venerdì 23 ottobre 2026

Green Day - Insomniac



Artista: Green Day 
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già raccontato Dookie come colonna sonora del pratone di Baratti, e Nimrod come il disco in cui la band cercava qualcosa di diverso da se stessa. Insomniac  sta nel mezzo, cronologicamente e spiritualmente, ed è il disco che meno assomiglia a quello che i fan si aspettavano dopo il successo enorme di Dookie.

Il contesto è quello di una band che in un anno e mezzo era passata dall'underground californiano a sedici milioni di copie vendute, ai concerti nei palasport, alle accuse di aver venduto l'anima alla major. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool erano diventati ricchi e famosi, e non sapevano esattamente cosa farsene. Insomniac nasce in fretta, dalla necessità di elaborare quella pressione piuttosto che di costruire un capolavoro: Armstrong lo ha definito il disco "più onesto" della band, quello che dovevano fare, non quello che i fan volevano. Si sente.

È più corto, più veloce, più incazzato di Dookie. Quattordici brani in poco più di mezzora, con quasi nessuna concessione alla melodia immediata che aveva reso il predecessore così accessibile. Armatage Shanks apre senza preavviso. Stuck with Me è forse il momento più riuscito del disco, uno di quei brani che avrebbe potuto stare tranquillamente in Dookie senza sfigurare. Geek Stink Breath, singolo apripista, racconta gli effetti delle anfetamine con una franchezza quasi disturbante, anche se musicalmente è tra i meno convincenti. Brain Stew è il brano che meglio invecchia: lento, quasi ipnotico per i loro standard, costruito su un riff ripetitivo e discendente che si incide in testa meglio di molte cose più elaborate. Panic Song ha un intro di basso di quasi due minuti prima che il brano esploda, e quei due minuti sono già un segnale di qualcosa che stava cambiando.

Vendette quattro milioni di copie, contro i sedici di Dookie, e fu considerato un relativo insuccesso commerciale. In realtà è uno dei dischi più sinceri della loro carriera, anche se non il più bello. La versione dark e notturna di Dookie, come qualcuno l'ha definita: meno radiofonico, meno sorridente, più utile a capire dove stesse andando davvero la band.

giovedì 22 ottobre 2026

Senso (1954)

 

Regia: Luchino Visconti
Anno: 1954
Titolo originale: Senso 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.4)
Pagina di I Check Movies
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Lo dico subito con onestà, il film storico, romantico e in costume non è proprio il mio genere. Se ne parlo comunque è perché volevo recuperare un pezzo importante del nostro cinema che mi è stato suggerito, e armato di Santa Pazienza ho guardato Senso di Luchino Visconti fino in fondo. Il film è del 1954, tratto da una novella di Camillo Boito della fine dell'Ottocento (che non ho letto, ma so che qui è stata ampliata). Il cast è guidato da Alida Valli e Farley Granger, con Massimo Girotti a completare il terzetto principale.

La storia è ambientata a Venezia nel 1866, in piena occupazione austriaca e mentre l'Italia si prepara alla guerra. Tutto comincia a teatro, durante una rappresentazione del Trovatore di Verdi che si trasforma in una manifestazione contro gli austriaci. Da lì nasce la passione tra la contessa Livia Serpieri e un giovane tenente austriaco, Franz Mahler, un amore che la porta a rischiare famiglia, posizione sociale e patrimonio per un uomo che dall'altra parte della barricata sta con il nemico e soprattutto pensa a se stesso. Ve lo dico così per non rovinarvi il resto, perché la parte che viene dopo conviene vederla con i propri occhi.

