mercoledì 22 aprile 2026

Primo giorno sul Monte Olimpo

 
Eh lo so, poca roba a livello fotografico. Non ci posso fare niente, oggi pioggia tutto il santo giorno. Senza via di scampo. Decido però di seguire uno dei tanti sentieri che mi portano verso l'alto, alla ricerca, se non degli déi, quantomeno di Pollon. Escludo quindi la salita più ripida che porta ai rifugi, ma escludo anche le gole e i guadi. Già il fatto che l'acqua venga dall'alto mi sembra abbastanza e non sono di quelli che se le vanno a cercare. Così tocco una delle cime più basse del massiccio tale Γκόλνα (che non so come si pronunci o scriva in caratteri latini). Comunque siamo a solo un terzo circa delle vette più imponenti, arrivando solo a 1034 metri. Il dislivello di 750 non è però una bazzecola anche se devo dire che se le pendenze saranno sempre queste, in condizioni meteo favorevoli posso raddoppiare senza problemi. Anche le discese, nonostante il fango mi sembrano accettabili ed il bosco copre per la maggior parte del tracciato i sentieri. Intanto continua a piovere, ma io sono pratico, logico e ottimista e so che sopra le nuvole c'è il sole.

martedì 21 aprile 2026

Palaios Panteleomas, Platamonas e Agia Kori

 
Se Larisa mi aveva stupito per la sua vitalità, la serata di ieri mi ha definitivamente conquistato con i suoi prezzi bislacchi: ho pagato un’intera cena quanto un singolo cocktail. Rigenerato, stamattina mi sono messo in viaggio verso nuove avventure, puntando la bussola ancora più a nord.
​La prima tappa è stata il paesino di Palaios Panteleimonas, una vera gemma di pietra arroccata nel tempo. Passeggiare tra le sue viuzze strette è stato come entrare in una cartolina (si dice così, no?): da una parte la vista si perdeva verso il Mar Egeo, oggi velato da una saracinesca di foschia, mentre dall'altra svettava, imponente e ancora innevato, il Monte Olimpo. È lui il fulcro dei miei prossimi giorni, ed era lì a guardarmi mentre facevo colazione con un caffè e una fetta di torta tipica locale, di quelle che non ricordi il nome ma di cui non dimentichi il sapore. Sulla strada, una sosta veloce per ammirare dall'esterno l'imponente Castello di Platamonas, una sentinella medievale che domina la costa.
​Ma la vera chicca della giornata è arrivata poco dopo: le cascate di Agia Kori, vicino a Vrontou. Per arrivarci ho seguito un breve trekking nel bosco che definire rigenerante è poco. La combinazione tra il verde intenso degli alberi, il rumore dell'acqua e la piccola chiesetta nascosta rende il posto incredibilmente suggestivo. Un momento di pace pura prima di raggiungere Litóchoron, la mia base per le prossime sfide.
​Litóchoron è una sorpresa. Nonostante si trovi a una quota molto bassa, proprio alle pendici dell'Olimpo, l'atmosfera che si respira è quella di un borgo della Val di Fassa: estremamente curato, pulito e con quell'aria di montagna che ti fa venire voglia di stringere i lacci degli scarponi e partire subito. Ma è troppo tardi, così corro a fare check-in. Qui ho il privilegio di dormire nella casa più antica del paese, un luogo che trasuda storia, ma la vera fortuna è stata incontrare Anna, la padrona di casa. Di origini teutonico-greche e grande appassionata di montagna, si è rivelata una miniera d'oro di informazioni. Mi ha fatto un briefing degno di una guida alpina su cosa aspettarmi nei prossimi giorni: ghiaccio, neve in quota, guadi e ponti che potrebbero aver visto giorni migliori. Mi ha persino prestato i suoi bastoncini, che domani saranno i miei migliori amici. L'Olimpo mi aspetta, anche se ora ha iniziato a piovere come Zeus la manda.

