In Utero è l’ultimo capitolo di una storia troppo breve. Ogni volta che lo ascolto non riesco a separare la musica da quello che sarebbe successo poco dopo, e questo inevitabilmente cambia tutto. I Nirvana sono durati troppo poco, e anche se li avevo sempre percepiti come antagonisti dei “miei” Guns, col tempo ho capito quanto fosse sterile quella contrapposizione. Erano due mondi diversi, ma entrambi necessari.
Se Nevermind aveva portato il grunge nelle case di tutti con un suono più levigato, In Utero sembra quasi una risposta brusca a quel successo. È più ruvido, più sporco, più diretto. Non cerca di piacere, non cerca compromessi. È un disco che graffia, che a tratti mette a disagio, che sembra voler sabotare l’idea stessa di mainstream che la band aveva involontariamente alimentato.
Canzoni come Rape Me sono diventate iconiche, ma il vero fascino dell’album sta nella sua coerenza emotiva. C’è un senso di tensione costante, di nervi scoperti, di fragilità esposta senza filtri. Kurt Cobain qui non si nasconde dietro melodie rassicuranti: anche quando scrive qualcosa di più dolce, come All Apologies, resta un fondo di inquietudine che non ti lascia mai completamente tranquillo.
Musicalmente è un album meno immediato, ma forse più sincero. La produzione è volutamente meno patinata, la batteria è secca, le chitarre abrasive, il basso presente ma mai invadente. È un disco che suona vivo, quasi crudo, come se fosse stato inciso per necessità più che per strategia.
Oggi mi rendo conto che album come In Utero mancano terribilmente nel panorama musicale. Non perché non esistano band valide, ma perché è raro trovare dischi così coraggiosi, così poco interessati a risultare accomodanti. È un lavoro che non ti prende per mano: ti lascia lì, davanti alle sue crepe.
Forse è anche per questo che avrei voluto che i Nirvana durassero di più. Non per nostalgia, ma per capire dove sarebbero andati dopo un disco così. In Utero resta un finale potente e incompleto allo stesso tempo. Un album che chiude una carriera troppo breve, ma che continua a suonare necessario, ancora oggi.


