giovedì 8 gennaio 2026

Il Ribelle - Starred Up (2013)

 
Regia: David Mackenzie
Anno: 2013
Titolo originale: Starred Up
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
Pagina di I Check Movies
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Il Ribelle (titolo originale Starred Up) è uno di quei film che colpiscono allo stomaco non solo per la brutalità delle immagini, ma per la tensione emotiva costante che riesce a trasmettere. Ambientato tra le mura di un carcere britannico ad alta sicurezza, il film racconta il passaggio di Eric, un giovane ultra-violento, dal riformatorio alla prigione per adulti, dove ritrova il padre, Neville, detenuto da lungo tempo. Nonostante io non sia un amante dei film che fanno della guerra o dello scontro fisico il loro unico motore (mi piacciono violenti, ma non quando questa componente è fine a se stessa), in questo caso ho trovato una profondità rara, merito soprattutto di un rapporto padre-figlio che costituisce il vero cuore pulsante dell’opera. È un legame viscerale, distorto, che dà un senso fortissimo a ogni inquadratura: vedere questi due uomini cercare di comunicare in un ambiente che nega ogni forma di affetto è un’esperienza potente e, a tratti, commovente nella sua tragicità.

​Ciò che rende il film estremamente autentico è la gestione della violenza. Spesso i protagonisti agiscono spinti da una rabbia cieca e da problemi di controllo che li portano a compiere scelte che, viste dall'esterno, appaiono stupide o autolesioniste. Eppure, nel contesto claustrofobico e spietato della prigione, questa impulsività risulta terribilmente realistica. Non c’è gloria nel loro modo di combattere, ma solo il riflesso di un’esistenza passata a difendersi da tutto e tutti. Il regista David Mackenzie evita abilmente i cliché del genere "prison movie" per concentrarsi su una sorta di studio antropologico: la prigione diventa un ecosistema dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di soffocare o esplodere, e dove il supporto psicologico cerca faticosamente di farsi strada tra l'indifferenza delle istituzioni e la ferocia dei detenuti.

​L'interpretazione di Jack O'Connell (mi ha riportato ai tempi di Skins), nei panni di Eric, è magnetica e trasmette perfettamente quel senso di pericolo costante tipico di chi non ha più nulla da perdere, mentre Ben Mendelsohn, nel ruolo del padre, offre una prova magistrale fatta di sguardi e silenzi carichi di rimpianto. È un film che non fa sconti e che mostra come la violenza sia spesso l'unico linguaggio conosciuto da chi è cresciuto senza una guida, ma suggerisce anche che, perfino nell'oscurità più profonda di una cella, il bisogno di un riconoscimento paterno e di un'identità rimane l'ultima ancora di salvezza. È un’opera cruda, vera, che mi ha lasciato addosso un senso di riflessione profonda sulla natura della rabbia e sulla possibilità, sempre così fragile, di spezzare il cerchio dell'odio

Satispay lancia "Investimenti"

 

Chi mi segue sa che sono un grande fan della semplicità. Per questo uso regolarmente Satispay per i piccoli pagamenti quotidiani, dalle colazioni agli scambi di denaro con gli amici (solo con Funflus praticamente) . Ultimamente mi sono trovato molto bene anche con il loro Salvadanaio remunerato: un modo comodo per mettere da parte qualcosa e vederlo crescere senza sforzo.

​Tuttavia, aprendo l'app oggi, la novità è un’altra: è arrivata la sezione Investimenti. Satispay ha deciso di fare il "grande salto", proponendo tre diversi profili per far fruttare i nostri risparmi nel tempo. Mi sono fatto aiutare da VIKI per avere più chiarezza a riguardo:

​Come funziona la nuova sezione?

