martedì 27 gennaio 2026

Blind Guardian - Imaginations From The Other Side

 
Artista: Blind Guardian
Anno: 1995 
Tracce: 9
Formato: CD
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Imaginations From The Other Side è uno di quei dischi che non si limitano a suonare potenti: ti trascinano dentro un mondo. Fantasia, mitologia, metal epico e velocità si fondono in un cocktail che, vent’anni dopo, suona ancora vivo e gigantesco. 
Nel 1995 i Blind Guardian raggiungono il loro equilibrio perfetto tra power metal, struttura narrativa e orchestrazioni che paiono cinematografiche. È il punto in cui la band tedesca non è più “solo” una promessa del metal europeo, ma un riferimento obbligato per chi ama l’epica sonora e le storie che si dipanano tra draghi, castelli e battaglie interiori. E io, come sempre in questi casi, arrivo qualche anno dopo, anche se per l'epoca (la mia) mi pareva fosse una novità assoluta.
L’album si apre con la title track che è già dichiarazione di intenti: sette minuti di crescendo, cori mastodontici, riff intrecciati e quella sensazione di entrare in un’altra dimensione. È l’inizio di un viaggio, non di una semplice playlist. 
Da lì in poi si alternano momenti di velocità pura come I’m Alive e Another Holy War, a brani più narrativi e atmosferici come A Past and Future Secret o Bright Eyes, che dimostrano una versatilità rara anche in un genere tipicamente adrenalinico.
Quello che colpisce di questo disco è la cura nei dettagli: i cori multipli, l’intreccio tra chitarre e melodie vocali, le atmosfere che cambiano con naturalezza dentro lo stesso pezzo. La dinamica non è mai monotona, e ogni traccia ha una sua identità pur rimanendo coerente con il suono complessivo.
Inciso con la stessa ambizione con cui si scriverebbe una colonna sonora, Imaginations from the Other Side per me è un pilastro del power metal anni ’90: qui non ci sono compromessi, solo immaginazione che corre libera e senza freni.
Come direbbe VIKI "in sintesi": è un album epico, stratificato, spesso grandioso, capace di bilanciare riff frenetici e momenti meditativi, cori mastodontici e narrazioni intime. È uno di quei dischi che non si ascoltano per passatempo, ma per essere vissuti.
Se ami il metal che guarda alle leggende con gli occhi di un bambino e la spada di un guerriero, qui sei a casa. 
 
 

lunedì 26 gennaio 2026

The Expanse [Stagione 6]

 
Anno: 2021 - 2022
Titolo originale: The Expanse
Numero episodi:6
Stagione: 6
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 E così, alla fine, mi sono deciso. Ho premuto play sulla sesta (e ultima?) stagione di The Expanse dopo averla evitata con una certa ostinazione, di quelle irrazionali ma comprensibili. Non per mancanza di tempo, né di interesse. Semplicemente perché finire qualcosa che ami davvero è un piccolo lutto, e io non avevo nessuna voglia di elaborarlo. La quinta stagione, tanto per dire, l’avevo conclusa cinque anni fa. Cinque. Una serie in criogenia emotiva.
The Expanse però è una di quelle opere che non puoi lasciare sospese all’infinito. Ti guarda da lontano, paziente, come una nave in orbita che prima o poi tornerà a chiamarti. Sei episodi, zero tempo perso. E sì, la sesta stagione è breve: sei episodi secchi, senza riempitivi, senza divagazioni inutili. Una scelta che inizialmente può spaventare, ma che si rivela azzeccata. Qui non si allunga il brodo: ogni scena ha un peso, ogni dialogo è funzionale, ogni personaggio viene accompagnato – con rispetto – verso la sua destinazione finale.
La minaccia di Marco Inaros e della Marina Libera viene chiusa in modo coerente, senza colpi di teatro gratuiti. È una stagione più intima, più concentrata sulle conseguenze che sulle esplosioni, e forse proprio per questo funziona così bene. The Expanse non è mai stata fantascienza “muscolare”: è politica, sociologia, conflitto di classe travestito da space opera. Una fantascienza adulta (davvero).
Ed è qui che la serie si conferma, ancora una volta, come una delle migliori produzioni fantascientifiche degli ultimi decenni. Niente bene contro male, niente eroi immacolati. La Terra, Marte e la Cintura restano entità fragili, contraddittorie, incapaci di imparare davvero dai propri errori. Esattamente come noi.
La fisica continua a essere trattata con un rispetto quasi maniacale, le dinamiche di potere sono credibili, le scelte morali raramente rassicuranti. E in mezzo a tutto questo c’è l’equipaggio della Rocinante, che non ha mai smesso di sembrare una famiglia imperfetta ma autentica.
Holden, Naomi, Amos e Bobbie (più presenza che ricordo) arrivano alla fine del loro arco narrativo senza essere traditi dalla scrittura. Amos, in particolare, resta uno dei personaggi più riusciti mai visti in una serie sci-fi: disturbante, leale, profondamente umano nel suo essere “rotto”.
Ma è finita finita?…
Sì, perché tecnicamente questa è l’ultima stagione. Ma chi conosce i romanzi di James S.A. Corey sa bene che la storia non finisce qui. Non li ho letto, ma se ne parla spesso nei forum di genere. Amazon ha deciso di chiudere la serie lasciando aperta la porta a un possibile futuro: film, miniserie, revival? Tutto è possibile.
E, sorprendentemente, funziona. Non come frustrazione, ma come promessa. The Expanse si chiude senza tradire se stessa, lasciandoti con quella sensazione rara: non di incompiuto, ma di universo che continua a esistere anche senza di te spettatore.
Ho fatto bene ad aspettare? Forse sì. Forse no. Di certo, ho fatto bene a tornare.
La sesta stagione non è solo un finale dignitoso: è un atto di coerenza, una chiusura sobria, matura, che rispetta il pubblico e l’intelligenza di chi ha seguito la serie fin dall’inizio. In un panorama televisivo pieno di finali sbagliati, affrettati o semplicemente disastrosi, The Expanse esce di scena a testa alta.
E se davvero fosse un addio definitivo, allora va bene così.
Ma se un giorno dovessimo rivedere la Rocinante accendere i motori… beh, sappiamo già che saremmo pronti.

