sabato 11 luglio 2026

Anello del Matanna

 
Si ritorna a solcare i sentieri apuani. Il richiamo è talmente forte da usare la scusa di andare al fresco, consci del fatto che stiamo mentendo anche a noi stessi. A poco serve la sveglia alle 5.00 del mattino, Suzukina che percorre il Romito ancora deserto e la partenza intelligente da Casetta Giorgini. Il percorso lo conosciamo abbastanza bene, perché quei sentieri li abbiamo fatti più volte nel corso di altre escursioni. Prima parte coperti dal bosco seguendo il sentiero 5, poi deviando con il 5A per passare dal rifugio Forte dei Marmi. Allunghiamo un po' il percorso per stare ancora coperti dal sole malevolo come fossimo vampiri e iniziamo una parte della cresta. Riscendiamo a troncamacchia (anche se la macchia non c'è) per ricollegarci alla normale fino al Rifugio Alto Matanna. Pausa rinfrescante e disidratante per prendere il 109, aggirare il Matanna verso il Nona e Foce delle Porcelle. Da qui ridiscendiamo a chiudere l'anello. Ne vale davvero sempre la pena, che ci siano due gradi o quaranta.

Album fotografico Anello del Matanna 

venerdì 10 luglio 2026

Iron Maiden - The X Factor

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 1995
Tracce: 11
Formato: CD 
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Per quanto riguarda gli Iron Maiden il periodo con Blaze Bayley lo avevo già affrontato con Virtual XI, il secondo disco della sua era. Ma prima di arrivare lì c'era stato The X Factor nel 95, il primo, e vale la pena raccontare come ci sono arrivato. Avevo un singolo, Virus, con la voce di Bayley, e credevo fosse contenuto in questo album. In realtà non è così: Virus finì nella raccolta Best of the Beast del 1996 (ma io non amo troppo le raccolte) come brano inedito, e The X Factor non lo contiene. Ma quella canzone mi aveva incuriosito abbastanza da spingere all'acquisto, e il disco lo presi tenendolo in considerazione proprio per il cambio di cantante, curioso di capire come stesse funzionando l'esperimento.

Il contesto in cui nasce è tra i più difficili della storia della band. Steve Harris stava attraversando un divorzio doloroso, e quell'oscurità personale è finita dentro il disco in modo esplicito: è il lavoro più cupo, più lento e più pesante che i Maiden abbiano mai registrato. Meno epico, meno teatrale, meno brillante dei dischi della golden era, ma non per questo privo di carattere. È un disco che ha una sua coerenza interna, per quanto scomoda.

Sign of the Cross apre con undici minuti di crescendo, uno dei brani più lunghi della discografia Maiden, con un'intro gregoriana che si trasforma lentamente in qualcosa di possente e malinconico. Lord of the Flies è più diretta, quasi un tentativo di restare ancorati al suono classico della band e ovviamente si rifà al romanzo Il Signore Delle Mosche . Man on the Edge, ispirata al film Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas, è la traccia più accessibile e quella che funziona meglio come singolo. The Unbeliever chiude il disco con quasi otto minuti di oscurità progressiva che reggono meglio di quanto la lunghezza farebbe pensare.

Bayley ci mette tutto quello che ha, e si sente lo sforzo. La sua voce più terrigna e meno teatrale di Dickinson non è il problema principale; il problema è che l'album porta il peso di un momento difficile e non ha la leggerezza che i Maiden sanno mettere anche nei loro lavori più ambiziosi. È un disco da tenere in considerazione, come dico, proprio per capire quella fase; non uno da rimettere su spesso, ma nemmeno uno da ignorare nella storia della band.

giovedì 9 luglio 2026

Connie Willis - L'Ultimo Dei Winnebago

 

Autore: Connie Willis 
Anno: 1988
Titolo originale: The Last Of The Winnebago 
Pagine: 115
Voto e recensione: 2/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Ambientato in un'America post-disastro regredita a forme di governo decisamente dittatoriali, questo romanzo parla prevalentemente di estinzioni. Nel futuro immaginato dall'autrice a causa di epidemie virali si stanno estinguendo molte razze di animali. Ed è proprio il racconto dell'uccisione dell'ultimo dei cani che dà lo spunto a Connie Willis per narrare una storia di una Terra in cui molte cose che abbiamo si stanno estinguendo, così come i "Winnebago" che oltre a esssere un modello di camper è anche il nome di una tribù pellerossa del Minnesota.