​L'idea è quella di rendere l'investimento accessibile a tutti, suddividendo l'offerta in tre strade principali, a seconda di quanto tempo vuoi lasciare lì i tuoi soldi e di quanto rischio sei disposto a correre:

  1. Satispay Obbligazionario: Pensato per il breve termine (1 anno o più). È il profilo più cauto, focalizzato su titoli di stato e obbligazioni.
  2. Satispay Bilanciato: Per il medio termine (3 anni o più). Un mix tra obbligazioni e azioni globali per chi cerca una via di mezzo.
  3. Satispay Azionario Globale: Per il lungo termine (5 anni o più). Qui il potenziale di crescita è alto, ma lo è anche il rischio, puntando forte sulle azioni.

​Perché sono ancora un po' titubante?

​Lo dico con estrema onestà: nonostante la comodità dell'app, non sono ancora certo di fare questo passo. Il motivo è semplice: non amo il rischio, nemmeno quando viene definito "minimo". Quando si parla dei propri risparmi, la prudenza non è mai troppa e preferisco muovermi solo quando mi sento sicuro al 100%. Come recita il disclaimer in fondo alla loro comunicazione (sempre meglio leggerlo!): il capitale non è garantito. Ed è proprio questo il punto che mi fa riflettere.

​Il mio prossimo passo? Forse le obbligazioni

​Se dovessi decidere di dare una possibilità a questo nuovo strumento, credo che inizierei dalla versione Obbligazionaria.

​È quella che più si avvicina al mio profilo attuale: un orizzonte temporale breve e un rischio basso. Potrebbe essere un modo per testare la piattaforma senza allontanarmi troppo dalla mia "comfort zone" finanziaria, lasciando i profili bilanciati e azionari a chi ha lo stomaco più forte o obiettivi molto più lontani nel tempo.

E voi? Avete già dato un'occhiata alla nuova sezione Investimenti di Satispay? Siete tipi da "tutto sul globale" o, come me, preferite procedere con i piedi di piombo?

Nota: Ricorda che questo articolo riflette la mia esperienza personale e non costituisce un consiglio finanziario. Prima di investire, leggi sempre attentamente i prospetti informativi all'interno dell'app.


Guns N' Roses - G N' R Lies

 

Autore: Guns N'Roses 
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
Acquista su Amazon

Fu un regalo di compleanno di Funflus, mentre eravamo all'Elba. Che ricordi! G N' R Lies non è semplicemente un disco, ma un’istantanea rubata nel momento esatto in cui i Guns N' Roses stavano passando dall'essere i teppisti del Sunset Strip a diventare le divinità del rock mondiale. Ascoltarlo significa immergersi in una dualità affascinante che pochi gruppi hanno saputo gestire con tanta sfrontatezza. La prima parte del lavoro ci trascina a forza nei club fumosi di Los Angeles, riproponendo quel suono sporco e viscerale che aveva reso celebre l'EP "Live ?!*@ Like a Suicide". A quei tempi era introvabile, poi fortunatamente sono nati Napster e Co, ma i Guns avevano già inserito le tracce in questo album. Qui non c’è spazio per la raffinatezza: brani come la cover di Mama Kin degli Aerosmith o l'adrenalina pura di Nice Boys gridano ribellione e urgenza, con un Axl Rose che graffia l'aria e una sezione ritmica che sembra non voler fare prigionieri. È il lato elettrico e pericoloso della band, quello che profuma di asfalto e notti brave, capace di far saltare i diffusori di qualsiasi impianto stereo.

​Ma è quando si gira idealmente il disco che accade la vera magia, quella che probabilmente rende questo album così caro a chi lo ha ricevuto in un momento speciale come un compleanno estivo. All'improvviso le distorsioni lasciano il posto al legno delle chitarre acustiche, e i Guns N' Roses si spogliano di ogni sovrastruttura per mostrare un'anima inaspettatamente melodica e profonda. In brani come Patience, il tempo sembra fermarsi: quel fischio iconico all'inizio e l'intreccio delicato tra le chitarre di Slash e Izzy Stradlin creano un'intimità quasi commovente, dimostrando che dietro la maschera da cattivi ragazzi batteva il cuore di musicisti straordinari, capaci di scrivere ballate senza tempo.

