Absolution è stato il mio primo album dei Muse: li conoscevo già, ero indeciso con Origin Of Symmetry, ma questo era appena uscito. Il punto di ingresso in un universo che, in quel momento storico, sentivo disperatamente necessario. Mi ci sono avvicinato incantato da Hysteria e, ovviamente, da Time Is Running Out, due brani che mi colpirono subito come qualcosa di diverso, di vitale, di ancora possibile.
Erano anni strani, musicalmente parlando. L’hard rock, per come lo avevo conosciuto e amato, mi sembrava ormai esaurito. Il progressive che apprezzavo non era certo roba che trovavi ovunque, l’heavy metal arrancava faticosamente verso una sorta di fine annunciata, mentre il Nu Metal occupava quasi tutto lo spazio disponibile. In quel contesto, i Muse mi apparvero come un faro in lontananza, qualcosa che prometteva ancora emozioni, intensità, dramma musicale.
Absolution mi colpì subito per voce, ritmo, chitarra e basso. Bellamy aveva un’impostazione vocale teatrale ma mai gratuita, sempre tesa, sempre sull’orlo dell’esplosione. Il basso era pulsante, protagonista, fisico, mentre la chitarra alternava potenza e melodia con una naturalezza che sentivo sempre più rara. Era musica che non aveva paura di essere enfatica, anzi, sembrava nutrirsene.
All’inizio ero invece piuttosto restio sull’uso della batteria, che ai primi ascolti mi sembrava quasi una semplice base di supporto ritmica, funzionale ma poco caratterizzante. Col tempo, però, ho imparato ad apprezzarla, a riconoscerne la precisione, la capacità di sostenere strutture complesse senza mai rubare la scena, ma nemmeno scomparire davvero.
Absolution è un disco cupo, apocalittico, drammatico fino al midollo. Parla di fine, di colpa, di paura, di controllo, e lo fa con una tensione costante che non si scioglie quasi mai. È un album che non cerca leggerezza, e che anzi sembra voler schiacciare l’ascoltatore sotto il peso delle sue atmosfere. Ed è proprio questo che, all’epoca, mi conquistò completamente.
Con il senno di poi, so che mi sono fermato ai primi quattro album dei Muse, e che il mio rapporto con loro è rimasto confinato a quella fase. Ma Absolution resta il punto zero, l’inizio di quella breve parentesi musicale. Il disco che mi fece pensare che, nonostante tutto, c’era ancora spazio per una musica intensa, emotiva, potente, senza rinunciare a melodia e ambizione.
Absolution non è l’album con cui ho scoperto i Muse, è il disco che in un momento di transizione musicale mi ha dato la sensazione di non essere rimasto solo ad aspettare qualcosa che non sarebbe più tornato. Non so se lo considero il loro migliore in assoluto perché apprezzo anche i precedenti ed il successivo , ma so per certo che senza di lui il mio rapporto con la band non sarebbe mai esistito.




