Artista: Iron Maiden
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
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È il primo vero concept album della band con un unico filo narrativo che attraversa tutto il disco, ispirato ad un certo folklore quasi fantasy e costruito intorno alla figura del settimo figlio di un settimo figlio, un essere con poteri profetici condannato a vedere il futuro senza poterlo cambiare. Non è un pretesto narrativo buttato lì: la storia si sente, brano dopo brano, con una coerenza che tiene tutto insieme dall'apertura alla chiusura.
Le tastiere e soprattutto i synth , già presenti anche in Somewhere In Times, danno al suono una dimensione quasi eterea che all'inizio sorprende e poi si rivela perfettamente coerente con il tema. Infinite Dreams non è uno dei brani più belli che la band abbia mai scritto eppure a mio avviso è di una eleganza disarmante, con quella melodia che si apre lentamente e poi esplode senza preavviso. The Clairvoyant è immediata e potente, uno di quei pezzi da live che funziona ancora meglio dal vivo. Can I Play with Madness il singolo, forse il più accessibile del disco ha un ritornello che resta appiccicato in modo quasi irritante, nel senso migliore. E poi c'è la title track, lunga, stratificata, con Bruce Dickinson al massimo della sua forma teatrale.
È un disco che chiede un ascolto completo, dall'inizio alla fine, senza saltare. Non funziona a pezzi (infatti è difficile trovare una traccia che ho voglia di ascoltare singolarmente) funziona come un tutto unico, e in questo senso è forse l'album in cui i Maiden si sono avvicinati di più all'idea di opera rock. Mistico, come lo definisco io, è la parola giusta.