domenica 25 gennaio 2026

Degustazione alla Tenuta Campo Al Signore

 
Alla fine ce l’ho fatta.
Dopo anni a prendere polvere su uno scaffale – insieme a libri “che leggerò” e bottiglie “per un’occasione speciale” – una Smartbox regalatami dalla Cricca ha finalmente visto la luce. Non è stato indolore: periodo invernale, disponibilità che spariscono più velocemente del sole alle cinque del pomeriggio, tentativi a vuoto e qualche sconforto. Ma, come spesso accade, quando smetti di cercare trovi.
La meta è stata la Tenuta Campo al Signore, a Castagneto Carducci. Un luogo che incarna bene l’anima vitivinicola della Costa degli Etruschi: vigne curate, ritmi lenti, attenzione al dettaglio e quella sensazione – sempre piacevole – di essere ospiti e non semplici clienti. L’azienda lavora su una produzione di qualità in maniera biologica, legata al territorio e alle sue caratteristiche, con un approccio che unisce tradizione e visione contemporanea del vino.
La visita è iniziata con una passeggiata tra i filari, ordinati e silenziosi, immersi in quel paesaggio che d’inverno ha un fascino più ruvido ma autentico. Poi giù in cantina, piccola ed essenziale. I proprietari hanno voluto legare la loro passione per la viticoltura a quella per le auto, infatti i nomi delle vigne richiamano marchi come Alfa Romeo o Maserati, così come le etichette che si ispirano al mondo delle quattro ruote. 
A chiudere il cerchio, la parte migliore: degustazione di due vini (il Cabrio ed il Volante) accompagnati da un tagliere, semplice, onesto, perfettamente a fuoco. 
Finita la visita, non avevamo nessuna intenzione di tornare subito a casa. Così ci siamo spostati verso la spiaggia di Donoratico per una lunga passeggiata sul bagnasciuga, con la “nostra” cagnolina felicissima, scodinzolante e totalmente indifferente al fatto che fosse inverno. Aria fresca, mare calmo, pochi passi intorno: una di quelle parentesi che non cambiano la vita, ma la rimettono momentaneamente in asse.
Morale della storia: le Smartbox non sono immortali, ma con un po’ di pazienza possono ancora regalare giornate che vale la pena ricordare. E Castagneto Carducci, anche fuori stagione, resta sempre una certezza.

venerdì 23 gennaio 2026

Guns N' Roses - Use Your Illusion II

 
 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 14
Formato CD
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E sì, l'altra genialata dei Guns è stata quella  di far uscire il doppio, in maniera separata nel solito periodo. Non una mossa commerciale, non un B side: qui abbiamo 14 tracce, 14 hit. Nell'altro 16. Non è un’appendice né una raccolta di scarti: è un disco con una personalità fortissimaTrenta canzoni per due album stratosferici in cui nessuna, neanche My World a concludere è infilata per riempire. Tra l'altro qui c'è Estranged (guardatevi il video) che con i suoi 9 minuti e passa era la canzone perfetta da mettere al Juke Box di Calamoresca in estate: stessi soldi, monopolio di quei pomeriggi al mare, fino al tramonto.
 
