domenica 22 marzo 2026

Accademia Navale di Livorno e Melafumo

 

Da buon socio FAI, quando escono le Giornate di Primavera la domanda è sempre la stessa: dove andiamo quest'anno? La risposta di questa volta è stata Livorno, a due passi, per visitare l'Accademia Navale, aperta al pubblico in via straordinaria per l'occasione. Zizzi, complice il fatto di essere sempre curiosa ed apprezzare le richieste propositive, si è lasciata convincere senza nessuna resistenza.

L'Accademia Navale di Livorno non è una struttura qualsiasi. Fondata nel 1881 a Livorno fu scelta anche per un motivo sottile: in Toscana si parlava già l'italiano standard, e in un paese ancora diviso dai dialetti questo non era un dettaglio trascurabile. La zona scelta per costruirla ospitava dal 1640 il Lazzaretto di San Jacopo, una cittadella sul mare circondata da fossato e muraglia, a cui si accedeva da un ponte levatoio. Curiosità e chicca storica carpita da alcune spiegazioni: tra i primissimi allievi, ci fu Manlio Garibaldi, ultimo figlio maschio di Giuseppe. Oggi ospita circa 1.000 tra allievi  e ufficiali, e ogni anno i cadetti del primo anno trascorrono l'estate in navigazione sull'Amerigo Vespucci, la nave scuola a vela ufficialmente considerata la più bella del mondo.

Arriviamo davanti all'ingresso dopo una lunga caccia al parcheggio ( i labronici erano già in spiaggia o a passeggiare sul lungomare in massa, e i posti liberi di conseguenza in numero inversamente proporzionale) . La fila davanti ai cancelli è una muraglia umana. Ma qui entra in gioco il privilegio da socio FAI: salto la coda, Zizzi apprezza, entriamo.

L'Accademia è effettivamente un posto interessante da vedere. Peccato che l'organizzazione della visita fosse, diciamo così, poco militare per una struttura militare. Gruppi troppo numerosi che si fondevano tra loro perdendo qualsiasi forma di coerenza, ciceroni che si perdevano le persone per strada, stanze piccole con nozioni ripetute più volte a pappagallo nel tentativo di coprire chi non aveva sentito la prima volta. Vista l'apertura straordinaria, ci si poteva aspettare qualcosa di meno ordinario. E meno male che non li mandano in guerra, verrebbe da dire, perché rigore, regole e ordine erano gestiti in modo abbastanza creativo.

Finita la visita ci riaddentramo nel traffico di Calcuttorno   in cerca di un parcheggio nel quartiere Venezia. O anche a Mestre insomma. Nuovo incubo, nuovo miracolo. La caccia al tesoro si sposta poi su un locale per l'aperitivo, con la cena già prenotata che incombe. Scartato un bar con solo slot machine, uno che sembrava Little Odessa, uno a Marrakech, entriamo trafilati nel quarto disponibile. All'interno circa trenta persone sedute in silenzio a guardare una partita di basket videoproiettata a parete. La domanda sorge spontanea: siamo entrati in un circolo privato? La chiedo direttamente al bancone: "ma è un bar normale?". Gaffe clamorosa, realizzata poco dopo quando ho capito che si trattava del ThisIntegra, un locale gestito da ragazzi con disabilità o problematiche. Per fortuna hanno colto la buona fede e siamo stati benissimo.

La serata si chiude al Melafumo, che non ha bisogno di presentazioni. Ottima trattoria di pesce, prezzi abbordabili, comunismo genuino sul menu, sulle pareti, sui tavoli e sulle casse che suonano Bandabardó, Modena e CCCP. La giornata, tra code, gaffe e muraglia umana, si è chiusa nel migliore dei modi possibili.

