mercoledì 14 gennaio 2026

Hotel Artemis (2018)

 
Regia: Drew Pearce
Anno: 2018
Titolo originale: Hotel Artemis
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
Pagina di I Check Movies
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Quando ci si approccia a un film come Hotel Artemis, capita spesso di provare quella sensazione ambivalente legata al cast: ci sono momenti in cui, vedendo apparire un volto di uno spessore immenso come quello di Jodie Foster, dici con serenità "Ah, che bello, c’è anche lei!". Ti aspetti che la sua presenza sia il marchio di garanzia su un’opera memorabile. Altre volte, invece, procedendo nella visione, ti ritrovi a sentenziare con un pizzico di rammarico: "Ma guarda te cosa si è messa a fare". Con questo non voglio dire che il film sia brutto in senso assoluto, ma rimane addosso quella sensazione di un’occasione sprecata, di un talento monumentale prestato a una causa che non lo valorizza fino in fondo.

​L’idea alla base della pellicola è senza dubbio intrigante, pur richiamando inevitabilmente quell'immaginario dell'albergo-rifugio per criminali già visto e apprezzato nella saga di John Wick con il Continental. L'ambientazione in una Los Angeles distopica e futuristica, sconvolta dalle rivolte per l'acqua, offre una cornice suggestiva per questo ospedale clandestino dove vige un rigido codice di condotta. Tuttavia, nonostante le premesse, il film non riesce mai a decollare davvero e lo trovo, in fin dei conti, "niente di che". Il limite principale risiede nella mancanza di spessore e di approfondimento: la trama scorre via senza mai scavare troppo sotto la superficie, lasciando lo spettatore con più domande che risposte sulle motivazioni dei protagonisti.

​Il film mette in campo una serie di personaggi che sulla carta avrebbero potuto essere affascinanti, ma che finiscono per affollare la narrazione senza essere delineati a dovere. Sarebbe stato meglio ridurne il numero se mancava lo spazio o il tempo per dar loro una vera identità e un arco narrativo compiuto. Invece, ci si ritrova davanti a un mosaico di figure che entrano ed escono dall'inquadratura senza lasciare un segno profondo, rendendo il ritmo a tratti frammentato. Rimane un’opera stilisticamente curata, con una fotografia interessante e un’atmosfera cupa che cattura l’occhio, ma che purtroppo non riesce a colmare i vuoti di una sceneggiatura un po' troppo esile per le ambizioni che sembrava avere inizialmente.


martedì 13 gennaio 2026

Teatro dei Concordi - La Strana Coppia

 

Domenica  sono stato al Teatro dei Concordi di Campiglia Marittima per assistere alla messa in scena di La Strana Coppia e questo merita un piccolo approfondimento. 

​Si tratta della rivisitazione al femminile del celebre capolavoro di Neil Simon (scritto originariamente nel 1965 per una coppia maschile e poi riadattato dallo stesso autore negli anni '80). La trama gioca sull'eterno scontro tra due personalità agli antipodi: l'ordine maniacale e il caos creativo, che si ritrovano a dover condividere forzatamente lo stesso tetto.

​Lo spettacolo, diretto da Gaia Bastianon e Mark Eaton, ha visto sul palco un cast energico composto da Elena Bellandi, Gaia Bastianon, Anna Bastiani, Ludovica Bertagni, Marco Bruciati, Simone Catalucci e Marta Gatti.

​Il punto di vista di Zizzi

​Dopo la visione, ho raccolto questa riflessione di Zizzi, che mette in discussione l'efficacia del "ribaltamento" dei ruoli in questa specifica opera:

​"[...] Ma il fatto che convivano due uomini sicuramente può già suscitare più ilarità della convivenza di due donne un po' isteriche con amiche nevrotiche... Non voglio generalizzare, ma uno spettacolo teatrale è generalizzante di suo [...] 

​Le donne di fronte ad un problema di una di loro ne godono alquanto e per natura sono più gregarie perché abituate a lavorare insieme. Gli uomini sono molto più empatici tra di loro in fatto di problemi sentimentali, ma non sono abituati a stare a stretto contatto con altri uomini, preferiscono l'individualità... Quindi ribaltare la storia al femminile ha già un meccanismo che non ingrana di fondo.