Album fotografico Ai piedi dell'Olimpo 

lunedì 20 aprile 2026

Dalle Meteore a Larisa



Nuovo giorno, nuovo cambio di scenario. Oggi si punta verso Larisa: una città decisamente più caotica, ma vibrante e piena di vita, il che non guasta se l'idea è quella di godersi un po' di movimento serale e magari tirare tardi senza il silenzio monastico di Kastráki. Prima di salutare definitivamente le rocce giganti, però, non potevo non concedermi l'ultimo "saluto" in quota.
​Ho dedicato la mattina a un trekking più breve rispetto alla maratona di ieri, ma decisamente più tecnico e impegnativo: la salita verso la cosiddetta "Prigione dei Monaci" (Monks Prison). Non fatevi ingannare dal nome o dalla distanza ridotta, perché qui le pendenze si fanno serie e il terreno richiede attenzione. Ma l'entusiasmo è rimasto alle stelle: muoversi tra quei picchi, infilandosi nelle pieghe della roccia e scoprendo questi antichi eremi incastonati nelle cavità naturali, è un'esperienza che ti fa sentire minuscolo e fortunato allo stesso tempo.
​Sulla strada verso Larisa, ho voluto assecondare la mia anima speleo facendo una deviazione verso la Grotta di Theopetra. Devo ammetterlo, è stata un po’ una delusione, ma non potevo ignorarla sapendo che era lì, proprio sul mio tragitto. Poco male, perché il vero shock l’ho avuto una volta arrivato in città. Qui il termometro segna quasi 30°C, un anticipo d'estate in piena regola, eppure guardandomi intorno mi sento un alieno: io in maniche corte e i greci che girano tranquillamente con bomber, giubbotti e giacche di pelle. Mi chiedo se abbiamo termostati biologici tarati su pianeti diversi, ma tant’è.
​Dopo aver preso possesso del mio alloggio, l'incantevole Joanna 1 che, piccola gioia del viaggiatore, ha pure un posto auto privato in una città dove parcheggiare è un’impresa epica, mi sono buttato subito in strada. Girare sotto il sole per Larisa è una scoperta continua: tra un caffè moderno e un negozio affollato, spuntano i resti del teatro antico e siti archeologici che ti ricordano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia profonda la storia che calpestiamo qui. Stasera niente nanna presto, Larisa chiama!

Album fotografico Dalle Meteore a Larisa 

domenica 19 aprile 2026

Meteore, sei monasteri

 
​Il secondo giorno è stato quello delle gambe forti e dei polmoni pieni. Mi sono sparato un trekking di circa venti chilometri, un anello pazzesco che mi ha permesso di toccare tutti e sei i monasteri principali, più qualche gemma nascosta che il turista "da pullman" non vedrà mai nemmeno col binocolo. Ho scelto strategicamente la domenica per essere sicuro di trovarli tutti aperti, ma c’è il rovescio della medaglia: essendo quasi tutti raggiungibili comodamente in auto, mi sono ritrovato spesso circondato dall'assalto del turismo mordi e fuggi. È un contrasto stridente: tu arrivi lì col fiato corto, il sudore sulla fronte e il ritmo lento di chi ha scalato la roccia, e ti ritrovi catapultato tra i motori accesi dei bus giganti e la folla che scende per il selfie di rito. Però, sapete che c’è? Il mondo è grande e c’è spazio per tutti, anche se io preferisco di gran lunga la soddisfazione di guardarli dal basso o dall'alto prima di conquistarli scalino dopo scalino.
​Il mio giro in senso orario è iniziato ufficialmente con il Monastero di San Nicola (Agios Nikolaos), quello che ieri avevo visto invece si chiama niente popò di meno che Exōkklḗsi Genesíou Tēs Theotókou. Da lì è stata un'ascesa e discesa continua di meraviglia. Sono passato per il maestoso Gran Meteora, che domina tutto dall'alto della sua roccia più imponente, e per il vicino Varlaam, dove il tempo sembra essersi fermato nonostante il viavai. Scendendo e risalendo lungo i sentieri, ho incrociato il profilo elegante di Rousánou, che sembra letteralmente sbocciare dalla pietra, per poi puntare verso l'estremo opposto del complesso: il monastero della Santissima Trinità (Agia Triada), forse il più iconico e faticoso da raggiungere, e infine San Stefano, che si affaccia come un balcone sulla valle sottostante.
​Ma la vera chicca del mio percorso a piedi non sono stati solo i "big six". Muovendomi lungo i sentieri interni, sono riuscito a scovare posti che profumano di eremitismo vero, come il monastero di Ipapantis, incastonato in una grotta come un segreto prezioso, e i numerosi scorci che dal bosco si affacciano sui pinnacoli. Questi angoli di silenzio, sono quelli che ti fanno capire perché i monaci abbiano scelto proprio queste vette. Torno a Kastráki comunque riposato rispetto al tragitto fatto e con gli occhi pieni di una bellezza che non si può spiegare se non la si vive passo dopo passo. E domani? Domani si replica, con un giro più corto ma altrettanto promettente.