Bruce Dickinson - Balls To Picasso

 
Artista. Bruce Dickinson
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Con Tattooed Millionaire avevo capito che Bruce fuori dagli Iron Maiden non aveva nessuna intenzione di fare il disco dei Maiden senza Maiden. Con Balls to Picasso  quella convinzione si consolida, ma in modo diverso da come mi aspettavo. Perché qui non c'è nemmeno la direzione chiara dell'esordio, quel rock diretto e senza fronzoli che almeno sapevi dove voleva arrivare. Qui c'è di tutto, messo insieme senza che nessuno abbia sentito la necessità di spiegare perché.

È il primo disco registrato con il chitarrista Roy Z, che diventerà il suo collaboratore principale per anni, e si sente che tra i due c'è una chimica che funziona. Ma quella chimica viene indirizzata in modo volutamente caotico: si passa dall'hard rock più muscolare a momenti quasi blues, da atmosfere oscure e pesanti a brani più melodici e accessibili, senza che ci sia un filo che tenga tutto insieme. Tears of the Dragon è forse il pezzo più noto, una ballata potente che dimostra quanto Dickinson sappia stare su una melodia intensa senza scivolare nel banale. Shoot All the Clowns è diretta, aggressiva, esattamente il tipo di brano che ti aspetti da lui nel periodo migliore. Ma poi il disco va da altre parti, e non sempre riesci a seguirlo con lo stesso entusiasmo.

Il cacciucco è un termine giusto. Non necessariamente un difetto, certe volte un piatto disomogeneo ha il suo fascino, e almeno non annoia. E in questo caso c'è una cosa che tiene tutto insieme anche quando la direzione manca: la voce. Bruce canta questo disco con la stessa convinzione con cui canta qualsiasi cosa, che sia un inno da stadio o un esperimento sghembo. Quella voce è il filo rosso quando manca tutto il resto, e basta da sola a giustificare l'ascolto.

Non è il suo album migliore, e probabilmente non è quello che consiglierei per avvicinarsi alla sua produzione solista. Ma per chi ha già fatto il percorso  i Maiden, Tattooed Millionaire, e la curiosità di capire dove stesse andando Balls to Picasso è un tassello necessario, anche con tutti i suoi difetti. O forse proprio per quelli.

sabato 21 marzo 2026

Dream Theater - Six Degrees Of Inner Turbulence

 
Artista: Dream Theater
Anno: 2002
Tracce: 6
Formato CD doppio
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Con i Dream Theater ho un rapporto che conosco bene: li adoro, li seguo da anni, e so esattamente dove il mio entusiasmo ha iniziato a smorzarsi. Six Degrees of Inner Turbulence  è quel disco lì, il punto di svolta, il momento in cui la band ha preso una direzione che rispetto intellettualmente ma che non riesco sempre a godermi fino in fondo.

Il disco è un doppio album, e già questo dice molto. Il primo CD raccoglie cinque brani relativamente compatti, per gli standard Dream Theater, almeno, tra cui The Glass Prison, che apre con una potenza brutale e un groove che ricorda il miglior Awake, e Blind Faith e Misunderstood, che bilanciano complessità e melodia in modo ancora efficace. C'è ancora il filo che mi lega a loro, ancora quella sensazione di essere trascinato dentro qualcosa di più grande. Il secondo CD è invece interamente occupato dalla suite omonima di quarantadue minuti divisa in otto movimenti, dedicata ai disturbi mentali: schizofrenia, disturbo bipolare, anoressia, autismo. Un concept ambizioso, serio, costruito con una cura maniacale.

Ed è proprio qui che il mio rapporto con il disco si complica. La tecnica c'è tutta, Petrucci alla chitarra e Rudess alle tastiere sono in forma straordinaria, e Portnoy alla batteria costruisce strutture ritmiche di una complessità quasi assurda. Ma tanta costruzione, tanta architettura, a tratti mi schiaccia invece di sollevarmi. È musica che richiede un ascolto attivo, concentrato, e certi giorni quella concentrazione non ce l'ho. O meglio: ce l'ho, ma non sempre mi dà in cambio quello che mi aspetto. Con Metropolis Pt. 2 quella complessità aveva un centro emotivo potentissimo che la giustificava tutta. Qui la sensazione, a tratti, è di virtuosismo fine a se stesso.