Commento personale e recensione:

Dopo "La voce dell'aldilà" (di cui avevo parlato qui) sono tornato su Connie Willis con "L'ultimo dei Winnebago", sempre nella collana Odissea Fantascienza di Delos, e stavolta devo dire che l'entusiasmo è stato minore.

L'idea di partenza è decisamente stravagante: un futuro prossimo in cui una serie di epidemie virali ha spazzato via i cani dalla faccia della Terra, in un'America regredita a qualcosa di quasi distopico, con l'acqua razionata e le libertà individuali sempre più compresse. Attorno a questa premessa la Willis costruisce tutta una carrellata di estinzioni, non solo quella canina, ma anche quella dei camper Winnebago, ridotti a pochi esemplari sopravvissuti sulle strade sempre più controllate dalle cisterne dell'acqua. Il titolo gioca peraltro su un doppio significato, visto che Winnebago è sia il nome del celebre modello di camper sia quello di una tribù nativa americana, altro elemento che rimanda al tema della scomparsa.

Il romanzo breve segue un fotografo incaricato di documentare uno degli ultimi esemplari di questi mezzi ludici rimasti in circolazione, ma che si ritrova coinvolto, quasi per caso, nella morte di uno sciacallo trovato investito, episodio che riapre in lui sensi di colpa legati proprio all'estinzione dei cani. Attorno a questo nucleo si muove la Protezione Animali con poteri quasi da stato di polizia, che indaga su ogni caso di animale morto come fosse un omicidio vero e proprio, e che finisce per intrecciarsi con il passato del protagonista.

Il problema, per come l'ho vissuto io, è che la storia fatica a decollare: per buona parte della lettura si resta un po' spaesati, senza capire bene dove l'autrice voglia andare a parare, e il collegamento tra il camper del titolo e il resto della vicenda arriva solo verso la fine. So che è una scelta narrativa voluta, tipica dello stile della Willis, che preferisce svelare gradualmente piuttosto che spiegare subito, ma qui l'ho sentita più come un ostacolo alla lettura che come un pregio.

Resta comunque un lavoro scritto con mestiere, capace di costruire un'atmosfera malinconica attorno a un tema che a prima vista sembrerebbe quasi bizzarro, e non stupisce che all'epoca abbia vinto sia il premio Hugo che il Nebula. Ma tra i due incontri con questa autrice, quello con "La voce dell'aldilà" mi aveva convinto decisamente di più.

Il Grido (1957)

 

Regia: Michelangelo Antonioni
Anno: 1957
Titolo originale: Il Grido 
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.6)
Pagina di I Check Movies 
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Il grido  è uno dei film più intensi e dolorosi di Antonioni, un'opera che racconta la solitudine umana con una forza silenziosa, senza mai ricorrere a facili sentimentalismi. È un viaggio nell'animo di un uomo che, dopo la fine della relazione con la donna che ama, vede sgretolarsi ogni certezza e si lascia trascinare in un lento e inesorabile vagabondaggio nella pianura padana, alla ricerca di un nuovo equilibrio che sembra non arrivare mai. Tutto ha origine da una frase tanto semplice quanto devastante: "Ti voglio bene, ti voglio ancora bene. Ma non è più come prima." In poche parole Antonioni racchiude la fine di un amore e, allo stesso tempo, l'inizio dello smarrimento del protagonista. Non c'è un litigio furioso né un colpo di scena: c'è soltanto la dolorosa presa di coscienza che alcuni sentimenti, pur rimanendo autentici, possono cambiare irrimediabilmente.