Album fotografico Meteore, sei monasteri 

sabato 18 aprile 2026

Arrivo a Kastraki

 

Ci risiamo. Dopo aver battuto palmo a palmo le spiagge di Creta, il caos magnetico di Atene e la storia polverosa del Peloponneso, questa volta il mio radar punta verso nord, con gli scarponi da trekking già scalpitanti addosso (non entrano nello zaino). Tutto comincia nel cuore della notte, in quel limbo temporale dove il confine tra "andare a dormire" e "svegliarsi" svanisce del tutto: direzione Roma, perché il mio volo per Salonicco decolla alle sei in punto. Qualcuno la chiamerebbe follia, io lo chiamo spirito d'adattamento, perché quando la meta chiama, la sveglia non pesa mai davvero. Il mio "jet privato" marchiato Ryanair decide di fare il miracolo, sfrecciando come un missile (metafora rischiosa, lo so, ma passatemela per l'entusiasmo) e atterrando a destinazione con addirittura trenta minuti di anticipo. Una volta recuperata l'auto a noleggio, la prima tappa è un classico intramontabile: l'autogrill. Sfido apertamente la sorte, ma stavolta nessun camion ha deciso di montarmi sopra e, appurato che la fortuna aiuta gli audaci, mi metto finalmente in marcia verso la vera prima meta di questa avventura: Kastráki.

​Magari vi starete chiedendo che posto sia, ed effettivamente Kastráki è poco più di un avamposto, un grumo di case basse e tetti rossi che sembra quasi scusarsi per essere lì, schiacciato contro le pareti di roccia ciclopiche di Meteora. Ma è proprio questa la sua magia: è la porta d'accesso a uno dei luoghi più surreali del pianeta, dove la geologia ha deciso di fare a pugni con la gravità. Le Meteore, letteralmente "rocce sospese nell'aria", sono enormi pilastri di conglomerato che emergono dalla pianura della Tessaglia come dita di pietra puntate verso il cielo. Secoli fa, i monaci bizantini cercarono rifugio e isolamento proprio sulle loro sommità, costruendo monasteri che sembrano sfidare ogni legge fisica. Un tempo ci si arrivava solo con carrucole e scale di corda, mentre oggi, per nostra fortuna, ci sono sentieri e scalinate scavate nella roccia.

​Il paesino di Kastráki, a parte la vista che ti toglie il fiato ogni volta che alzi gli occhi, è piuttosto tranquillo, non offre chissà cosa e dato che la vera grande sfacchinata l'ho programmata per domani, non riesco comunque a stare fermo. Nonostante il cielo decida di fare i capricci con qualche gocciolone di pioggia che appare e scompare nel giro di pochi minuti, decido di improvvisare una piccola escursione esplorativa. Mi metto in cammino lungo i sentieri più battuti che serpeggiano ai piedi delle torri di pietra, avvolto da un silenzio quasi mistico, finché non mi ritrovo al cospetto del monastero di San Nicola Anapausas. (EDIT: sarebbe Exōkklḗsi Genesíou Tēs Theotókou, scoperto il giorno dopo ). È uno dei più piccoli e affascinanti,  arrampicato su una rupe strettissima che ha costretto i monaci a sviluppare la struttura verticalmente su più piani. Vedere quella costruzione così minuta eppure così tenace, incastrata tra le rocce scure e il verde brillante della primavera greca, è il benvenuto perfetto. Il trekking vero inizia domani, ma la Grecia del nord ha già iniziato a sussurrare le sue storie. E io ascolto. 

Album fotografico Arrivo a Kastraki 


mercoledì 15 aprile 2026

Motorhead - Overkill

 

Artista: Motorhead
Anno: 1979
Tracce: 10+5
Formato: CD 
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Con i Motörhead ho un rapporto simile a quello che ho con i Black Sabbath: li stimo, li rispetto, riconosco il loro peso nella storia, ma non li ascolto con la stessa compulsività che riservo ad altri. Detto questo, Overkill  è uno di quei dischi che mi prendono in modo diverso, forse perché appartiene a quel periodo anni Settanta in cui il rock aveva ancora una fisicità diretta e senza mediazioni che trovo difficile non apprezzare.

Lemmy Kilmister, Fast Eddie Clarke e Phil Taylor formavano un trio che non aveva nessun interesse a sembrare raffinato. Overkill è grezzo, veloce, rumoroso, registrato con quell'urgenza che i dischi di fine anni Settanta avevano quasi per definizione. Il basso di Lemmy non sta mai sotto la chitarra: è in primo piano, borbottante e aggressivo, quasi un secondo strumento solista. Clarke sforna riff diretti e senza fronzoli. Taylor picchia sulla batteria come se stesse cercando di sfondare qualcosa.

La title track apre il disco con una doppia cassa che all'epoca doveva sembrare una dichiarazione di guerra, e per certi versi lo era. Stay Clean e Damage Case sono forse i brani più accessibili, quelli che restano più in testa. Ma l'intero disco (ho la versione con le cinque tracce aggiuntive, non quello originale) ha una coerenza di fondo che non stanca: non ci sono momenti di pausa, non ci sono concessioni, non c'è niente che non debba esserci.

È esattamente il tipo di musica che sento più vicina rispetto a molta roba nata dopo il 2000, non per nostalgia, ma perché ha qualcosa di concreto e fisico che fatico a trovare altrove. I Motörhead non suonavano per piacere a qualcuno. Si sente.