Non è una critica definitiva, è più una constatazione onesta. Six Degrees è un grande disco per chi vuole i Dream Theater più ambiziosi e costruiti. Per me è il disco che ha segnato l'inizio di un rapporto più discontinuo con la band: li ascolto ancora, li apprezzo ancora, ma con meno incondizionatezza di prima. E se devo scegliere un album da ascoltare, quello non mi viene certo in mente. 

venerdì 20 marzo 2026

L'Inganno (2017)

 
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Titolo originale: The Beguiled
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Film:
  

Tra i film in lista ho tirato a caso, e mi è uscito L'Inganno di Sofia Coppola. Non era esattamente quello che avrei scelto di mia spontanea volontà: è un film in costume, ambientato intorno al 1860 nella Virginia del Sud, con quel ritmo meditativo e quella fotografia algida che sono la firma della regista. Probabilmente sarebbe stato più adatto a una visione con Zizzi, che per questo tipo di cose ha più pazienza di me.

La storia è quella di un soldato unionista ferito, Colin Farrell, che viene raccolto e curato in un collegio femminile del Sud gestito da Nicole Kidman. Intorno a lui si muovono insegnanti e studentesse, e tra le mura di quella casa isolata dalla guerra si sviluppano tensioni, desideri repressi, gelosie. La Coppola prende un soggetto che di per sé ha tutto: ambiguità, pericolo, seduzione, violenza trattenuta, e lo porta sullo schermo con una sobrietà tale da svuotarlo quasi completamente di tensione. Il risultato è un film che sfiora continuamente qualcosa di interessante senza mai decidersi ad affondarci dentro.

Farrell fa quello che può con un personaggio che alterna la furbizia al patetismo, la Kidman è sempre efficace anche quando il materiale non la aiuta, e il cast femminile nel complesso funziona. Ma la trama, nonostante la serietà del soggetto, scivola verso una semplicità quasi disarmante. I meccanismi narrativi sono talmente espliciti, le dinamiche talmente prevedibili, che a un certo punto smetti di aspettarti sorprese. Devo dire che mi ha anche fatto pensare che quella stessa trama ( un uomo solo in una casa piena di donne con desideri repressi in un'ambientazione isolata ) con scelte diverse avrebbe potuto diventare materiale per tutt'altro tipo di pellicola. orientata al soft porn o anche più spinto. Non è una critica, è solo la constatazione di quanto il soggetto originale fosse intrinsecamente esplosivo e quanto il film abbia scelto deliberatamente di non farlo esplodere. 

Edizione: bluray

Versione in bluray con ottima resta fotografica e traccia audio in DTS multicanale. Gli extra sono i seguenti:
  • Cambiare prospettiva (7 minuti)
  • Lo stile del Sud (6 minuti) 


giovedì 19 marzo 2026

Stratovarius - Destiny

 

Artista: Stratovarius
Anno: 1998
Tracce: 10
Formato: CD 
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C'era un modo di scoprire la musica, negli anni Novanta, che oggi non esiste più. Non gli algoritmi, non le playlist generate, non i consigli di Spotify. C'era la cassetta. Una audiocassetta mista che ti passava un amico, piena di roba eterogenea, registrata senza troppa logica, e dentro cui potevi trovare qualsiasi cosa, compreso qualcosa che non ti aspettavi e che ti incuriosiva. Così ho incontrato gli Stratovarius. C'era Anthem of the World su una di quelle cassette vaganti, e quando è partita non ho più pensato ad altro finché non ho trovato il disco da cui veniva.

