venerdì 9 gennaio 2026

Metallica - Master Of Puppets

 Master Of Puppets (Remastered)
Autore: Metallica
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
Deh, ogni volta che mi vedo uno short di tale Caravaggio su Youtube, mi si aprono mille ricordi. Ed eccoci qua a parlare ancora (troppo poco in realtà) dei Metallica.  Parlare di Master of Puppets significa confrontarsi con quello che molti considerano il monolite definitivo del metal, un'opera talmente imponente da trascendere i confini del genere per entrare di diritto nella storia della musica del Novecento. Per me è un album arrivato successivamente, per riscoprire il gruppo dopo che ero partito con il Black Album del 91: c'è sempre stato quel senso di apprezzamento profondo che non sfocia mai in un amore assoluto, perché descrive perfettamente l'impatto che i Metallica di quegli anni potevano avere su di me, ovvero una macchina da guerra tecnica e compositiva che incute quasi timore per la sua perfezione formale. Se con gli Iron Maiden mi sentivo al caldo della mia comfort zone, con questo album del 1986 entriamo in una cattedrale di cemento e acciaio, dove ogni nota è incastrata in un’architettura sonora complessa e implacabile che non lascia spazio all'improvvisazione.
​L'album si apre con l'ingannevole delicatezza acustica di Battery, che in pochi secondi esplode in un assalto sonoro che definisce i canoni del thrash metal, ma è nella title track che i Metallica firmano il loro testamento artistico. Master of Puppets è una suite monumentale che alterna una violenza ritmica chirurgica a un intermezzo melodico di rara bellezza, dove le chitarre di James Hetfield e Kirk Hammett si intrecciano in armonie che sembrano quasi musica classica prestata alla distorsione. È un disco che parla di controllo, di manipolazione e di dipendenza, temi che vengono sviscerati attraverso strutture narrative che rifiutano la classica forma canzone per esplorare territori più progressivi e articolati.
​Il cuore pulsante dell'opera resta però il contributo di Cliff Burton, il cui basso non si limita a seguire la batteria, ma diventa uno strumento solista, fluido e colto, capace di elevare brani come Orion a vette di puro lirismo strumentale. È proprio questa tensione tra la furia cieca di pezzi come Damage, Inc. e la costruzione quasi sinfonica di Welcome Home (Sanitarium) a rendere l'ascolto un'esperienza totalizzante, un viaggio oscuro nei meandri della psiche umana sorretto da una produzione che, per l'epoca, risultava incredibilmente nitida e potente. Anche per chi non ha mai giurato fedeltà eterna ai Metallica, Master of Puppets rimane un passaggio obbligato, un "must to listen" perché rappresenta il momento irripetibile in cui l'aggressività giovanile ha incontrato una visione artistica superiore, cambiando per sempre le regole del gioco e dimostrando che si poteva essere estremi senza rinunciare a una scrittura di altissimo livello.

giovedì 8 gennaio 2026

Il Ribelle - Starred Up (2013)

 
Regia: David Mackenzie
Anno: 2013
Titolo originale: Starred Up
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
Pagina di I Check Movies
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Il Ribelle (titolo originale Starred Up) è uno di quei film che colpiscono allo stomaco non solo per la brutalità delle immagini, ma per la tensione emotiva costante che riesce a trasmettere. Ambientato tra le mura di un carcere britannico ad alta sicurezza, il film racconta il passaggio di Eric, un giovane ultra-violento, dal riformatorio alla prigione per adulti, dove ritrova il padre, Neville, detenuto da lungo tempo. Nonostante io non sia un amante dei film che fanno della guerra o dello scontro fisico il loro unico motore (mi piacciono violenti, ma non quando questa componente è fine a se stessa), in questo caso ho trovato una profondità rara, merito soprattutto di un rapporto padre-figlio che costituisce il vero cuore pulsante dell’opera. È un legame viscerale, distorto, che dà un senso fortissimo a ogni inquadratura: vedere questi due uomini cercare di comunicare in un ambiente che nega ogni forma di affetto è un’esperienza potente e, a tratti, commovente nella sua tragicità.

