mercoledì 11 febbraio 2026

Korn - Follow The Leader

 A child hopscotching off a cliff and a gathering of kids waiting to follow
Artista: Korn
Anno: 1998
Tracce: 25
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
Era l'album in scaletta per ieri, ma non cambia assolutamente niente e lo scrivo tanto per ricordare.  

Follow the Leader dei Korn arriva in un momento per me contraddittorio, perché il nu metal era un genere che inizialmente guardavo con parecchio sospetto. Venivo da altri suoni, altre strutture, altre ossessioni musicali. Eppure il primo album omonimo dei Korn aveva già iniziato a scalfire quelle resistenze, mostrando qualcosa di diverso, di disturbante e sincero, che non riuscivo a liquidare come semplice moda.

Con Follow the Leader quella curiosità si è trasformata in ascolto vero e proprio. È un disco più consapevole, più strutturato e anche più ambizioso, che prende quanto di buono c’era agli inizi e lo espande senza snaturarlo. Le atmosfere restano cupe, opprimenti, spesso sgradevoli nel senso buono del termine, ma acquistano una dimensione quasi cinematografica, capace di trascinarti dentro un disagio che non cerca consolazione.

Jonathan Davis è il perno emotivo di tutto: voce spezzata, urlata, sussurrata, sempre sull’orlo del collasso. Non canta per piacere, canta per sopravvivere, e questo resta uno degli elementi che più mi ha fatto rivalutare i Korn rispetto ad altre realtà del genere. Anche musicalmente il disco funziona: riff ossessivi, basso ipnotico, groove che ti resta addosso e una produzione che rende tutto più massiccio senza perdere quell’aura malsana. E anche con le prime 12 tracce silenziose, di 5 secondi l'una: un minuto di silenzio in omaggio a Justin, un ragazzo malato terminale. 

Follow the Leader non mi ha fatto amare il nu metal in senso lato, ma ha consolidato il mio rispetto per i Korn. È uno di quei dischi che ascolti perché ti mette a disagio, perché non cerca approvazione e perché, nel bene e nel male, suona sincero. Per me rappresenta il momento in cui ho smesso di respingerli per principio e ho iniziato ad ascoltarli senza pregiudizi, riconoscendo che, almeno in questo caso, dietro l’etichetta c’era molta più sostanza di quanto volessi ammettere all’inizio.

martedì 10 febbraio 2026

Dark Quarterer - The Etruscan Prophecy

 The Etruscan Prophecy
Artista: Dark Quarterer
Anno: 1989
Tracce: 6
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
Avevo pronta un'altra recensione, ma appena saputo della morte di Fulberto Serena, storico chitarrista dei Dark Quarterer, ho deciso di buttare giù due righe per omaggiarlo. Oltre allo splendido War Tears, ho il privilegio di avere anche The Etruscan Prophecy, il secondo album della band heavy metal piombinese, in cui era presente questo splendido chitarrista che ci ha appena abbandonati. 

Quando mi sono imbattuto in The Etruscan Prophecy, ho avuto la netta sensazione di entrare in un luogo sonoro dove il tempo non corre come altrove. Non è un disco comodo, né immediato, e proprio per questo porta con sé un fascino tutto suo, un po’ oscuro, un po’ misterioso, profondamente radicato nella tradizione più epica e nello stesso tempo stranamente fuori dal tempo. 

La formazione, allora composta da Gianni Nepi (voce e basso), Fulberto Serena (chitarra) e Paolo Ninci (batteria), il disco si muove con passi lunghi e solenni, come se fosse concepito per raccontare storie antiche attorno a un fuoco collettivo. La title track, quasi dieci minuti di suono lento e narrativo, è l’esempio più chiaro di questo approccio: non è solo una canzone, è una piccola saga metallica che si sviluppa tra riff evocativi e cambi di atmosfera. 

L’apertura con “Retributioner” ti piomba addosso con un riff deciso, quasi telegrafico, che ti dice subito che qui non si viene a fare il semplice “metal da ascolto”, ma una musica che richiede attenzione. Brani come “Piercing Hail” e la spettrale “Devil Stroke” (tra le mie preferite) ampliano questo immaginario con tessiture più complesse, dove momenti acustici e passaggi quasi progressivi si intrecciano senza mai perdere quel senso epico e leggermente malinconico che sembra essere il filo rosso dell’intero lavoro. 

La produzione lascia chiaramente intravedere il suo tempo e i limiti dello studio in cui fu registrato, ma curiosamente questa imperfezione contribuisce all’atmosfera: c’è una sorta di patina vissuta che rende tutto più autentico, come se stessi ascoltando un documento emerso da qualche archivio dimenticato.

Il punto di forza dell’album, almeno per me, è proprio questa sua doppia natura: da una parte c’è la tecnica e la costruzione di canzoni lunghe e articolate, dall’altra una tensione evocativa che raramente suona gratuita o fine a se stessa. È un disco che cresce con l’ascolto, che si svela a piccoli strati, e che riesce a restituire un senso di epica metal lontana dai cliché più moderni, più vicina a un’idea di racconto sonoro che ti accompagna e ti cattura.

