela. È riconoscibile a colpo d'occhio, nel bene e nel male.

In mostra ci sono anche opere di contemporanei con cui Boldini condivise frequentazioni e affinità: De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Signorini. Nomi che per chi non vive nel mondo dell'arte ottocentesca italiana possono dire poco, ma che servono a inquadrare una stagione pittorica più ampia, in cui l'Italia cercava un suo posto nella modernità europea. Boldini quel posto se lo trovò, a modo suo, diventando il pittore preferito dell'alta borghesia e dell'aristocrazia internazionale. Che poi sia un merito o un limite, dipende dai punti di vista.

Personalmente la Belle Époque non è il mio periodo preferito, ma in Toscana le mostre su questo periodo si moltiplicano da qualche tempo, segno che il pubblico risponde bene. Quindi o queste o Pomì.

La giornata lucchese si conclude con un altro mitico incontro: mi vedo con Musampa che mi porta un po' a giro per la città prima di rimontare in treno e proseguire la mia avventura verso Montelupo.

Album fotografico Lucca e Giovanni Boldini 

giovedì 5 marzo 2026

Tullio Avoledo - Mare Di Bering

 Mare di Bering
Autore: Tullio Avoledo
Anno: 2003
Titolo originale: Mare Di Bering
Pagine: 398
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
 Un magnate del Nord-Est vuole a tutti i costi procurare una laurea ad honorem alla giovane amante. Si rivolge a Mika, il protagonista, che di professione procura tesi preconfezionate a studenti inguaiati. Il ragazzo non sa che pesci pigliare e alla fine incarica due malavitosi, suoi vicini di casa, di minacciare Aurelio Scarfatti, giovane professore di diritto alle università di Bologna e di Urbino, affinché faccia ottenere all'illustre raccomandata la laurea ad honorem. Ma Mika non sa che quei due stessi malavitosi hanno ricevuto l'incarico di farlo fuori, o almeno punirlo severamente, da uno studente insoddisfatto della tesi acquistata. Né i due malavitosi sanno che la persona per cui lavorano è la stessa che devono punire.
 
Commento personale e recensione:
 
Trovare una copia di Mare di Bering non è stato semplice. Non c'era in digitale, non si trovava in libreria, e alla fine ho ripiegato su una copia usata. Una piccola caccia, che già di per sé dice qualcosa su quanto Avoledo fatichi a restare accessibile nonostante la qualità della sua scrittura.

Il romanzo è il secondo della sua produzione, uscito nel 2003 dopo L'elenco telefonico di Atlantide, e pur non ritrovando  Giulio Rovedo, il protagonista già conosciuto nel primo libro. abbiamo un personaggio quasi simile, con la sua antipatia di fondo, quella capacità di filtrare il mondo con un cinismo tagliente che non cerca la simpatia del lettore e non la ottiene, almeno da parte mia. Eppure funziona, perché è coerente, e Avoledo lo sa usare bene come lente narrativa.

La prolissità che avevo già notato nell'esordio è ancora qui, con tutte le digressioni e le dilatazioni che la caratterizzano, nel bene e nel male. È uno stile che richiede pazienza ma che quando ingrana ha una sua logica, un suo ritmo. Il problema, semmai, sta altrove: il romanzo ha una struttura ucronica, ovvero ambientata in una linea temporale leggermente alterata rispetto alla nostra. E qui mi sono fatto una domanda che non sono riuscito a togliermi dalla testa: perché? Perché la scelta ucroníca? Le modifiche rispetto alla realtà sono poche, inserite quasi di passaggio nei dialoghi tra personaggi, accennate più che costruite, e non cambiano nulla di sostanziale alla storia. Sarebbe cambiato qualcosa se il romanzo fosse stato ambientato nella nostra linea temporale? Probabilmente no. L'ucronia, che di solito serve a spostare il piano della realtà per dire qualcosa di diverso su di essa, qui sembra più un vezzo che una scelta narrativa consapevole. Un'etichetta appesa su una storia che avrebbe funzionato benissimo senza.

Detto questo, come già con Come si uccide un gentiluomo, la lettura non è stata male. C'è tanta carne al fuoco, forse troppa, ma Avoledo sa come tenerti dentro la storia anche quando ti fa girare in tondo. E alla fine vai avanti, quasi senza accorgertene.

mercoledì 4 marzo 2026

Korn - Life Is Peachy

 

Artista: Korn
Anno: 1996
Tracce: 14
Formato: CD 
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Life Is Peachy arriva dopo che il primo album mi aveva già fatto capire che i Korn erano qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo. Non amavo il nu metal, non lo amavo in modo attivo (lo guardavo con il distacco di chi viene da altri ascolti e fatica a prendere sul serio certe pose) . Eppure con quel disco omonimo avevano già fatto breccia, e quando mi sono messo ad ascoltare la loro discografia in sequenza, Life Is Peachy è arrivato come logica conseguenza, quasi senza che me ne accorgessi.

