Uscito nel 1972, è l’album della consacrazione definitiva della Mark II: Gillan, Blackmore, Lord, Glover, Paice. Una formazione che qui gira a regime massimo, senza una sbavatura, senza un attimo di esitazione. Machine Head è potenza, tecnica e immediatezza fuse insieme come raramente accade.
La genesi del disco è ormai leggenda: l’incendio del Montreux Casino, lo studio mobile dei Rolling Stones parcheggiato fuori, registrazioni fatte quasi di corsa. Ma invece di suonare come un album raffazzonato, Machine Head suona incredibilmente compatto, affilato, vivo. Altro che emergenza: qui c’è fame.
La copertina, metallica e riflettente, è perfettamente in linea con il contenuto: fredda, industriale, essenziale. Niente misticismi, niente fantasy. Questo è un disco urbano, notturno, da strada e amplificatori tirati al limite.
Musicalmente siamo davanti a un manuale non scritto dell’hard rock. Ritchie Blackmore sforna riff che diventano archetipi, Jon Lord fa ringhiare l’Hammond come se fosse una chitarra aggiuntiva, Paice è una macchina ritmica elegante e micidiale. Gillan canta come se avesse sempre qualcosa da dimostrare, e Geezer Glover – pardon, Roger Glover – tiene tutto insieme con una solidità spesso sottovalutata.
“Smoke on the Water” è talmente famosa (l'unica canzone che so suonare con qualsiasi strumento che abbia le corde) da rischiare di schiacciare il resto, ma il bello è che il resto non si lascia schiacciare affatto. Machine Head funziona come album, non come raccolta di singoli: accelera, rallenta, picchia duro e poi ti prende per il bavero con groove blues e momenti quasi rilassati, senza mai perdere tensione.
Riascoltato oggi, il disco non ha bisogno di contestualizzazioni storiche o giustificazioni nostalgiche. Suona ancora dannatamente bene. Perché è suonato da una band che sa esattamente cosa sta facendo, e lo fa meglio di chiunque altro in quel momento.
In conclusione, Machine Head non è solo uno dei grandi dischi dei Deep Purple: è uno dei pilastri dell’hard rock. Un album che unisce virtuosismo e immediatezza senza diventare autoreferenziale. Un classico vero, non per decreto, ma per sopravvivenza.
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