Proprio nel suo essere un po’ ostico, un po’ lontano dalle mode (di fine ani ottanta), sta la sua forza. È un disco che ti ricorda che il metal può essere narrativa, mito, profezia — e che a volte vale la pena lasciarsi trasportare in territori dove la musica sembra voler raccontare più storie di quante tu sia pronto ad ascoltare al primo impatto.

 Ciao Fulberto Serena. 

lunedì 9 febbraio 2026

Paul Auster - Nel Paese Delle Ultime Cose

 

Autore: Paul Auster
Anno: 1984
Titolo originale: In The Country Of The Last Things
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 176
Acquista su Amazon

Trama del libro e quarta di copertina:
Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c'è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l'oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i "cacciatori di oggetti", persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.

Commento personale e recensione:
Capita, ogni tanto, di sentire il bisogno di una pausa. Nel mio caso, una tregua dalle letture di fantascienza più dichiarate, anche se non necessariamente quelle piene di astronavi, futuri ipertecnologici e mondi lontani. Così ho deciso di virare su Paul Auster, autore che apprezzo moltissimo, e di affrontare Nel paese delle ultime cose, romanzo breve ma tutt’altro che leggero.
Peccato (o forse no) che la pausa sia durata pochissimo: dopo poche pagine è evidente che ci troviamo comunque dentro una distopia. Non fantascienza in senso stretto, certo, ma uno di quei territori di confine che spesso ne condividono l’anima più cupa e riflessiva. Una società collassata, un mondo che si sta letteralmente spegnendo, e l’umanità che sopravvive per inerzia, giorno dopo giorno.
La lettura, però, non mi ha conquistato subito. Anzi. Nonostante la brevità del romanzo, ho incontrato diversi scogli già all’inizio. Il testo è scritto in prima persona (sigh), in forma simil-epistolare (sigh di nuovo) e con una protagonista che si rivolge continuamente a un “tu” indefinito (e qui il sigh diventa corale). Una scelta stilistica che, almeno per i miei gusti, appesantisce la prima parte e contribuisce a una sensazione di lentezza e ripetitività. In più, per buona parte del romanzo, sembra quasi mancare quel “soave modo di scrivere” che spesso associo ad Auster.
Col senno di poi, però, viene da pensare che sia tutto voluto. Un trucco, se vogliamo chiamarlo così. Perché nella seconda parte il libro cambia passo: la narrazione si fa più viva, più tesa, emotivamente più coinvolgente. I personaggi acquistano spessore, il mondo raccontato smette di essere solo una cornice opprimente e diventa materia viva, dolorosa, concreta.
E poi c’è il finale. Bello davvero. Toccante senza essere ricattatorio, coerente con il tono del romanzo ma capace di lasciare il segno. È lì che Nel paese delle ultime cose mostra fino in fondo la sua forza: non tanto come distopia, quanto come riflessione sulla resistenza umana, sulla speranza che sopravvive anche quando tutto il resto è andato perduto. E viene automaticamente pensare a Gaza o Mariupol o Mogadiscio o decine se non centina di altre che hanno visto il terrore. 
Un libro non perfetto, almeno per chi fatica con certe scelte stilistiche, ma che alla fine ripaga la pazienza richiesta. E che conferma come Auster sappia parlare della fine del mondo senza mai dimenticarsi delle persone che lo abitano.

domenica 8 febbraio 2026

Juventus 2 - Lazio 2

 
Rase out, Cicce out, Ikkio out. Ma non importa e mi siedo al bancone, come un veterano del Viet fottuto Nam dopo aver spaccato legna nel pomeriggio. Anche la Juve spacca legna nel primo tempo: gioca in attacco, crea, fraseggia ed è proprio bella. Non una bellezza da superarmodella perché non segna (in realtà si, ma il VAR annulla), però una bellezza tranquilla. Come sappiamo però, Tranquillo morì inculato. Ed infatti sullo scadere del primo tempo, vaccata stratosferica di Locatelli e la Lazio passa immeritatamente in vantaggio senza mai aver creato niente. Ma la palla è tonda e si sa che può andare così. Il secondo tempo inizia subito con un incubo, ovvero il raddoppio dei laziali. Incredibile. Continuiamo comunque ad attaccare come forsennati, ma ci mancano le vere punte, quindi facciamo affidamento sul texano che come al solito segna. Sempre più fondamentale. E finalmente allo scadere il pareggio di Kalulu. Meglio di niente sebbene l'assedio sia stato continuo e costante. 

sabato 7 febbraio 2026

Satispay: paga in tre rate e Satispay Plus

 
Aprendo Satispay mi son accorto oggi che ci sono due novità. La prima riguarda il tanto atteso pagamento in tre rate (che però non è utilizzabile per i Micro pagamenti che hanno reso famosa la app) e la possibilità di fare un piano "plus" a pagamento per avere maggiori vantaggi. Mi son fatto scrivere l'articolo da VIKI per la prima parte:

Satispay entra ufficialmente nel club del “compra ora, paga dopo” e lo fa con una formula ormai super collaudata: il pagamento in tre rate, a tasso zero. Se vi suona familiare, tranquilli: sì, funziona esattamente come PayPal e Klarna. Stessa filosofia, stessa tentazione.