Dal punto di vista scenografico e della ricostruzione degli ambienti, considerando appunto che è stato girato nel 1954, devo dire che mi trovo d'accordo: è monumentale e preciso. Interni, costumi, palazzi e luci sono curati in un modo che ancora oggi lascia a bocca aperta, con il Technicolor a dare un colore pieno e ricco a ogni inquadratura. Se c'è una cosa che ho apprezzato senza riserve, è questa. Perfino io, che non sono un fan del genere, ogni tanto mi fermavo a guardare lo sfondo più che i personaggi principali, accerchiati anche da un numero incredibile di comparse.  Il tema del tradimento, che è un argomento sostanzioso, non si limita al piano amoroso. Il tradimento di Livia è verso il marito, certo, ma anche verso i propri ideali e verso la causa patriottica, e il film sembra voler dire che la fedeltà e la lealtà sono cose che si rompono su più livelli insieme. Quindi non solo una storia di passione, ma qualcosa di più morale e generale, che dà un po' di sostanza a quello che altrimenti sarebbe un melodramma in costume.

Poi mi sono cercato qualche informazione extra su Wikipedia e ho scoperto che il film ha subito una forte censura e molti tagli. Per me è una cosa abbastanza inspiegabile per un film di questo genere, che a prima vista sembra solo una storia d'amore ottocentesca. Da quello che ho letto in giro, però, a dare fastidio sarebbe stato il modo in cui venivano mostrati i soldati italiani, non proprio da eroi, e addirittura il finale originale è stato rigirato su richiesta dei censori. Insomma, anche una storia in costume negli anni cinquanta poteva toccare nervi scoperti, e questa curiosità da sola mi ha fatto guardare il film con altri occhi.

 Un film lungo e solenne, da guardare con calma, e che per chi ama il cinema italiano classico è sicuramente un titolo da conoscere.

mercoledì 21 ottobre 2026

Il tempo libero è diventato un lavoro?

 
C'è una cosa curiosa nel modo in cui viviamo il tempo libero: sembra che non siamo più capaci di limitarci a godercelo. Dobbiamo riempirlo, organizzarlo, ottimizzarlo e, possibilmente, dimostrare di aver fatto qualcosa di interessante. Anche quando smettiamo di lavorare, insomma, rischiamo di continuare a comportarci come se fossimo in ufficio.

Prendiamo un fine settimana qualsiasi. Una passeggiata diventa un trekking da programmare con tanto di traccia GPS, dislivello, chilometri e tempi di percorrenza. Una visita a una città si trasforma in una lista di monumenti da spuntare. Un film non è più soltanto un film, ma qualcosa da vedere, giudicare, recensire e magari inserire in qualche classifica personale. Persino la lettura può diventare una gara contro il numero di libri dell'anno precedente.

Non c'è niente di male in tutto questo. Anzi, pianificare le proprie passioni può essere divertente e permette spesso di ottenere molto di più da una giornata. Il problema nasce quando l'organizzazione prende il posto del piacere e ogni attività sembra avere bisogno di una giustificazione.

Abbiamo davvero bisogno di tornare da un viaggio con la sensazione di aver visto tutto? È indispensabile raggiungere una vetta per poter dire di aver fatto una bella escursione? E se una domenica pomeriggio trascorsa a casa, magari leggendo qualche pagina o guardando un vecchio film, fosse semplicemente una domenica ben spesa?

Il sospetto è che una parte della questione abbia a che fare con il modo in cui oggi raccontiamo le nostre vite. I social network hanno trasformato molte esperienze in occasioni per produrre immagini e contenuti. Non basta più andare in un posto: sembra quasi necessario dimostrare di esserci stati. Il panorama diventa una fotografia, il concerto una sequenza di video sul telefono, la cena un piccolo servizio fotografico prima ancora di assaggiare quello che abbiamo nel piatto.

Naturalmente non è una novità assoluta. Anche prima di Internet le persone scattavano fotografie, collezionavano ricordi e raccontavano le proprie avventure. La differenza è che oggi possiamo farlo continuamente, raggiungendo un pubblico potenzialmente enorme e confrontando le nostre giornate con quelle, accuratamente selezionate, degli altri.

E così il tempo libero rischia di diventare una specie di curriculum personale. Bisogna essere sportivi, curiosi, viaggiatori, lettori, appassionati di cinema, frequentatori di mostre e possibilmente anche ottimi cuochi. Tutto contemporaneamente, perché altrimenti sembra di stare sprecando qualche opportunità.

