venerdì 23 gennaio 2026

Guns N' Roses - Use Your Illusion II

 
 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 14
Formato CD
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E sì, l'altra genialata dei Guns è stata quella  di far uscire il doppio, in maniera separata nel solito periodo. Non una mossa commerciale, non un B side: qui abbiamo 14 tracce, 14 hit. Nell'altro 16. Non è un’appendice né una raccolta di scarti: è un disco con una personalità fortissimaTrenta canzoni per due album stratosferici in cui nessuna, neanche My World a concludere è infilata per riempire. Tra l'altro qui c'è Estranged (guardatevi il video) che con i suoi 9 minuti e passa era la canzone perfetta da mettere al Juke Box di Calamoresca in estate: stessi soldi, monopolio di quei pomeriggi al mare, fino al tramonto.
 
Use Your Illusion II è il lato più luminoso, più aperto e allo stesso tempo più “politico” dell’universo Guns. Se il primo capitolo era introspettivo, teso, quasi notturno, questo è l’album che guarda fuori, al mondo, e lo fa senza filtri. E il fatto che ti sia piaciuto tanto quanto il primo ha perfettamente senso: insieme formano un unico corpo, due facce della stessa ossessione.

La copertina, con la stessa opera artistica virata di blu, completa il dittico visivo: non è un sequel pigro, è un contraltare. Dove il giallo del primo suggeriva tensione e calore, il blu qui porta distanza, ampiezza, quasi una freddezza controllata. Insieme raccontano perfettamente la doppia anima della band in quel momento.
Musicalmente Use Your Illusion II è più vario e, paradossalmente, più accessibile. Ci sono aperture melodiche enormi, momenti epici, ma anche stoccate durissime. È il disco in cui i Guns dimostrano di saper reggere arrangiamenti complessi senza perdere identità. Slash continua a brillare, ma è l'unione degli strumenti della band a fare la differenza: tutto è più stratificato, più pensato, meno istintivo ma più ambizioso.
Axl Rose qui è completamente fuori dalla gabbia. Non solo canta, ma prende posizione: parla di guerra, razzismo, censura, ipocrisia mediatica. Non sempre con eleganza, spesso con rabbia pura, ma sempre mettendoci la faccia. Use Your Illusion II è il disco in cui i Guns smettono definitivamente di essere “solo” una rock band per diventare un megafono. Con tutti i rischi del caso.
A distanza di millenni musicali l disco resta sorprendentemente potente. Alcuni eccessi sono evidenti, certi momenti sono figli del loro tempo, ma l’energia e l’urgenza non sono mai venute meno. È un album che non cerca di essere perfetto: cerca di essere grande. E ci riesce.
Use Your Illusion II è l’altra metà indispensabile del puzzle. Se il primo era il conflitto interiore, questo è lo scontro con il mondo. Separati funzionano, ma insieme raccontano davvero chi erano i Guns N’ Roses nel loro momento più alto e più instabile.
E sì: amarli entrambi è probabilmente l’unico modo corretto di ascoltarli.

Guns N' Roses - Use Your Illusion I

 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 16
Formato CD
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Ho traccheggiato così tanto che non potevo più rimandare. Anche perchè poi viene fuori un qualcosa di troppo distaccato e freddo. E questo mi dispiace e mi blocca nuovamente. Però per i Guns non potevano mancare le recensioni (chiamiamole "due parole" ) sui loro album per me più importanti. Use Your Illusion I è il momento in cui i Guns entrano prepotentemente nella mia vita (era un Natale, lo ricordo perfettamente) mentre a livello globale smettono di essere “solo” una band hard rock e decidono di diventare un mondo a parte. Ambizioso, eccessivo, irregolare, a tratti persino arrogante: tutto vero. Ma è anche il disco in cui dimostrano di poter fare molto più di quanto chiunque si aspettasse da loro. E se è tra i miai preferiti, capisco benissimo quanto questo sia ovvio, automatico, scontato.
 