Use Your Illusion II è il lato più luminoso, più aperto e allo stesso tempo più “politico” dell’universo Guns. Se il primo capitolo era introspettivo, teso, quasi notturno, questo è l’album che guarda fuori, al mondo, e lo fa senza filtri. E il fatto che ti sia piaciuto tanto quanto il primo ha perfettamente senso: insieme formano un unico corpo, due facce della stessa ossessione.

La copertina, con la stessa opera artistica virata di blu, completa il dittico visivo: non è un sequel pigro, è un contraltare. Dove il giallo del primo suggeriva tensione e calore, il blu qui porta distanza, ampiezza, quasi una freddezza controllata. Insieme raccontano perfettamente la doppia anima della band in quel momento.
Musicalmente Use Your Illusion II è più vario e, paradossalmente, più accessibile. Ci sono aperture melodiche enormi, momenti epici, ma anche stoccate durissime. È il disco in cui i Guns dimostrano di saper reggere arrangiamenti complessi senza perdere identità. Slash continua a brillare, ma è l'unione degli strumenti della band a fare la differenza: tutto è più stratificato, più pensato, meno istintivo ma più ambizioso.
Axl Rose qui è completamente fuori dalla gabbia. Non solo canta, ma prende posizione: parla di guerra, razzismo, censura, ipocrisia mediatica. Non sempre con eleganza, spesso con rabbia pura, ma sempre mettendoci la faccia. Use Your Illusion II è il disco in cui i Guns smettono definitivamente di essere “solo” una rock band per diventare un megafono. Con tutti i rischi del caso.
A distanza di millenni musicali l disco resta sorprendentemente potente. Alcuni eccessi sono evidenti, certi momenti sono figli del loro tempo, ma l’energia e l’urgenza non sono mai venute meno. È un album che non cerca di essere perfetto: cerca di essere grande. E ci riesce.
Use Your Illusion II è l’altra metà indispensabile del puzzle. Se il primo era il conflitto interiore, questo è lo scontro con il mondo. Separati funzionano, ma insieme raccontano davvero chi erano i Guns N’ Roses nel loro momento più alto e più instabile.
E sì: amarli entrambi è probabilmente l’unico modo corretto di ascoltarli.

Guns N' Roses - Use Your Illusion I

 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 16
Formato CD
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Ho traccheggiato così tanto che non potevo più rimandare. Anche perchè poi viene fuori un qualcosa di troppo distaccato e freddo. E questo mi dispiace e mi blocca nuovamente. Però per i Guns non potevano mancare le recensioni (chiamiamole "due parole" ) sui loro album per me più importanti. Use Your Illusion I è il momento in cui i Guns entrano prepotentemente nella mia vita (era un Natale, lo ricordo perfettamente) mentre a livello globale smettono di essere “solo” una band hard rock e decidono di diventare un mondo a parte. Ambizioso, eccessivo, irregolare, a tratti persino arrogante: tutto vero. Ma è anche il disco in cui dimostrano di poter fare molto più di quanto chiunque si aspettasse da loro. E se è tra i miai preferiti, capisco benissimo quanto questo sia ovvio, automatico, scontato.
 
Nel 1991 i Guns sono al centro dell’universo rock. Potevano rifare Appetite For Destruction in versione extra-lucida e incassare facile. Invece pubblicano due album gemelli, mastodontici, pieni di deviazioni, di stili, di idee. Use Your Illusion I è la faccia più oscura, più blues, più introspettiva (per quanto possa esserlo una band così). Meno immediata del “fratello” II, ma più densa.
La copertina – il dettaglio raffaellico filtrato di giallo – è una scelta geniale: arte classica trasformata in icona pop, bellezza e tensione insieme. Dice chiaramente che qui non si parla più solo di strada, risse e riff: si parla di dramma, di ego, di caduta e ambizione.
 
Musicalmente è un disco enorme. Non perché suona “grosso”, ma perché non sta mai fermo. C’è hard rock sporco, blues, orchestrazioni, momenti quasi cinematografici. Slash è in stato di grazia: meno istintivo rispetto ad Appetite, più narrativo, più consapevole. Duff e Matt Sorum costruiscono una base solidissima, mentre Axl prende definitivamente il centro della scena. Qui non canta soltanto: interpreta, guida, provoca, si espone. A volte esagera, certo. Ma Use Your Illusion I non esisterebbe senza il suo ego fuori scala.
 