È un disco più corto, più nervoso, meno rifinito del precedente. Meno elaborato anche. Dove il primo album costruiva atmosfere, qui si va dritti al punto con una cattiveria che sembra quasi improvvisata, istintiva. Davis urla, borbotta, recita, a tratti sembra stia parlando da solo in una stanza. C'è qualcosa di volutamente sgradevole in tutto questo, e il bello è che funziona proprio perché non cerca di piacere. Non a caso il titolo è un'invenzione ironica di Fieldy, il bassista: un commento beffardo su un periodo di caos totale per la band.

Anche i dettagli più piccoli raccontano questa urgenza disordinata. Twist, la traccia di apertura con quello scat vocale apparentemente senza senso, è nata improvvisata in sala prove: Davis faceva beatbox ispirandosi a Doug E. Fresh, e nessuno si aspettava che finisse come intro del disco. È il tipo di cosa che o butti via o lasci così com'è, e loro l'hanno lasciata. Anni dopo Davis ha inserito Life Is Peachy all'ottavo posto nella sua classifica personale della discografia Korn — troppo frettoloso, diceva. Probabilmente ha ragione, ma quella fretta è anche ciò che lo rende riconoscibile.

Non è il disco dei Korn che consiglierei per primo a qualcuno. Non è nemmeno il più memorabile della loro produzione. Ma divorarlo, come ho fatto, è venuto naturale, perché a quel punto il legame era già stabilito, con la band, con quella voce, con quel modo di fare rumore. Life Is Peachy è il disco che i Korn si sono concessi di fare senza troppo pensarci, e forse è anche per questo che ha una sua coerenza istintiva che i dischi più costruiti a volte non hanno.

Pink Floyd - Meddle

 The lower half of a right ear underwater.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1971
Tracce: 6
Formato: CD
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I Pink Floyd sono uno di quei nomi che tutti dicono di conoscere. Tutti hanno canticchiato almeno una volta Another Brick in the Wall, tutti credono di sapere cosa sia The Wall, e quasi tutti associano la band a un paio di dischi monumentali degli anni Settanta. Poi però esiste Meddle, e lì le certezze iniziano a vacillare. Perché molti conoscono One of These Days o Echoes, ma pochi hanno davvero attraversato tutto l’album. Io mi inserisco tra quelli che conoscono marginalmente i Pink Floyd, ma ho cercato di seguirne il percorso e così mi si è aperto un mondo. 

Pubblicato nel 1971 e registrato in momenti diversi, tra studi e soluzioni tecniche differenti, Meddle è un disco che vive proprio di questa varietà. Non è ancora il Pink Floyd levigato e concettuale di The Dark Side of the Moon, ma non è più nemmeno la pura psichedelia degli esordi (che io scoprirò in seguito, con meno passione). È un punto di equilibrio, una terra di mezzo dove la band sperimenta senza ancora irrigidirsi in una formula definitiva.

L’apertura con One of These Days è magnetica: quel basso pulsante, quasi minaccioso, sembra arrivare da un futuro lontano rispetto al 1971. È un brano che molti collocano mentalmente più avanti nel tempo, tanto è moderno nell’impatto. Poi il disco cambia pelle: A Pillow of Winds è una ballata delicata, sospesa, mentre Fearless si chiude con il coro dei tifosi del Liverpool, scelta tanto insolita quanto perfettamente integrata nel flusso dell’album.

E poi c’è Echoes. Ventitré minuti abbondanti che occupano un intero lato del vinile originale e che rappresentano uno dei momenti più alti della loro carriera. Non è solo una suite: è un viaggio sonoro che attraversa atmosfere liquide, passaggi inquietanti, esplosioni psichedeliche e ritorni melodici di una bellezza quasi struggente. Non si preoccupa minimamente della durata radiofonica, e proprio per questo oggi suona ancora libera, quasi ribelle.

Quello che apprezzo di Meddle è la sua natura non del tutto celebrata. Non è il disco che viene citato per primo quando si parla dei Pink Floyd, ma è forse quello che meglio racconta la loro trasformazione. È creativo senza essere presuntuoso, sperimentale senza perdere calore, tecnico ma mai freddo.

Riascoltarlo significa rendersi conto che ridurre i Pink Floyd a due o tre brani iconici è un errore comodo ma superficiale. Meddle è il suono di una band che sta costruendo il proprio linguaggio definitivo, pezzo dopo pezzo. Non è solo un passaggio verso qualcosa di più grande: è già grande di per sé, basta avere la pazienza di ascoltarlo davvero.