Nel 1991 i Guns sono al centro dell’universo rock. Potevano rifare Appetite For Destruction in versione extra-lucida e incassare facile. Invece pubblicano due album gemelli, mastodontici, pieni di deviazioni, di stili, di idee. Use Your Illusion I è la faccia più oscura, più blues, più introspettiva (per quanto possa esserlo una band così). Meno immediata del “fratello” II, ma più densa.
La copertina – il dettaglio raffaellico filtrato di giallo – è una scelta geniale: arte classica trasformata in icona pop, bellezza e tensione insieme. Dice chiaramente che qui non si parla più solo di strada, risse e riff: si parla di dramma, di ego, di caduta e ambizione.
 
Musicalmente è un disco enorme. Non perché suona “grosso”, ma perché non sta mai fermo. C’è hard rock sporco, blues, orchestrazioni, momenti quasi cinematografici. Slash è in stato di grazia: meno istintivo rispetto ad Appetite, più narrativo, più consapevole. Duff e Matt Sorum costruiscono una base solidissima, mentre Axl prende definitivamente il centro della scena. Qui non canta soltanto: interpreta, guida, provoca, si espone. A volte esagera, certo. Ma Use Your Illusion I non esisterebbe senza il suo ego fuori scala.
 
È anche un disco emotivamente pesante. Non ti prende a pugni e basta: ti logora, ti tira dentro dinamiche tossiche, relazioni finite male, rabbia, paranoia, senso di tradimento. È un album che non cerca di piacere: pretende attenzione. E se gliela dai, ti ripaga. Nel libretto con i testi molte parole erano di turpiloquio, interrotte dagli asterischi *** e già questo in un adolescente dell'epoca significava molto. 
Riascoltato oggi, Use Your Illusion I resta sorprendentemente vitale. Non è invecchiato come certi dischi “perfetti”: è rimasto vero proprio perché non trovo imperfezioni. È il suono di una band che sta bruciando tutto, anche se stessa, pur di non essere prevedibile.
In sintesi: Use Your Illusion I non è un album facile, né accomodante. È un disco di eccessi, di ambizioni smisurate, di talento portato al limite. Ma è anche uno dei ritratti più sinceri di cosa possano essere i Guns N’ Roses quando smettono di fare i duri e iniziano a mostrare le crepe.
Non è solo uno dei loro lavori migliori. È uno di quelli che, se ti prende, non ti molla più.

giovedì 22 gennaio 2026

U2 - October

 The band standing together, wearing coats
Artista: U2
Anno: 1981
Tracce: 11
Formato: CD
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Visto che ieri ho preso il via con ben tre album musicali, voglio proseguire questa strada, così magari nel 2026 abbassiamo la media film / articoli di VER che supera il 40% (40,337% fino al 2025)). Non ascolto solo hard rock, progressive o metal, o meglio non lo ho sempre fatto. Gli U2 sono un gruppo più nelle corde del mio amico Fatikkio (detto Bonovox per gli amici del web), ma anche di gettons (che oggi compie gli anni), sebbene anche lui vari molti su altri generi. Comunque eccoci qui.
October è il disco degli U2 che molti saltano. E fanno male. Perché è il loro album più fragile, più irrisolto, più umano. Non è un manifesto, non è uno slogan, non è uno stadio pieno che canta in coro. È una stanza piccola, luci basse, e una band giovane che si chiede chi diavolo sia e dove stia andando.
Uscito nel 1981, subito dopo Boy e prima di War, October nasce in un momento complicato: smarrimento creativo, crisi personali, dubbi profondi (anche spirituali) che rischiano seriamente di far saltare il gruppo. Non a caso molte parti furono scritte o ricostruite in fretta, alcune idee perse, altre appena abbozzate. Eppure – o forse proprio per questo – il disco respira sincerità da ogni poro.
La copertina è già una dichiarazione d’intenti: una band spalle al muro, sguardi bassi, colori smorti. Niente posa da rockstar, niente giovinezza esibita. October non vuole piacere: vuole sopravvivere. Ed è un disco che sembra sempre sul punto di spezzarsi, ma non lo fa mai davvero.
Musicalmente è un album introverso, quasi timido. The Edge usa la chitarra come uno strumento atmosferico più che melodico, Larry (Mullen)  suona con una sobrietà quasi trattenuta, Adam Clayton costruisce fondamenta discrete ma essenziali. E Bono… Bono qui non è ancora “Bono”. È una voce che cerca, che domanda, che spesso non ha risposte. Ed è proprio questo il suo punto di forza.
I testi sono attraversati da una tensione costante tra fede, dubbio, paura di perdersi. Ma attenzione: non è un disco religioso in senso predicatorio. È un disco spiritualmente inquieto, che parla più di incertezza che di certezze. E questo lo rende molto più interessante di quanto gli venga solitamente riconosciuto.
October è anche l’album meno immediato degli U2, quello che non ti prende per mano. Va ascoltato senza aspettarsi “l’inno”, senza cercare il colpo ad effetto. È un lavoro di atmosfera, di silenzi, di spazi vuoti. Un disco che sembra sempre trattenere il fiato.
Riascoltato oggi, October suona come una fotografia sfocata ma autentica di una band prima della trasformazione. Qui non ci sono ancora i grandi temi universali, c’è il travaglio personale. Ed è affascinante proprio perché non è risolto, non è definitivo.
In conclusione: October non è un classico nel senso canonico del termine. È un passaggio, una crepa, un momento di vulnerabilità. Ma senza October non esisterebbero gli U2 che verranno dopo. È il disco in cui imparano che per parlare al mondo, prima bisogna fare i conti con se stessi.
E non è poco, per una band di ventenni.