La trama, in sé, è estremamente semplice. Proprio questa apparente essenzialità gli permette  di concentrarsi quasi esclusivamente sui personaggi, sui loro silenzi, sugli sguardi e su quei vuoti emotivi che diventano il vero cuore del racconto. Il protagonista non affronta soltanto la perdita dell'amore, ma sembra perdere progressivamente anche il proprio posto nel mondo. Ogni incontro lungo il cammino offre una possibilità di rinascita che, puntualmente, si rivela fragile e destinata a dissolversi.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui il paesaggio diventa parte integrante della narrazione. Le campagne della Pianura Padana non fanno semplicemente da sfondo agli eventi, ma riflettono lo stato d'animo di Aldo (Steve Cichran). La presenza costante della nebbia, della pioggia, delle strade fangose, dei cieli grigi e delle campagne di periferia contribuisce in maniera decisiva ad alimentare il profondo pessimismo che attraversa l'intera opera. Ogni inquadratura sembra trasmettere un senso di freddo, immobilità e smarrimento, come se il mondo stesso fosse incapace di offrire una via d'uscita. È un ambiente che soffoca nonostante i campi larghi, che accompagna la lenta discesa psicologica del protagonista e rende tangibile la sua disperazione.

Antonioni costruisce tutto questo con una regia rigorosa e misurata. I dialoghi sono ridotti all'essenziale e spesso è l'immagine a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. I lunghi tempi d'attesa, i silenzi e i movimenti apparentemente ordinari assumono così un peso emotivo enorme, invitando lo spettatore a condividere il senso di alienazione del protagonista anziché limitarsi a osservarlo.

Pur essendo stato realizzato alla fine degli anni Cinquanta, Il Grido appare sorprendentemente moderno. I temi dell'incomunicabilità, della crisi dell'identità e dell'incapacità di trovare un proprio posto nella società o nella coppia anticipano molti degli elementi che diventeranno normalità nel cinema successivo. Non è un film che cerca di consolare o di offrire risposte rassicuranti: accompagna invece lo spettatore in un percorso amaro, lasciandolo immerso nelle stesse domande esistenziali che tormentano il soggetto principale.

Il grido è un'opera che richiede pazienza e disponibilità ad accettarne il ritmo contemplativo, ma sa ricompensare con una straordinaria profondità emotiva. Un film cupo, malinconico e profondamente umano, capace ancora oggi di raccontare la fragilità dell'individuo con una sensibilità rara e con immagini che restano impresse nella memoria molto tempo dopo i titoli di coda.

Anche il finale, ambientato tra le operazioni di esproprio e un paesaggio ormai trasformato, assume un forte valore simbolico. Non è soltanto un luogo che cambia volto, ma sembra essere lo stesso protagonista a non trovare più uno spazio nel mondo, come se la sua crisi personale e quella del territorio finissero per riflettersi l'una nell'altra.

mercoledì 8 luglio 2026

Europe - The Final Countdown

 

Artista: Europe
Anno: 1986
Tracce: 10
Formato: CD 
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Stamattina entro al bar per la colazione e parte quel riff di tastiera. Quei quattro accordi che non servono presentazioni. E immediatamente si aprono i ricordi del liceo, l'audiocassetta, tutto. Ci sono canzoni che non invecchiano perché non appartengono a nessun tempo in particolare, e The Final Countdown degli Europe è una di quelle.

Il disco omonimo esce nel 1986 ed è il terzo album del quintetto svedese, il primo con il tastierista Mic Michaeli e il batterista Ian Haugland, e l'ultimo con il chitarrista John Norum prima che abbandonasse la band durante il tour successivo, non soddisfatto del nuovo sound più morbido e commerciale. L'uso delle tastiere e le chitarre un po' di contorno funzionano, ma il risultato è un pop-metal melodico e lucidato a specchio che all'epoca era esattamente ciò che il mercato voleva a discapito di una certa aggressività. 

