Powerslave è l’album degli Iron Maiden che più di tutti, per me, incarna gli anni Ottanta. Non solo per il suono, ma per quell’idea di grandezza quasi smisurata che attraversa ogni brano. È un disco che non conosce mezze misure: è epico, teatrale, ambizioso e orgogliosamente sopra le righe. E io l’ho amato moltissimo non solo per l’estetica egizia monumentale.
Qui i Maiden sono nel pieno della loro potenza creativa. La formazione classica, la sicurezza nei propri mezzi, la capacità di scrivere brani lunghi e articolati senza perdere mordente. L’apertura con Aces High è un decollo immediato, un’esplosione di energia che ti mette in chiaro che non ci saranno pause di cortesia. Subito dopo 2 Minutes to Midnight porta il disco su territori più riflessivi ma altrettanto incisivi, con un riff che resta incollato addosso.
Il cuore dell’album, però, è quella combinazione perfetta tra potenza e narrazione. La title track Powerslave è monumentale, solenne, quasi rituale, con un crescendo che sembra costruito per un’arena. E poi arriva Rime of the Ancient Mariner, tredici minuti abbondanti di racconto, atmosfera, cambi di tempo e tensione. Un brano che oggi pochi avrebbero il coraggio di scrivere in quel modo, con quella libertà e quella fiducia nel pubblico.
È un album che non ha paura di essere “troppo”: troppo lungo, troppo elaborato, troppo epico. Ma è proprio questo eccesso controllato a renderlo così rappresentativo di un’epoca in cui il metal non si scusava per la propria grandiosità. Ogni assolo è scolpito, ogni linea vocale di Dickinson è teatrale senza diventare caricatura, ogni sezione ritmica è solida e pulsante.
Riascoltarlo oggi significa tornare a un tempo in cui l’heavy metal era spettacolo, immaginario, avventura. Non nostalgia sterile, ma consapevolezza di quanto quel suono fosse identitario. Powerslave per me non è solo uno dei migliori album dei Maiden: è un simbolo di un periodo in cui il metal sembrava invincibile, sicuro di sé, capace di riempire stadi e di far viaggiare la fantasia verso deserti, battaglie e oceani maledetti.
L’ho amato e continuo ad amarlo perché è diretto ma mai banale, tecnico ma mai freddo, epico senza perdere anima. È uno di quei dischi che metti su e ti ricorda perché ti sei innamorato dell’heavy metal. E non serve aggiungere molto altro.


