Il nu metal, come sa chiunque mi conosca, non è esattamente il mio territorio naturale. Con i Korn avevo fatto un'eccezione ragionata e reggeva. I Deftones sono un caso diverso: White Pony è il disco in cui la band di Sacramento decide esplicitamente di allontanarsi dall'etichetta nu metal, e in parte ci riesce. Le influenze quasi rap, il trip-hop notturno di certi passaggi, i silenzi usati come strumento... Tutto questo mette il disco in una categoria a parte rispetto ai colleghi di scena. Chino Moreno alla voce sa alternare l'urlo al sussurro in modo che pochi altri sanno fare, e su certi brani tipo Digital Bath, Passenger con la voce ospite di Maynard James Keenan dei Tool il risultato è davvero suggestivo.
Però. Le sonorità nu metal non spariscono del tutto, e nei momenti in cui riemergono come la ferocia grezza di Elite, certi passaggi più pesanti e diretti, il disco mi prende meno. Non è un problema di qualità oggettiva: è semplicemente che quel tipo di aggressività non mi entra dentro in modo naturale, e non è bastato White Pony a cambiare le cose.
È un buon album, probabilmente il migliore che quel movimento abbia prodotto. Capisco perché il mio coinquilino ci fosse andato in fissa. Ma rimane uno di quei dischi che apprezzo senza amare, rispettato a distanza, come si fa con certi vicini di casa educati con cui non diventi mai amico.