La cosa paradossale è che spesso abbiamo organizzato le nostre passioni proprio per sfuggire alla routine quotidiana. Poi, però, finiamo per costruirne una nuova, con obiettivi, scadenze e risultati da raggiungere. Cambiano le attività, ma la mentalità rimane la stessa.

Forse la soluzione non consiste nel rinunciare a programmare, né nel fingere che vivere alla giornata sia sempre possibile. Chi ha un lavoro, impegni familiari e un budget da rispettare sa benissimo che un minimo di organizzazione è indispensabile. Si tratta piuttosto di ricordarsi perché facciamo determinate cose.

Camminare in montagna dovrebbe essere un piacere, non soltanto un numero da aggiungere al contatore dei chilometri. Leggere un libro non dovrebbe diventare una competizione con se stessi. Visitare una mostra non richiede necessariamente di conoscere ogni dettaglio dell'artista. E non c'è nulla di male nel trascorrere un pomeriggio senza produrre assolutamente niente di utile, interessante o raccontabile.

Anche annoiarsi, ogni tanto, potrebbe essere una buona abitudine. Non quella noia disperata che ci fa guardare l'orologio ogni trenta secondi, ma uno spazio vuoto nel quale non dobbiamo necessariamente decidere cosa fare dopo. Un tempo che non ha bisogno di essere riempito immediatamente da notifiche, video o programmi per il fine settimana successivo.

In fondo, il tempo libero dovrebbe essere proprio questo: tempo nel quale possiamo scegliere, anche di non scegliere niente.

Non è necessario trasformare ogni giornata in un'esperienza memorabile. Non tutte le domeniche devono diventare un'avventura, non tutte le serate meritano una fotografia e non tutti i momenti devono lasciare qualcosa da raccontare.

A volte una giornata è riuscita semplicemente perché siamo stati bene. Senza aver conquistato una vetta, visitato cinque musei o raggiunto un nuovo record personale sui 7km.

E forse il vero lusso, oggi, non è avere più tempo libero. È riuscire a viverlo senza sentirsi in dovere di dimostrare di averlo utilizzato nel modo migliore.

Se anche il divertimento comincia a sembrarci un impegno da portare a termine, forse è arrivato il momento di fermarci un attimo. Non per pianificare meglio la prossima giornata, ma per ricordarci che, qualche volta, non fare niente è già un ottimo programma. Maremma cane, come sono saggio. 

martedì 20 ottobre 2026

Tesla - Mechanical Resonance

 
Artista: Tesla
Anno: 1986
Tracce: 12
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
In attesa della nuova Tesla volante, parlo di un album d'esordio esplosivo di un gruppo che prende lo stesso nome del mitico scienziato ed inventore, il genio visionario che brevettò la corrente alternata e fu derubato di buona parte del merito storico da Edison Loro non inventano, ma piuttosto adattano un heavy metal a varie influenze blues, rock e progressive. 
I Tesla sono una di quelle band degli anni Ottanta che non si nominano per prime quando si parla del periodo, ma che chi le conosce difende con una fedeltà quasi sproporzionata. 
La prima metà è hard rock diretto e muscolare: EZ Come EZ Go apre con un riff squadrato e sincopato, Cumin' Atcha Live porta dentro intrecci chitarristici di Tommy Skeoch e Frank Hannon che sanno già di classe vera. La seconda metà è dove la band si apre davvero: Modern Day Cowboy, singolo di maggior successo, è una hard rock song con un immaginario western che funziona benissimo; Changes introduce il piano su un mid tempo malinconico dal ritornello travolgente; Little Suzi ha un'intro acustica e marcate influenze zeppeliniane; e Gettin' Better mescola arpeggio languido e riff risoluto in modo quasi senza sforzo. La voce di Jeff Keith, roca e graffiante,  è il centro di tutto: calda, diretta, con quella qualità blues che i cantanti hair metal dell'epoca quasi sempre non avevano. . Non rivoluzionario, non sperimentale, ma onesto, ben suonato, con le radici al posto giusto. Uno di quei dischi che si riscopre sempre con lo stesso piacere.

lunedì 19 ottobre 2026

AA. VV. - Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani

 