​Tutto l'album vive di questo contrasto continuo tra l'arroganza del rock n' roll e una vulnerabilità acustica che culmina in pezzi più scanzonati come Used to Love Her, dove l'ironia tagliente del gruppo emerge in tutta la sua forza, o nella complessa e discussa One in a Million. Nel complesso, G N' R Lies resta un’opera essenziale proprio perché non cerca di essere perfetta o levigata; è un disco autentico, a tratti persino grezzo, che cattura perfettamente quell'energia irripetibile della fine degli anni Ottanta. Per chi lo ha vissuto come colonna sonora di un viaggio o di un legame d'amicizia, rappresenta molto più di una semplice raccolta di canzoni: è il manifesto di un'epoca e di un modo di vivere la musica senza compromessi, un regalo che continua a suonare fresco e necessario anche a distanza di decenni.


martedì 6 gennaio 2026

Epilogo: toccata e fuga a Maratea

 
Articolo veramente veloce e conclusivo della mia gita natalizia mista col Cammino del POVERINO parte IV, più che altro come "memoria" e per pubblicare le foto. Terminato il bellissimo Kalabria Coast to Coast e ritirato il Testimonium torno a Lamezia Terme, ritiro suzukina e mi dirigo su al Nord. Destinazione Maratea per spezzare il lungo viaggio di ritorno. Nel piano iniziale c'era l'idea di riposarmi, godermi il piccolo borgo e fare il mio ultimo trekking ovvero salita e discesa dal mare al Cristo Redentore. Ma i piani son fatti per essere modificati ed ho anticipato il ritorno al giorno dopo per condividere prima le mie avventure con Zizzi (senza y). Mi godo comunque Maratea by night e lascio qui una bandierina perché è un posto in cui ritornare sicuramente con calma e godersela. Raggiungo la statua copia di quella di Rio in auto la mattina, respiro a pieni polmoni il panorama e riparto subito per Piomba. Si tratta del ritorno esodo più lungo e complicato: quasi dieci ore di auto per code, pioggia incidenti e forse cantieri... Non importa, arrivo stanco ma mi ricarico subito. 

Album fotografico Maratea 

domenica 4 gennaio 2026

KCtC #3.3: da Monterosso Calabro a Pizzo

 

Eccoci alla fine del viaggio. Ce l’ho fatta. Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me un tartufo artigianale di Pizzo che sembra un premio Nobel per la resistenza fisica, e negli occhi ho ancora il blu del Tirreno che si fonde con il cielo.​ Stamattina la sveglia è suonata presto: alle 8:00 ero già in marcia da Monterosso Calabro. L'obiettivo era chiaro: arrivare al Castello Aragonese (Murat) prima della chiusura per il rito finale del Testimonium.

​La tappa di oggi, circa 20 km, è stata una carezza dopo le fatiche di ieri. Il dislivello positivo è stato minimo, permettendomi di godermi il paesaggio mozzafiato dell'Oasi del Lago Angitola. Camminare tra gli aironi cenerini e gli scorci lacustri è stato rigenerante, anche se l'imprevisto è sempre dietro l'angolo: un codice di un cancello non ne voleva sapere di funzionare, ma mi sono riscoperto "ninja" e ho scavalcato senza troppi complimenti. Il cammino è fatto di incontri surreali. Poco dopo l'oasi mi sono imbattuto in un pastore e nel suo gregge di pecore (sembravano quasi mufloni!). Abbiamo scambiato due chiacchiere: io nel mio dialetto, lui nel suo. Non abbiamo capito una parola l'uno dell'altro, ma ci siamo intesi perfettamente con un sorriso e un cenno del capo.