Destiny esce nel 1998 ed è uno degli album più riusciti della storia del power metal europeo, il che non è poco, considerando quanto quel genere fosse affollato in quegli anni. Gli Stratovarius finlandesi erano già una band rodatissima a quell'altezza, con alle spalle una discografia solida, ma con Destiny raggiungono una maturità compositiva che si sente in ogni traccia. Il duo Timo Tolkki alla chitarra e Timo Kotipelto alla voce funziona come raramente funziona in un gruppo: Tolkki costruisce architetture complesse, veloci, tecnicamente impeccabili, e Kotipelto le abita con una voce pulita, potente, capace di stare su melodie impegnative senza perdere calore.

Anthem of the World resta il brano che mi ha aperto la porta e riascoltandolo oggi capisco perché. Ha quella combinazione di velocità e melodia, quel ritornello che si deposita dentro e non se ne va, quella struttura che sembra semplice e invece è costruita con cura. Ma il disco ha molto altro. Cold Winter Nights è una ballata che non scade nel sentimentalismo facile. Destiny in apertura stabilisce subito che non ci sarà niente di banale. Dimostra che la band sa essere epica senza diventare pomposa.

È rimasto uno dei miei power metal preferiti, anche a distanza di anni. Ogni tanto penso a quella cassetta e a quanto fosse casuale tutto, il brano giusto, il momento giusto, l'amico giusto. La musica funzionava così, e forse funzionava bene proprio per questo.

martedì 17 marzo 2026

Young Sherlock [Stagione 1]

 
Anno: 2026
Titolo originale: Young Sherlock
Numero episodi: 8
Stagione: 1 
 
Su Sherlock Holmes ci saranno decine di romanzi apocrifi e pure film o serie TV, perchè è innegabilmente un personaggio che funziona. A questo giro ci riprova anche Guy Ritchie ben sapendo che Sherlock è uno di quei personaggi che resiste a qualsiasi riadattamento, qualsiasi epoca, qualsiasi formato e la versione giovane non fa eccezione. Hero Fiennes Tiffin nei panni di un Holmes diciannovenne, grezzo, ancora lontano dal detective metodico che diventerà, ha il suo fascino. Il personaggio regge. Il problema è quasi tutto il resto.

La serie è diretta e prodotta da Guy Ritchie, alla sua terza incursione nel mondo di Holmes dopo i due film con Robert Downey Jr. E si sente: c'è la sua firma ovunque, nel ritmo frenetico, nelle sequenze d'azione ogni quindici minuti, nella colonna sonora rock che non ha niente di vittoriano. L'ambientazione è Oxford del 1871, ma l'atmosfera è più quella di un film d'azione moderno travestito da periodo storico. La serie si sposta da Oxford a Parigi a Costantinopoli con una velocità che non lascia mai respirare niente: né i personaggi né la trama.

Ed è proprio qui il problema. La trama è la parte più debole di tutto. Le intuizioni di Sherlock, quegli sprazzi di deduzione che dovrebbero essere il cuore del personaggio  ci sono, ma sono poche, inserite quasi di passaggio, insufficienti a sostenere otto episodi di complotto globale. La base narrativa è talmente fragile che le svolte si succedono senza che niente sembri davvero costruito. Si passa da un colpo di scena all'altro senza che nessuno abbia il tempo di diventare credibile. Il risultato è una serie che in potenza avrebbe molto da offrire, il cast non è male, Moriarty nelle mani di Dónal Finn funziona benissimo, Colin Firth è Colin Firth, ma che nel complesso resta su un livello decisamente infantile, più vicino a un teen drama d'avventura che a un vero mystery.

Vale la visione? Sì, con aspettative calibrate. Se cerchi un Sherlock Holmes che ragiona, deduce e ti tiene sulle spine con la testa, guardati la BBC. Se vuoi otto episodi scorrevolissimi con qualche momento divertente e un protagonista che ha il potenziale per crescere, Young Sherlock ci sta. Ma la sensazione, alla fine, è quella di una serie che poteva essere molto di più.