È anche un disco emotivamente pesante. Non ti prende a pugni e basta: ti logora, ti tira dentro dinamiche tossiche, relazioni finite male, rabbia, paranoia, senso di tradimento. È un album che non cerca di piacere: pretende attenzione. E se gliela dai, ti ripaga. Nel libretto con i testi molte parole erano di turpiloquio, interrotte dagli asterischi *** e già questo in un adolescente dell'epoca significava molto. 
Riascoltato oggi, Use Your Illusion I resta sorprendentemente vitale. Non è invecchiato come certi dischi “perfetti”: è rimasto vero proprio perché non trovo imperfezioni. È il suono di una band che sta bruciando tutto, anche se stessa, pur di non essere prevedibile.
In sintesi: Use Your Illusion I non è un album facile, né accomodante. È un disco di eccessi, di ambizioni smisurate, di talento portato al limite. Ma è anche uno dei ritratti più sinceri di cosa possano essere i Guns N’ Roses quando smettono di fare i duri e iniziano a mostrare le crepe.
Non è solo uno dei loro lavori migliori. È uno di quelli che, se ti prende, non ti molla più.

giovedì 22 gennaio 2026

U2 - October

 The band standing together, wearing coats
Artista: U2
Anno: 1981
Tracce: 11
Formato: CD
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Visto che ieri ho preso il via con ben tre album musicali, voglio proseguire questa strada, così magari nel 2026 abbassiamo la media film / articoli di VER che supera il 40% (40,337% fino al 2025)). Non ascolto solo hard rock, progressive o metal, o meglio non lo ho sempre fatto. Gli U2 sono un gruppo più nelle corde del mio amico Fatikkio (detto Bonovox per gli amici del web), ma anche di gettons (che oggi compie gli anni), sebbene anche lui vari molti su altri generi. Comunque eccoci qui.
October è il disco degli U2 che molti saltano. E fanno male. Perché è il loro album più fragile, più irrisolto, più umano. Non è un manifesto, non è uno slogan, non è uno stadio pieno che canta in coro. È una stanza piccola, luci basse, e una band giovane che si chiede chi diavolo sia e dove stia andando.
Uscito nel 1981, subito dopo Boy e prima di War, October nasce in un momento complicato: smarrimento creativo, crisi personali, dubbi profondi (anche spirituali) che rischiano seriamente di far saltare il gruppo. Non a caso molte parti furono scritte o ricostruite in fretta, alcune idee perse, altre appena abbozzate. Eppure – o forse proprio per questo – il disco respira sincerità da ogni poro.
La copertina è già una dichiarazione d’intenti: una band spalle al muro, sguardi bassi, colori smorti. Niente posa da rockstar, niente giovinezza esibita. October non vuole piacere: vuole sopravvivere. Ed è un disco che sembra sempre sul punto di spezzarsi, ma non lo fa mai davvero.
Musicalmente è un album introverso, quasi timido. The Edge usa la chitarra come uno strumento atmosferico più che melodico, Larry (Mullen)  suona con una sobrietà quasi trattenuta, Adam Clayton costruisce fondamenta discrete ma essenziali. E Bono… Bono qui non è ancora “Bono”. È una voce che cerca, che domanda, che spesso non ha risposte. Ed è proprio questo il suo punto di forza.
I testi sono attraversati da una tensione costante tra fede, dubbio, paura di perdersi. Ma attenzione: non è un disco religioso in senso predicatorio. È un disco spiritualmente inquieto, che parla più di incertezza che di certezze. E questo lo rende molto più interessante di quanto gli venga solitamente riconosciuto.
October è anche l’album meno immediato degli U2, quello che non ti prende per mano. Va ascoltato senza aspettarsi “l’inno”, senza cercare il colpo ad effetto. È un lavoro di atmosfera, di silenzi, di spazi vuoti. Un disco che sembra sempre trattenere il fiato.
Riascoltato oggi, October suona come una fotografia sfocata ma autentica di una band prima della trasformazione. Qui non ci sono ancora i grandi temi universali, c’è il travaglio personale. Ed è affascinante proprio perché non è risolto, non è definitivo.
In conclusione: October non è un classico nel senso canonico del termine. È un passaggio, una crepa, un momento di vulnerabilità. Ma senza October non esisterebbero gli U2 che verranno dopo. È il disco in cui imparano che per parlare al mondo, prima bisogna fare i conti con se stessi.
E non è poco, per una band di ventenni.