​Ciò che rende il film estremamente autentico è la gestione della violenza. Spesso i protagonisti agiscono spinti da una rabbia cieca e da problemi di controllo che li portano a compiere scelte che, viste dall'esterno, appaiono stupide o autolesioniste. Eppure, nel contesto claustrofobico e spietato della prigione, questa impulsività risulta terribilmente realistica. Non c’è gloria nel loro modo di combattere, ma solo il riflesso di un’esistenza passata a difendersi da tutto e tutti. Il regista David Mackenzie evita abilmente i cliché del genere "prison movie" per concentrarsi su una sorta di studio antropologico: la prigione diventa un ecosistema dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di soffocare o esplodere, e dove il supporto psicologico cerca faticosamente di farsi strada tra l'indifferenza delle istituzioni e la ferocia dei detenuti.

​L'interpretazione di Jack O'Connell (mi ha riportato ai tempi di Skins), nei panni di Eric, è magnetica e trasmette perfettamente quel senso di pericolo costante tipico di chi non ha più nulla da perdere, mentre Ben Mendelsohn, nel ruolo del padre, offre una prova magistrale fatta di sguardi e silenzi carichi di rimpianto. È un film che non fa sconti e che mostra come la violenza sia spesso l'unico linguaggio conosciuto da chi è cresciuto senza una guida, ma suggerisce anche che, perfino nell'oscurità più profonda di una cella, il bisogno di un riconoscimento paterno e di un'identità rimane l'ultima ancora di salvezza. È un’opera cruda, vera, che mi ha lasciato addosso un senso di riflessione profonda sulla natura della rabbia e sulla possibilità, sempre così fragile, di spezzare il cerchio dell'odio

Satispay lancia "Investimenti"

 

Chi mi segue sa che sono un grande fan della semplicità. Per questo uso regolarmente Satispay per i piccoli pagamenti quotidiani, dalle colazioni agli scambi di denaro con gli amici (solo con Funflus praticamente) . Ultimamente mi sono trovato molto bene anche con il loro Salvadanaio remunerato: un modo comodo per mettere da parte qualcosa e vederlo crescere senza sforzo.

​Tuttavia, aprendo l'app oggi, la novità è un’altra: è arrivata la sezione Investimenti. Satispay ha deciso di fare il "grande salto", proponendo tre diversi profili per far fruttare i nostri risparmi nel tempo. Mi sono fatto aiutare da VIKI per avere più chiarezza a riguardo:

​Come funziona la nuova sezione?

​L'idea è quella di rendere l'investimento accessibile a tutti, suddividendo l'offerta in tre strade principali, a seconda di quanto tempo vuoi lasciare lì i tuoi soldi e di quanto rischio sei disposto a correre:

  1. Satispay Obbligazionario: Pensato per il breve termine (1 anno o più). È il profilo più cauto, focalizzato su titoli di stato e obbligazioni.
  2. Satispay Bilanciato: Per il medio termine (3 anni o più). Un mix tra obbligazioni e azioni globali per chi cerca una via di mezzo.
  3. Satispay Azionario Globale: Per il lungo termine (5 anni o più). Qui il potenziale di crescita è alto, ma lo è anche il rischio, puntando forte sulle azioni.

​Perché sono ancora un po' titubante?

​Lo dico con estrema onestà: nonostante la comodità dell'app, non sono ancora certo di fare questo passo. Il motivo è semplice: non amo il rischio, nemmeno quando viene definito "minimo". Quando si parla dei propri risparmi, la prudenza non è mai troppa e preferisco muovermi solo quando mi sento sicuro al 100%. Come recita il disclaimer in fondo alla loro comunicazione (sempre meglio leggerlo!): il capitale non è garantito. Ed è proprio questo il punto che mi fa riflettere.

