giovedì 22 gennaio 2026

U2 - October

 The band standing together, wearing coats
Artista: U2
Anno: 1981
Tracce: 11
Formato: CD
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Visto che ieri ho preso il via con ben tre album musicali, voglio proseguire questa strada, così magari nel 2026 abbassiamo la media film / articoli di VER che supera il 40% (40,337% fino al 2025)). Non ascolto solo hard rock, progressive o metal, o meglio non lo ho sempre fatto. Gli U2 sono un gruppo più nelle corde del mio amico Fatikkio (detto Bonovox per gli amici del web), ma anche di gettons (che oggi compie gli anni), sebbene anche lui vari molti su altri generi. Comunque eccoci qui.
October è il disco degli U2 che molti saltano. E fanno male. Perché è il loro album più fragile, più irrisolto, più umano. Non è un manifesto, non è uno slogan, non è uno stadio pieno che canta in coro. È una stanza piccola, luci basse, e una band giovane che si chiede chi diavolo sia e dove stia andando.
Uscito nel 1981, subito dopo Boy e prima di War, October nasce in un momento complicato: smarrimento creativo, crisi personali, dubbi profondi (anche spirituali) che rischiano seriamente di far saltare il gruppo. Non a caso molte parti furono scritte o ricostruite in fretta, alcune idee perse, altre appena abbozzate. Eppure – o forse proprio per questo – il disco respira sincerità da ogni poro.
La copertina è già una dichiarazione d’intenti: una band spalle al muro, sguardi bassi, colori smorti. Niente posa da rockstar, niente giovinezza esibita. October non vuole piacere: vuole sopravvivere. Ed è un disco che sembra sempre sul punto di spezzarsi, ma non lo fa mai davvero.
Musicalmente è un album introverso, quasi timido. The Edge usa la chitarra come uno strumento atmosferico più che melodico, Larry (Mullen)  suona con una sobrietà quasi trattenuta, Adam Clayton costruisce fondamenta discrete ma essenziali. E Bono… Bono qui non è ancora “Bono”. È una voce che cerca, che domanda, che spesso non ha risposte. Ed è proprio questo il suo punto di forza.
I testi sono attraversati da una tensione costante tra fede, dubbio, paura di perdersi. Ma attenzione: non è un disco religioso in senso predicatorio. È un disco spiritualmente inquieto, che parla più di incertezza che di certezze. E questo lo rende molto più interessante di quanto gli venga solitamente riconosciuto.
October è anche l’album meno immediato degli U2, quello che non ti prende per mano. Va ascoltato senza aspettarsi “l’inno”, senza cercare il colpo ad effetto. È un lavoro di atmosfera, di silenzi, di spazi vuoti. Un disco che sembra sempre trattenere il fiato.
Riascoltato oggi, October suona come una fotografia sfocata ma autentica di una band prima della trasformazione. Qui non ci sono ancora i grandi temi universali, c’è il travaglio personale. Ed è affascinante proprio perché non è risolto, non è definitivo.
In conclusione: October non è un classico nel senso canonico del termine. È un passaggio, una crepa, un momento di vulnerabilità. Ma senza October non esisterebbero gli U2 che verranno dopo. È il disco in cui imparano che per parlare al mondo, prima bisogna fare i conti con se stessi.
E non è poco, per una band di ventenni.

mercoledì 21 gennaio 2026

Juventus 2 - Benfica 0

Risultato e partita entrambi positivi. Prima il risultato perché dovevamo vincere, raccogliere i tre punti, salire in classifica scavalcando posizioni e lo abbiamo fatto. Poi la partita, che nonostante numerosi errori e disattenzioni, è stata giocata nel modo giusto. La prima parte del primo tempo a spingere anche se non in maniera proprio efficace, poi un calo ed il Benfica che prende piglio e anche se non sale in cattedra, risulta più pericolosa. La ripresa parte decisamente meglio ed in quindici minuti sigliamo due reti e prendiamo più fiducia sbagliando molto meno. Il Benfica prova comunque ad accorciare, ma sbaglia pure un rigore, mentre non mancano le folate offensive juventine. Una partita importante che abbiamo sia vinto che giocato. 