Il meccanismo è semplice: al momento del pagamento (online o nei negozi fisici abilitati) si seleziona “Paga in 3”, si inserisce l’importo totale e si conferma. La prima rata viene pagata subito, mentre le altre due vengono addebitate automaticamente nei due mesi successivi.

L’esercente riceve immediatamente l’intero importo, mentre l’utente diluisce la spesa senza interessi. Almeno sulla carta: TAEG 0%.

Limiti e condizioni

Non si tratta però di un liberi tutti. La funzione è soggetta ad alcune limitazioni:

  • Importo minimo: 30 euro
  • Importo massimo variabile, visibile direttamente in app
  • Funzione riservata a utenti maggiorenni
  • Disponibile solo su alcuni negozi, non ovunque
  • Non utilizzabile con buoni pasto o buoni acquisto

In breve: comoda, ma non universale.

È davvero una novità?

La risposta onesta è: no. Satispay non reinventa nulla, ma si allinea a uno standard ormai consolidato. PayPal, Klarna, Scalapay: il mercato spinge tutto nella stessa direzione, rendere la spesa più leggera oggi e rimandare il fastidio a domani.

Comodità sì, ma attenzione

Il pagamento rateizzato senza interessi è una grande comodità se usato con criterio. Diventa un problema quando smette di essere uno strumento e diventa un’abitudine. Tre rate da 100 euro sembrano poca cosa… finché non diventano tre rate da 100 euro moltiplicate per cinque acquisti diversi.

Satispay lo specifica chiaramente: un finanziamento è un impegno vincolante. Non è una frase messa lì per bellezza, ma un invito a fare due conti prima di premere “conferma”.

Conclusione

Il “Paga in 3” di Satispay è intuitivo, ben integrato e coerente con l’evoluzione dell’app, già ampiamente utilizzata nella quotidianità. Non è una rivoluzione, ma una scelta quasi obbligata per restare competitivi.

Usato bene, è una mano santa.
Usato male, è solo un modo elegante per spendere soldi che non abbiamo ancora.

Come spesso accade, la tecnologia non è il problema. Il problema siamo noi… e il dito facile sullo smartphone.

Ora ritorno io a scrivere, ma velocemente per Satispay Plus. Costa 3,99€ al mese o 39,99€ all'anno e promette di:

  • Fare cinque ricariche istantanee gratuite al mese
  • Azzerare le commissioni per cinque pagamenti oltre disponibilità al mese
  • 40% di punti extra sui pagamenti
  • Nessuna commissione sul salvadanaio remunerato 
  • Messina commissione sui fondi investimento
  • Assistenza clienti prioritaria 

venerdì 6 febbraio 2026

Iron Maiden - Dance Of Death

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 2003
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon


Dance of Death è stato il mio ultimo album acquistato degli Iron Maiden, e già questo dice molto. Non perché sia un brutto disco, anzi, ma perché con lui ho iniziato ad avere la sensazione che qualcosa si fosse incrinato, che l’heavy metal stesse andando avanti più per inerzia che per reale urgenza creativa.

Il lavoro svolto è comunque solido e innegabile: la band è compatta, suona bene, sa ancora costruire brani lunghi e articolati senza perdere del tutto la bussola. Canzoni come Paschendale restano tra le migliori della loro produzione recente, intense, drammatiche, con quella capacità narrativa che solo gli Iron Maiden sanno rendere così epica e coinvolgente.

Ho anche avuto modo di vederli dal vivo in quel periodo, a Firenze, e l’impatto sul palco era ancora devastante. Dal vivo funzionava tutto, come sempre: energia, presenza scenica, cori, un pubblico completamente rapito. Ma proprio questo contrasto ha iniziato a farmi riflettere, perché l’esperienza live sembrava compensare qualcosa che su disco iniziavo a sentire meno.

Ascoltando Dance of Death ho avuto per la prima volta la chiara impressione che l’heavy metal, almeno quello storico, stesse continuando a muoversi seguendo traiettorie già tracciate, senza il bisogno reale di reinventarsi. Non è mancanza di qualità, è mancanza di sorpresa. Tutto è al posto giusto, ma proprio per questo appare prevedibile.

Resta un album che rispetto e che ascolto senza fastidio, ma che segna per me una sorta di confine personale: il momento in cui ho smesso di comprare automaticamente ogni uscita dei Maiden e ho iniziato ad ascoltarli più con affetto che con entusiasmo. Dance of Death non chiude un cerchio per la band, ma probabilmente ne chiude uno per me.