​Il mio prossimo passo? Forse le obbligazioni

​Se dovessi decidere di dare una possibilità a questo nuovo strumento, credo che inizierei dalla versione Obbligazionaria.

​È quella che più si avvicina al mio profilo attuale: un orizzonte temporale breve e un rischio basso. Potrebbe essere un modo per testare la piattaforma senza allontanarmi troppo dalla mia "comfort zone" finanziaria, lasciando i profili bilanciati e azionari a chi ha lo stomaco più forte o obiettivi molto più lontani nel tempo.

E voi? Avete già dato un'occhiata alla nuova sezione Investimenti di Satispay? Siete tipi da "tutto sul globale" o, come me, preferite procedere con i piedi di piombo?

Nota: Ricorda che questo articolo riflette la mia esperienza personale e non costituisce un consiglio finanziario. Prima di investire, leggi sempre attentamente i prospetti informativi all'interno dell'app.


Guns N' Roses - G N' R Lies

 

Autore: Guns N'Roses 
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
Acquista su Amazon

Fu un regalo di compleanno di Funflus, mentre eravamo all'Elba. Che ricordi! G N' R Lies non è semplicemente un disco, ma un’istantanea rubata nel momento esatto in cui i Guns N' Roses stavano passando dall'essere i teppisti del Sunset Strip a diventare le divinità del rock mondiale. Ascoltarlo significa immergersi in una dualità affascinante che pochi gruppi hanno saputo gestire con tanta sfrontatezza. La prima parte del lavoro ci trascina a forza nei club fumosi di Los Angeles, riproponendo quel suono sporco e viscerale che aveva reso celebre l'EP "Live ?!*@ Like a Suicide". A quei tempi era introvabile, poi fortunatamente sono nati Napster e Co, ma i Guns avevano già inserito le tracce in questo album. Qui non c’è spazio per la raffinatezza: brani come la cover di Mama Kin degli Aerosmith o l'adrenalina pura di Nice Boys gridano ribellione e urgenza, con un Axl Rose che graffia l'aria e una sezione ritmica che sembra non voler fare prigionieri. È il lato elettrico e pericoloso della band, quello che profuma di asfalto e notti brave, capace di far saltare i diffusori di qualsiasi impianto stereo.

​Ma è quando si gira idealmente il disco che accade la vera magia, quella che probabilmente rende questo album così caro a chi lo ha ricevuto in un momento speciale come un compleanno estivo. All'improvviso le distorsioni lasciano il posto al legno delle chitarre acustiche, e i Guns N' Roses si spogliano di ogni sovrastruttura per mostrare un'anima inaspettatamente melodica e profonda. In brani come Patience, il tempo sembra fermarsi: quel fischio iconico all'inizio e l'intreccio delicato tra le chitarre di Slash e Izzy Stradlin creano un'intimità quasi commovente, dimostrando che dietro la maschera da cattivi ragazzi batteva il cuore di musicisti straordinari, capaci di scrivere ballate senza tempo.

​Tutto l'album vive di questo contrasto continuo tra l'arroganza del rock n' roll e una vulnerabilità acustica che culmina in pezzi più scanzonati come Used to Love Her, dove l'ironia tagliente del gruppo emerge in tutta la sua forza, o nella complessa e discussa One in a Million. Nel complesso, G N' R Lies resta un’opera essenziale proprio perché non cerca di essere perfetta o levigata; è un disco autentico, a tratti persino grezzo, che cattura perfettamente quell'energia irripetibile della fine degli anni Ottanta. Per chi lo ha vissuto come colonna sonora di un viaggio o di un legame d'amicizia, rappresenta molto più di una semplice raccolta di canzoni: è il manifesto di un'epoca e di un modo di vivere la musica senza compromessi, un regalo che continua a suonare fresco e necessario anche a distanza di decenni.