Deep Purple - Machine Head

 
Autore: Deep Purple
Anno: 1972
Tracce: 7
Formato: CD
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Ok, per oggi la smetto, prometto. Anche se non ne sono sicuro... Sempre per non rimbalzare e restare nel solito anno, che ho scelto casualmente, perchè non tornare anche sui Deep Purple? Machine Head è uno di quei dischi che non si limitano a essere grandi:

Uscito nel 1972, è l’album della consacrazione definitiva della Mark II: Gillan, Blackmore, Lord, Glover, Paice. Una formazione che qui gira a regime massimo, senza una sbavatura, senza un attimo di esitazione. Machine Head è potenza, tecnica e immediatezza fuse insieme come raramente accade.

La genesi del disco è ormai leggenda: l’incendio del Montreux Casino, lo studio mobile dei Rolling Stones parcheggiato fuori, registrazioni fatte quasi di corsa. Ma invece di suonare come un album raffazzonato, Machine Head suona incredibilmente compatto, affilato, vivo. Altro che emergenza: qui c’è fame.

La copertina, metallica e riflettente, è perfettamente in linea con il contenuto: fredda, industriale, essenziale. Niente misticismi, niente fantasy. Questo è un disco urbano, notturno, da strada e amplificatori tirati al limite.

Musicalmente siamo davanti a un manuale non scritto dell’hard rock. Ritchie Blackmore sforna riff che diventano archetipi, Jon Lord fa ringhiare l’Hammond come se fosse una chitarra aggiuntiva, Paice è una macchina ritmica elegante e micidiale. Gillan canta come se avesse sempre qualcosa da dimostrare, e Geezer Glover – pardon, Roger Glover – tiene tutto insieme con una solidità spesso sottovalutata.

“Smoke on the Water” è talmente famosa (l'unica canzone che so suonare con qualsiasi strumento che abbia le corde) da rischiare di schiacciare il resto, ma il bello è che il resto non si lascia schiacciare affatto. Machine Head funziona come album, non come raccolta di singoli: accelera, rallenta, picchia duro e poi ti prende per il bavero con groove blues e momenti quasi rilassati, senza mai perdere tensione.

Riascoltato oggi, il disco non ha bisogno di contestualizzazioni storiche o giustificazioni nostalgiche. Suona ancora dannatamente bene. Perché è suonato da una band che sa esattamente cosa sta facendo, e lo fa meglio di chiunque altro in quel momento.

In conclusione, Machine Head non è solo uno dei grandi dischi dei Deep Purple: è uno dei pilastri dell’hard rock. Un album che unisce virtuosismo e immediatezza senza diventare autoreferenziale. Un classico vero, non per decreto, ma per sopravvivenza.