mercoledì 21 gennaio 2026

Juventus 2 - Benfica 0

Risultato e partita entrambi positivi. Prima il risultato perché dovevamo vincere, raccogliere i tre punti, salire in classifica scavalcando posizioni e lo abbiamo fatto. Poi la partita, che nonostante numerosi errori e disattenzioni, è stata giocata nel modo giusto. La prima parte del primo tempo a spingere anche se non in maniera proprio efficace, poi un calo ed il Benfica che prende piglio e anche se non sale in cattedra, risulta più pericolosa. La ripresa parte decisamente meglio ed in quindici minuti sigliamo due reti e prendiamo più fiducia sbagliando molto meno. Il Benfica prova comunque ad accorciare, ma sbaglia pure un rigore, mentre non mancano le folate offensive juventine. Una partita importante che abbiamo sia vinto che giocato. 

Deep Purple - Machine Head

 
Autore: Deep Purple
Anno: 1972
Tracce: 7
Formato: CD
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Ok, per oggi la smetto, prometto. Anche se non ne sono sicuro... Sempre per non rimbalzare e restare nel solito anno, che ho scelto casualmente, perchè non tornare anche sui Deep Purple? Machine Head è uno di quei dischi che non si limitano a essere grandi:

Uscito nel 1972, è l’album della consacrazione definitiva della Mark II: Gillan, Blackmore, Lord, Glover, Paice. Una formazione che qui gira a regime massimo, senza una sbavatura, senza un attimo di esitazione. Machine Head è potenza, tecnica e immediatezza fuse insieme come raramente accade.

La genesi del disco è ormai leggenda: l’incendio del Montreux Casino, lo studio mobile dei Rolling Stones parcheggiato fuori, registrazioni fatte quasi di corsa. Ma invece di suonare come un album raffazzonato, Machine Head suona incredibilmente compatto, affilato, vivo. Altro che emergenza: qui c’è fame.

La copertina, metallica e riflettente, è perfettamente in linea con il contenuto: fredda, industriale, essenziale. Niente misticismi, niente fantasy. Questo è un disco urbano, notturno, da strada e amplificatori tirati al limite.

Musicalmente siamo davanti a un manuale non scritto dell’hard rock. Ritchie Blackmore sforna riff che diventano archetipi, Jon Lord fa ringhiare l’Hammond come se fosse una chitarra aggiuntiva, Paice è una macchina ritmica elegante e micidiale. Gillan canta come se avesse sempre qualcosa da dimostrare, e Geezer Glover – pardon, Roger Glover – tiene tutto insieme con una solidità spesso sottovalutata.