martedì 6 gennaio 2026

Epilogo: toccata e fuga a Maratea

 
Articolo veramente veloce e conclusivo della mia gita natalizia mista col Cammino del POVERINO parte IV, più che altro come "memoria" e per pubblicare le foto. Terminato il bellissimo Kalabria Coast to Coast e ritirato il Testimonium torno a Lamezia Terme, ritiro suzukina e mi dirigo su al Nord. Destinazione Maratea per spezzare il lungo viaggio di ritorno. Nel piano iniziale c'era l'idea di riposarmi, godermi il piccolo borgo e fare il mio ultimo trekking ovvero salita e discesa dal mare al Cristo Redentore. Ma i piani son fatti per essere modificati ed ho anticipato il ritorno al giorno dopo per condividere prima le mie avventure con Zizzi (senza y). Mi godo comunque Maratea by night e lascio qui una bandierina perché è un posto in cui ritornare sicuramente con calma e godersela. Raggiungo la statua copia di quella di Rio in auto la mattina, respiro a pieni polmoni il panorama e riparto subito per Piomba. Si tratta del ritorno esodo più lungo e complicato: quasi dieci ore di auto per code, pioggia incidenti e forse cantieri... Non importa, arrivo stanco ma mi ricarico subito. 

Album fotografico Maratea 

domenica 4 gennaio 2026

KCtC #3.3: da Monterosso Calabro a Pizzo

 

Eccoci alla fine del viaggio. Ce l’ho fatta. Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me un tartufo artigianale di Pizzo che sembra un premio Nobel per la resistenza fisica, e negli occhi ho ancora il blu del Tirreno che si fonde con il cielo.​ Stamattina la sveglia è suonata presto: alle 8:00 ero già in marcia da Monterosso Calabro. L'obiettivo era chiaro: arrivare al Castello Aragonese (Murat) prima della chiusura per il rito finale del Testimonium.

​La tappa di oggi, circa 20 km, è stata una carezza dopo le fatiche di ieri. Il dislivello positivo è stato minimo, permettendomi di godermi il paesaggio mozzafiato dell'Oasi del Lago Angitola. Camminare tra gli aironi cenerini e gli scorci lacustri è stato rigenerante, anche se l'imprevisto è sempre dietro l'angolo: un codice di un cancello non ne voleva sapere di funzionare, ma mi sono riscoperto "ninja" e ho scavalcato senza troppi complimenti. Il cammino è fatto di incontri surreali. Poco dopo l'oasi mi sono imbattuto in un pastore e nel suo gregge di pecore (sembravano quasi mufloni!). Abbiamo scambiato due chiacchiere: io nel mio dialetto, lui nel suo. Non abbiamo capito una parola l'uno dell'altro, ma ci siamo intesi perfettamente con un sorriso e un cenno del capo.

​Poi è arrivata la prova del fuoco: i famigerati "canacci" segnalati vicino a un'azienda agricola. Erano liberi e numerosi, ma alla fine si sono rivelati dei giganti buoni e docili, lasciandomi passare come se fossi uno di famiglia. Salire verso i ruderi della città normanna di Rocca Angitola è stato come camminare sulle macerie del tempo. Da lassù la vista è incredibile: si domina tutto il comprensorio delle Serre e, improvvisamente, eccolo lì. Il Golfo di Sant’Eufemia. Lo Stromboli all'orizzonte (che mi immagino, ma c'è foschia e sono ciecato) . La Costa degli Dei. In quel momento capisci che il Coast to Coast è quasi finito. La discesa verso Pizzo è stata una passerella d'onore. Sono arrivato al Castello Murat giusto in tempo: ho ritirato il mio Testimonium, ho scattato la foto di rito per voi che mi avete seguito e mi sono perso tra i vicoli storici fino a Piazza della Repubblica.

​Ho concluso ufficialmente il cammino scendendo fino alla spiaggia della Marina, toccando l'acqua del Tirreno dopo aver lasciato quella dello Ionio solo due giorni fa.

​Album fotografico KCtC #3.3: da Monterosso Calabro a Pizzo