Black Sabbath - Vol. 4

 
Autore: Black Sabbath
Anno: 1972
Tracce: 10
Formato: CD
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Ormai cavalco questa onda musicale che sta colpendo VER e ne approfitto per aumentare la percentuale di articoli sugli album. Ne ho diversi già pronti ed in cantiere, ma ascoltando giusto pochi minuti Foxtrot dei Genesis, mi sono venuti in mente i Black Sabbath che proprio negli stessi anni imperversavano con musica e stili completamente differenti da un lato, ma non poi così contrapposti. Vol. 4 è il disco in cui i Black Sabbath, invece di rifare la formula vincente di Paranoid e Master of Reality (potevo parlare di questo, ma mi piaceva più l'idea di scegliere un album uscito nel solito anno di Foxtrot), decidono di complicarsi la vita. E fanno benissimo. È l’album meno “compatto”, meno immediato, più sbilenco della loro prima fase. Ed è proprio per questo uno dei più affascinanti.
Siamo nel 1972, a Los Angeles, e l’atmosfera è… come dire… poco salutista. I Sabbath sono all’apice del successo, pieni di soldi, completamente fuori controllo. Vol. 4 è figlio diretto di questo caos: un disco eccessivo, gonfio, a tratti confuso, ma incredibilmente umano. Qui non c’è più solo l’oscurità monolitica degli inizi: ci sono crepe, deviazioni, momenti quasi fragili.
La copertina, con Ozzy che sembra levitare in una posa a metà tra il mistico e l’esausto, è un’altra dichiarazione involontaria di intenti. Non è minacciosa come le precedenti, è straniante. Ti avvisa che questo non sarà un viaggio lineare. E infatti Vol. 4 non segue una direzione precisa: cambia umore, ritmo, pelle. A volte nello stesso brano.
Musicalmente è il disco in cui Iommi inizia a guardarsi attorno: riff giganteschi sì, ma anche aperture melodiche, rallentamenti quasi doom ante-litteram, improvvise accelerazioni. Geezer Butler continua a scrivere testi cupi, ma più introspettivi, meno “apocalittici”. Bill Ward suona come uno che ama il jazz ma è intrappolato in una band metal – e la cosa funziona alla grande. Ozzy, invece, è sempre più un’ombra instabile: non guida il disco, lo attraversa. E questo lo rende ancora più inquietante.
Vol. 4 è anche il primo vero album “sperimentale” dei Sabbath. Non tutto è perfettamente a fuoco, alcune idee sembrano buttate lì di getto, ma proprio questa imperfezione gli dà carattere. È un disco che respira, suda, sbaglia. Non cerca l’epica assoluta, cerca l’espressione.
Riascoltato oggi, Vol. 4 suona come un ponte: da una parte i Sabbath primordiali, dall’altra tutto quello che verrà dopo. Doom, sludge, stoner… qui c’è già tutto in embrione. Non è il loro album più iconico, ma è forse quello che dice di più sulla band come esseri umani, non come monumenti.
In conclusione: Vol. 4 non è il Sabbath più feroce né il più “perfetto”. È il Sabbath più vulnerabile. Un disco storto, pesante, a tratti magnifico e a tratti sfinito. Proprio come loro in quel momento. E forse anche per questo, incredibilmente vero.

Genesis - Foxtrot

 
Autore: Genesis
Anno: 1972
Trace: 6
Formato: vinile
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I Genesis so chi sono, ma non li conosco. O meglio, il mio sapere nei loro confronti è davvero poco e si limita qualche traccia sparsa ad esclusione di Foxtrot, unico loro album di cui possiedo gelosamente anche la versione in vinile. Perchè? Non c'è una motivazione, nè particolare, nè generale.  E' semplicemente così e per questa recensione, mi son pure fatto aiutare da VIKI perchè, mentre li riascoltavo sentivo che mi mancava qualcosa di più tecnico e storico per concludere l'articolo.  Foxtrot è il disco in cui i Genesis smettono di chiedere permesso e iniziano a occupare spazio. Tanto spazio. È il momento in cui il gruppo prende definitivamente la rincorsa e si lancia nel progressive “serio”, quello ambizioso, colto, un filo pomposo ma irresistibile. E sì, anche un po’ folle. Ma è una follia calcolata.
Siamo nel 1972: Peter Gabriel comincia a trasformarsi nel profeta mascherato che tutti conosciamo, Tony Banks erige cattedrali con le tastiere, Hackett infila la chitarra in territori che allora sembravano fantascienza, Rutherford e Collins tengono insieme tutto con una precisione quasi sospetta. Il risultato è un album che non ha paura di sembrare troppo. Troppo lungo, troppo complesso, troppo barocco. Ed è proprio per questo che funziona.
La copertina è già un manifesto: quella volpe in abito rosso, elegante e inquietante, sembra uscita da una fiaba dei fratelli Grimm raccontata dopo una nottata pesante. È l’immagine perfetta per la musica che c’è dentro: fiabesca, teatrale, ma con una vena sinistra che non ti lascia mai del tutto tranquillo. Non è decorazione, è atmosfera. Forse è anche il motivo per cui decisi di acquistare il vinile invece del CD.
Foxtrot è un disco che va ascoltato come un racconto, non come una raccolta di canzoni. Ogni brano è un capitolo con un suo carattere preciso, ma il vero collante è l’idea di fondo: la musica come viaggio, come messa in scena. Non c’è nulla di radiofonico, nulla di accomodante. Qui i Genesis parlano a chi ha voglia di seguirli, non a chi cerca il ritornello da canticchiare.
E poi c’è “Supper’s Ready”, che più che una canzone è un evento. Ventitré minuti che ancora oggi mettono in imbarazzo metà delle band progressive venute dopo. Bibbia, Apocalisse, surrealismo inglese, ironia sottile e momenti di pura epica musicale: tutto insieme, senza chiedere scusa. È il cuore dell’album, ma non lo schiaccia: Foxtrot regge benissimo anche tutto ciò che gli gira attorno, segno di una band già sorprendentemente matura.
Riascoltato oggi, Foxtrot non suona affatto come un reperto da museo. Certo, è figlio del suo tempo, ma non è invecchiato male: anzi, sembra quasi più libero di tanta musica contemporanea, spesso terrorizzata dall’idea di osare. Qui invece si osa eccome, con una naturalezza disarmante.
In breve: Foxtrot non è solo uno dei grandi dischi dei Genesis, è uno di quei lavori che spiegano perché il progressive rock, quando è fatto bene, non è mai stato un semplice esercizio di stile. È immaginazione pura, messa su vinile. E una volta entrati nel bosco, con quella volpe che ti guarda storto, uscire non è poi così urgente.