​Poi la mancanza di battute intelligenti in dialoghi così lenti ha condito il tutto. Peccato perché secondo me erano brave, non eccellenti, ma brave. Forse era semplicemente meglio far recitare loro un'altra opera teatrale. Riadattare spesso comporta grossi errori non scontati come in questo caso... secondo me."


​Qualche link utile per approfondire:


lunedì 12 gennaio 2026

Juventus 5 - Cremonese 0

 
Vittoria da conquistare con i denti ed a tutti i costi per riuscire a riprendere un po' di terreno su tutte quelle che ci stanno davanti. Però lo facciamo con poca fatica, o meglio con il giusto atteggiamento fin da subito. Squadra votata all'attacco a partire dal calcio d'inizio. Poi subito un palo (David che segnerà dopo ), il vantaggio con deviazione fortuita (Bremer), il raddoppio, il rigore contro ritirato con il VAR, e quello a favore (sbagliato, ma ribattuto a rete da Yildiz)... Insomma è girato tutto bene, ma abbiamo sempre spinto. Gli audaci vengono aiutati dalla Dea Bendata quando serve, ma appunto serve audacia. Ed il primo tempo ha messo già il risultato in cassaforte, con ampio vantaggio. La ripresa non è da meno: subito forte subito rete (del texano o quasi). Quando sembra che la partita si addormenti rieccoci in avanti e questa non ci sono dubbi: il cowboy segna la cinquina. C'è poi spazio anche per una bella parata di Di Gregorio e altre azioni offensive bianconere. Vittoria fondamentale per punti, fiducia e gioco creato. 

domenica 11 gennaio 2026

Weekend trekking e teatro

 
Classico articolo veloce, più che da diario, da lista della spesa. Per ricordare fatti, luoghi e persone in questo weekend. Nonostante lo stop di gite per rifiatare e ricaricare, non si può stare fermi. Così il sabato, tra grandi manovre e pulizie casalinghe (una semplice lavatrice) e dopo essere andato a correre (prima ripresa del 2026 con soli 5km) è la volta di dedicarsi al trekking. Sul nostro promontorio, nonostante il vento che soffia talmente forte da aver strappato i cappotti ai palazzi di Piomba. La meta è comunque suggestiva e potente: Buca delle Fate al tramonto. Inutile descriverla, visto che ho detto che l'articolo sarebbe stato breve ed anaffettivo. Il ritorno è al buio con le luci del telefono e Nera che ci faceva strada senza abbaiare. Cena con orata al forno e verdure passate nel top ristorante della Val di Cornia: da Zizzi. La domenica, con il sole e poco vento, ci dirigiamo a Montebamboli per salutare pecore piemontesi qui in villeggiatura e fare un anello, questa volta guidato da Zizzi stessa, wild ed assolutamente improvvisato e quindi naturalissimo. Pomeriggio invece dedicato alla cultura con commedia (un po' tediosa e ridondante) al Teatro dei Concordi di Campiglia Marittima. Forse per il freddo, forse per la fine della giornata, non me la sono goduta troppo. 