Il riff della title track lo aveva scritto Joey Tempest già tra il 1981 e il 1982 su un sintetizzatore Korg Polysix prestato dallo stesso Michaeli; al tempo nessuno pensava che potesse diventare un singolo, tanto che alcuni membri della band volevano che il primo estratto fosse Rock the Night. Invece fu proprio The Final Countdown, e il risultato fu uno dei singoli più venduti della storia: numero uno in venticinque paesi, nove settimane in vetta alle classifiche italiane, dodici milioni di copie vendute del disco. Il tour promozionale portò gli Europe persino a Sanremo e a Domenica In, il che dice tutto su quanto fossero usciti fuori dal circuito strettamente rock. Norum lasciò la band prima ancora che il tour finisse.

Ma il disco vale ben oltre la title track. Rock the Night è adrenalina pura, hard rock diretto e senza fronzoli che regge ancora benissimo. Carrie è la power ballad perfetta degli anni Ottanta, quella melodia vocale di Tempest che si appoggia sulle tastiere con una naturalezza disarmante. Cherokee è la sorpresa del disco per chi si ferma ai singoli. Il resto tiene bene il livello, senza picchi ma senza cadute.

Non è musica per puristi, e chi la considerava commerciale e superficiale all'epoca non aveva tutti i torti. Ma certe canzoni entrano nei ricordi in modo indipendente da qualsiasi giudizio critico, e quando le senti al bar la mattina capisci che non se ne sono mai andate davvero.

martedì 7 luglio 2026

Dream Theater - Octavarium

 

Artista: Dream Theater
Anno: 2005
Tracce: 8
Formato: CD 
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Con i Dream Theater avevo già segnato il momento di svolta con Six Degrees of Inner Turbulence: il disco in cui la band aveva iniziato a scricchiolare nelle mie preferenze, con quel virtuosismo sempre più fine a se stesso che mi schiacciava invece di sollevarmi. Octavarium  è stato, per usare una parola sola, il colpo di grazia.

Il disco è tecnicamente superlativo, e sarebbe disonesto non dirlo. Petrucci alla chitarra è in uno stato di grazia, Rudess alle tastiere costruisce tappeti sonori di una complessità quasi accademica, Portnoy alla batteria non sbaglia un colpo. Il disco prende il nome dall'intervallo musicale di ottava, e tutta la struttura è costruita intorno a questo concetto: ogni brano è in una tonalità che segue la scala, il disco si apre e si chiude sulla stessa nota, ci sono rimandi interni pensati per chi conosce la teoria musicale. È un oggetto costruito con una cura maniacale, e si vede.

Il problema è che quella cura, ascoltandolo, la percepisci più come un esercizio che come un'emozione. The Root of All Evil funziona ancora abbastanza, con quel groove che richiama i momenti migliori di Awake. Panic Attack è forse il brano più diretto del disco, sette minuti di furia progressiva che almeno non perdono il filo. Ma poi c'è Octavarium, la suite conclusiva di ventiquattro minuti: architettura impressionante, costruzione impeccabile, citazioni di decine di band sparse lungo il percorso come una sorta di autoritratto del genere. Tutto giusto. Tutto perfetto. E tuttavia, alla fine, mi ritrovo a chiedermi cosa mi abbia lasciato davvero addosso, al di là dell'ammirazione per la tecnica.

Con Metropolis Pt. 2 la complessità aveva un cuore emotivo che giustificava tutto il resto. Con Images and Words c'erano melodie che non si dimenticavano. Octavarium ha la tecnica di entrambi, ma non ha il calore di nessuno dei due. È il disco in cui i Dream Theater hanno smesso di sorprendermi, e ho smesso di aspettarmi che lo facessero.