lunedì 19 gennaio 2026

Savatage - Handful Of Rain

 
Autore: Savatage
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Handful of Rain esce nel 1994 ed è uno di quei dischi che, se ami davvero i Savatage, prima o poi ti si incastrano sotto pelle. Non ti prende a schiaffi come Sirens, non ti travolge con l’ambizione di Streets, ma lavora più in profondità. È un album crepuscolare, introspettivo, segnato da un’assenza che pesa come un macigno: quella di Criss Oliva.

La sua morte aleggia ovunque, anche quando non viene mai nominata apertamente. Eppure Handful of Rain non è un disco funerario. È piuttosto un album di resistenza emotiva, il tentativo di andare avanti senza tradire ciò che i Savatage sono stati. Jon Oliva prende il timone in modo totale, artistico e spirituale, e lo fa senza cercare scorciatoie o facili mitizzazioni.

La copertina è già una dichiarazione d’intenti: pioggia, colori spenti, un’atmosfera malinconica ma mai disperata. Non c’è teatralità eccessiva, non c’è l’epica barocca che arriverà dopo. Qui domina una sensazione di stanchezza lucida, di consapevolezza adulta. È una cover che non vuole sedurre, ma prepararti.

Musicalmente il disco segna una svolta netta. Handful of Rain è più diretto, più compatto, meno stratificato rispetto ai lavori precedenti. Le orchestrazioni e gli elementi progressivi restano sullo sfondo, mentre emerge un heavy metal solido, oscuro, a tratti quasi rabbioso. È come se la band avesse deciso di spogliarsi degli orpelli per concentrarsi sull’essenziale: riff, atmosfera, peso emotivo.

Stevens, alla voce, è il vero fulcro del disco. Non cerca la perfezione tecnica, ma l’espressività. Canta spesso al limite, con una tensione palpabile, e proprio per questo risulta autentico. Qui non c’è alcun tentativo di “sostituire” Criss: la sua chitarra non viene imitata, viene onorata andando altrove. Una scelta coraggiosa, che all’epoca spiazzò molti fan ma che oggi appare inevitabile.

Riascoltato oggi, Handful of Rain è un album che cresce col tempo. Non è immediato, non è accomodante, e forse per questo è stato a lungo sottovalutato. Ma è uno dei dischi più sinceri dei Savatage, uno di quelli in cui senti davvero la band fare i conti con se stessa. È il suono di una ferita ancora aperta, ma anche della volontà di non fermarsi.

Non è il Savatage più spettacolare, né il più celebrato. Ma è uno dei più veri. Un disco che non cerca consenso, che non ammicca, che non semplifica il dolore. Handful of Rain è questo: una manciata di pioggia, sì, ma anche la prova che i Savatage, nel loro momento più buio, hanno scelto di restare fedeli a se stessi. E non è poco.