venerdì 9 gennaio 2026

Metallica - Master Of Puppets

 Master Of Puppets (Remastered)
Autore: Metallica
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD
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Deh, ogni volta che mi vedo uno short di tale Caravaggio su Youtube, mi si aprono mille ricordi. Ed eccoci qua a parlare ancora (troppo poco in realtà) dei Metallica.  Parlare di Master of Puppets significa confrontarsi con quello che molti considerano il monolite definitivo del metal, un'opera talmente imponente da trascendere i confini del genere per entrare di diritto nella storia della musica del Novecento. Per me è un album arrivato successivamente, per riscoprire il gruppo dopo che ero partito con il Black Album del 91: c'è sempre stato quel senso di apprezzamento profondo che non sfocia mai in un amore assoluto, perché descrive perfettamente l'impatto che i Metallica di quegli anni potevano avere su di me, ovvero una macchina da guerra tecnica e compositiva che incute quasi timore per la sua perfezione formale. Se con gli Iron Maiden mi sentivo al caldo della mia comfort zone, con questo album del 1986 entriamo in una cattedrale di cemento e acciaio, dove ogni nota è incastrata in un’architettura sonora complessa e implacabile che non lascia spazio all'improvvisazione.
​L'album si apre con l'ingannevole delicatezza acustica di Battery, che in pochi secondi esplode in un assalto sonoro che definisce i canoni del thrash metal, ma è nella title track che i Metallica firmano il loro testamento artistico. Master of Puppets è una suite monumentale che alterna una violenza ritmica chirurgica a un intermezzo melodico di rara bellezza, dove le chitarre di James Hetfield e Kirk Hammett si intrecciano in armonie che sembrano quasi musica classica prestata alla distorsione. È un disco che parla di controllo, di manipolazione e di dipendenza, temi che vengono sviscerati attraverso strutture narrative che rifiutano la classica forma canzone per esplorare territori più progressivi e articolati.
​Il cuore pulsante dell'opera resta però il contributo di Cliff Burton, il cui basso non si limita a seguire la batteria, ma diventa uno strumento solista, fluido e colto, capace di elevare brani come Orion a vette di puro lirismo strumentale. È proprio questa tensione tra la furia cieca di pezzi come Damage, Inc. e la costruzione quasi sinfonica di Welcome Home (Sanitarium) a rendere l'ascolto un'esperienza totalizzante, un viaggio oscuro nei meandri della psiche umana sorretto da una produzione che, per l'epoca, risultava incredibilmente nitida e potente. Anche per chi non ha mai giurato fedeltà eterna ai Metallica, Master of Puppets rimane un passaggio obbligato, un "must to listen" perché rappresenta il momento irripetibile in cui l'aggressività giovanile ha incontrato una visione artistica superiore, cambiando per sempre le regole del gioco e dimostrando che si poteva essere estremi senza rinunciare a una scrittura di altissimo livello.

giovedì 8 gennaio 2026

Il Ribelle - Starred Up (2013)

 
Regia: David Mackenzie
Anno: 2013
Titolo originale: Starred Up
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
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Il Ribelle (titolo originale Starred Up) è uno di quei film che colpiscono allo stomaco non solo per la brutalità delle immagini, ma per la tensione emotiva costante che riesce a trasmettere. Ambientato tra le mura di un carcere britannico ad alta sicurezza, il film racconta il passaggio di Eric, un giovane ultra-violento, dal riformatorio alla prigione per adulti, dove ritrova il padre, Neville, detenuto da lungo tempo. Nonostante io non sia un amante dei film che fanno della guerra o dello scontro fisico il loro unico motore (mi piacciono violenti, ma non quando questa componente è fine a se stessa), in questo caso ho trovato una profondità rara, merito soprattutto di un rapporto padre-figlio che costituisce il vero cuore pulsante dell’opera. È un legame viscerale, distorto, che dà un senso fortissimo a ogni inquadratura: vedere questi due uomini cercare di comunicare in un ambiente che nega ogni forma di affetto è un’esperienza potente e, a tratti, commovente nella sua tragicità.

​Ciò che rende il film estremamente autentico è la gestione della violenza. Spesso i protagonisti agiscono spinti da una rabbia cieca e da problemi di controllo che li portano a compiere scelte che, viste dall'esterno, appaiono stupide o autolesioniste. Eppure, nel contesto claustrofobico e spietato della prigione, questa impulsività risulta terribilmente realistica. Non c’è gloria nel loro modo di combattere, ma solo il riflesso di un’esistenza passata a difendersi da tutto e tutti. Il regista David Mackenzie evita abilmente i cliché del genere "prison movie" per concentrarsi su una sorta di studio antropologico: la prigione diventa un ecosistema dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di soffocare o esplodere, e dove il supporto psicologico cerca faticosamente di farsi strada tra l'indifferenza delle istituzioni e la ferocia dei detenuti.

​L'interpretazione di Jack O'Connell (mi ha riportato ai tempi di Skins), nei panni di Eric, è magnetica e trasmette perfettamente quel senso di pericolo costante tipico di chi non ha più nulla da perdere, mentre Ben Mendelsohn, nel ruolo del padre, offre una prova magistrale fatta di sguardi e silenzi carichi di rimpianto. È un film che non fa sconti e che mostra come la violenza sia spesso l'unico linguaggio conosciuto da chi è cresciuto senza una guida, ma suggerisce anche che, perfino nell'oscurità più profonda di una cella, il bisogno di un riconoscimento paterno e di un'identità rimane l'ultima ancora di salvezza. È un’opera cruda, vera, che mi ha lasciato addosso un senso di riflessione profonda sulla natura della rabbia e sulla possibilità, sempre così fragile, di spezzare il cerchio dell'odio