​Poi è arrivata la prova del fuoco: i famigerati "canacci" segnalati vicino a un'azienda agricola. Erano liberi e numerosi, ma alla fine si sono rivelati dei giganti buoni e docili, lasciandomi passare come se fossi uno di famiglia. Salire verso i ruderi della città normanna di Rocca Angitola è stato come camminare sulle macerie del tempo. Da lassù la vista è incredibile: si domina tutto il comprensorio delle Serre e, improvvisamente, eccolo lì. Il Golfo di Sant’Eufemia. Lo Stromboli all'orizzonte (che mi immagino, ma c'è foschia e sono ciecato) . La Costa degli Dei. In quel momento capisci che il Coast to Coast è quasi finito. La discesa verso Pizzo è stata una passerella d'onore. Sono arrivato al Castello Murat giusto in tempo: ho ritirato il mio Testimonium, ho scattato la foto di rito per voi che mi avete seguito e mi sono perso tra i vicoli storici fino a Piazza della Repubblica.

​Ho concluso ufficialmente il cammino scendendo fino alla spiaggia della Marina, toccando l'acqua del Tirreno dopo aver lasciato quella dello Ionio solo due giorni fa.

​Album fotografico KCtC #3.3: da Monterosso Calabro a Pizzo 


sabato 3 gennaio 2026

KCtC #2.3: da Petrizzi a Monterosso Calabro

 


​Se la prima tappa è stata l’emozione della partenza, il secondo giorno è stato quello della connessione profonda con la natura. Una giornata lunga, intensa, caratterizzata da un dislivello più distribuito rispetto a ieri, ma che mi ha portato nel punto più alto dell'intero cammino. Ho salutato l'agriturismo alle 8.00 in punto, lasciandomi  i vicoli del borgo e l'antico ponte in pietra vicino alla Chiesa di Santa Maria della Provvidenza alle spalle. 

​La prima parte del percorso è un viaggio nella storia rurale: ho camminato lungo il torrente Beltrame e poi su un tratto affascinante che ricalca il vecchio tracciato della "Littorina", l'ex ferrovia che un tempo collegava Soverato a Chiaravalle. Camminare dove un tempo passava il treno, immersi nel silenzio della campagna, dà una strana e bellissima sensazione di sospensione temporale. Dopo una sosta rigenerante a San Vito sullo Ionio, dove ho visitato la Chiesa Matrice e l'antica Filanda, è iniziata la vera ascesa verso il Lago Acero.

​Ma è dopo il lago che il cammino mi ha regalato la sua parte migliore: l'ingresso in un'imponente foresta di faggi. È qui che ho lasciato il cuore. Il bosco ti avvolge, il suono dei passi sulle foglie secche diventa l'unico ritmo, e l'aria cambia, facendosi pungente e profumata di resina.

​Salendo ancora, ho raggiunto la dorsale di Monte Coppari. Con i suoi quasi 1000 metri, è il punto più alto del Cammino. Qui la leggenda incontra la natura: ho incrociato le antiche "niviere" (dove un tempo si conservava la neve) e la misteriosa "Pietra della Fata". Dalla vetta è iniziata la lunga discesa verso la destinazione finale. Man mano che il bosco si diradava, l'orizzonte si è aperto regalandomi il primo, emozionante scorcio sul Lago Angitola e, finalmente, sulla striscia blu del Mar Tirreno.

​Il mio arrivo a Monterosso Calabro è stato reso ancora più speciale dall'accoglienza a "Casa di Zia Rosina". Qui ho conosciuto Rebecca, che non è solo un'ospite squisita, ma è stata un pilastro fondamentale per l'organizzazione di questa avventura. La sua gentilezza e i suoi consigli sono quel valore aggiunto umano che rende i cammini un'esperienza diversa da qualsiasi altro viaggio.

Anticipo l'articolo perché in casa non c'è segnale e lo sto scrivendo da un bar trovato casualmente aperto. 

​Album fotografico KCtC #2.3: da Petrizzi a Monterosso Calabro