“Smoke on the Water” è talmente famosa (l'unica canzone che so suonare con qualsiasi strumento che abbia le corde) da rischiare di schiacciare il resto, ma il bello è che il resto non si lascia schiacciare affatto. Machine Head funziona come album, non come raccolta di singoli: accelera, rallenta, picchia duro e poi ti prende per il bavero con groove blues e momenti quasi rilassati, senza mai perdere tensione.

Riascoltato oggi, il disco non ha bisogno di contestualizzazioni storiche o giustificazioni nostalgiche. Suona ancora dannatamente bene. Perché è suonato da una band che sa esattamente cosa sta facendo, e lo fa meglio di chiunque altro in quel momento.

In conclusione, Machine Head non è solo uno dei grandi dischi dei Deep Purple: è uno dei pilastri dell’hard rock. Un album che unisce virtuosismo e immediatezza senza diventare autoreferenziale. Un classico vero, non per decreto, ma per sopravvivenza.

Black Sabbath - Vol. 4

 
Autore: Black Sabbath
Anno: 1972
Tracce: 10
Formato: CD
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Ormai cavalco questa onda musicale che sta colpendo VER e ne approfitto per aumentare la percentuale di articoli sugli album. Ne ho diversi già pronti ed in cantiere, ma ascoltando giusto pochi minuti Foxtrot dei Genesis, mi sono venuti in mente i Black Sabbath che proprio negli stessi anni imperversavano con musica e stili completamente differenti da un lato, ma non poi così contrapposti. Vol. 4 è il disco in cui i Black Sabbath, invece di rifare la formula vincente di Paranoid e Master of Reality (potevo parlare di questo, ma mi piaceva più l'idea di scegliere un album uscito nel solito anno di Foxtrot), decidono di complicarsi la vita. E fanno benissimo. È l’album meno “compatto”, meno immediato, più sbilenco della loro prima fase. Ed è proprio per questo uno dei più affascinanti.
Siamo nel 1972, a Los Angeles, e l’atmosfera è… come dire… poco salutista. I Sabbath sono all’apice del successo, pieni di soldi, completamente fuori controllo. Vol. 4 è figlio diretto di questo caos: un disco eccessivo, gonfio, a tratti confuso, ma incredibilmente umano. Qui non c’è più solo l’oscurità monolitica degli inizi: ci sono crepe, deviazioni, momenti quasi fragili.
La copertina, con Ozzy che sembra levitare in una posa a metà tra il mistico e l’esausto, è un’altra dichiarazione involontaria di intenti. Non è minacciosa come le precedenti, è straniante. Ti avvisa che questo non sarà un viaggio lineare. E infatti Vol. 4 non segue una direzione precisa: cambia umore, ritmo, pelle. A volte nello stesso brano.
Musicalmente è il disco in cui Iommi inizia a guardarsi attorno: riff giganteschi sì, ma anche aperture melodiche, rallentamenti quasi doom ante-litteram, improvvise accelerazioni. Geezer Butler continua a scrivere testi cupi, ma più introspettivi, meno “apocalittici”. Bill Ward suona come uno che ama il jazz ma è intrappolato in una band metal – e la cosa funziona alla grande. Ozzy, invece, è sempre più un’ombra instabile: non guida il disco, lo attraversa. E questo lo rende ancora più inquietante.
Vol. 4 è anche il primo vero album “sperimentale” dei Sabbath. Non tutto è perfettamente a fuoco, alcune idee sembrano buttate lì di getto, ma proprio questa imperfezione gli dà carattere. È un disco che respira, suda, sbaglia. Non cerca l’epica assoluta, cerca l’espressione.
Riascoltato oggi, Vol. 4 suona come un ponte: da una parte i Sabbath primordiali, dall’altra tutto quello che verrà dopo. Doom, sludge, stoner… qui c’è già tutto in embrione. Non è il loro album più iconico, ma è forse quello che dice di più sulla band come esseri umani, non come monumenti.
In conclusione: Vol. 4 non è il Sabbath più feroce né il più “perfetto”. È il Sabbath più vulnerabile. Un disco storto, pesante, a tratti magnifico e a tratti sfinito. Proprio come loro in quel momento. E forse anche per questo, incredibilmente vero.