Autore: AA. VV
Anno: 2026
Titolo originale: Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani 
Pagine: 395
Voto e recensione: 3/5
Acquista ebook su Amazon 

Trama del libro e quarta di copertina:
Soltanto un nuovo sottogenere della fantascienza, oppure il solarpunk è una vera e propria estetica del futuro? "Solar" è l'energia alternativa ai combustibili fossili; "punk" è la ribellione a un modello di sviluppo insostenibile; insieme sono l'utopia che coltiva la speranza, la scintilla in grado di generare un mondo migliore. Il solarpunk non predica un anacronistico "ritorno alla natura", ma persegue un progresso consapevole, nel quale scienza e tecnologia, usate in maniera trasparente e democratica, ci consentano di raggiungere finalmente l'equilibrio con il pianeta. Undici autori e autrici per dieci racconti che gettano un nuovo sguardo sul domani.
I racconti:
  • “Non è l'essenza di conflitto” – Lorenzo Davia
  • “Gong” – Stefano Carducci e Alessandro Fambrini
  • “Fare cerchio” – Giovanna Repetto
  • “Semina di ossa e terra” – Irene Drago
  • “Tre lezioni di tenebre per il mercoledì ”– Franco Ricciardiello 
  • "Diagramma di flusso con svarione" – Fulvio Gatti
  • “Eloisa e la bomba” – Giulia Abbate
  • “Memetica del collasso” – Flavio Torba
  • “Cartolina dal Lago Maggiore” – Romina Braggion
  • “Gomma” – Silvia Treves

Commento personale e recensione:
Lo ammetto subito: i racconti non sono il mio forte. Io sono un tipo da romanzo, uno che vuole starsene settecento pagine con gli stessi personaggi, affezionarsi, soffrire un po' e poi sentire la mancanza quando finisce tutto. Le antologie le guardo sempre con sospetto, come i buffet degli hotel: tanta roba, qualcosa di buono, qualcosa che lasci nel piatto.

Però stavolta la curiosità ha vinto. Il numero speciale estivo di Urania, "Solarpunk - Nuovi sguardi sul domani", era di quelli che non potevo lasciarmi scappare, perché è da un po' che sento parlare di questa corrente "positiva" della fantascienza e volevo capire di che pasta fosse fatta. Dopo anni di distopie, futuri in rovina e catastrofi a rate, l'idea di qualcuno che prova a immaginare un domani decente mi attirava parecchio. E poi, diciamolo, un po' di ottimismo ogni tanto fa bene anche a uno che fa i turni all'alba.

Il punto di partenza è chiaro: il solarpunk parte dai problemi del nostro tempo, a cominciare da quello ambientale, e invece di piangerci sopra prova ad affrontarli in modo costruttivo. Il "punk" sta nella ribellione, quella dell'umanità che non si arrende alla crisi, un po' come quarant'anni fa i cyberpunk si ribellavano al dominio dell'informatica. Poi ognuno la prende dal suo lato: c'è chi spinge sulla tecnologia, chi sul sociale, chi ci costruisce sopra addirittura un giallo.

Il volume è curato da Franco Ricciardiello, che del solarpunk italiano è praticamente un fondatore (ha messo in piedi anche Solarpunk Italia), e si chiude con un'analisi del movimento firmata da lui e da Giulia Abbate, più una cronologia. Insomma, non è solo una raccolta di storie ma anche una specie di piccola guida al genere. 

Per quanto riguarda queste letture il rischio del solarpunk è appiattirsi su comunità autosufficienti e democrazia dal basso, un po' ripetitive e un po' naif, perché il conflitto resta il motore delle storie. I racconti che mi sono piaciuti di più, e sono in buona compagnia, sono quelli che si pongono i problemi scomodi, vecchiaia, malattia, morte, cose che nemmeno nel miglior futuro possibile si possono evitare. 

Poi ci sono i gusti, che è giusto restino gusti. Il primo racconto (quello di Lorenzo Davia) , per dire, mi ha convinto di più ed era sinceramente ciò che mi aspettavo da questa raccolta. 

 Invece in alcuni casi son rimasto un po' deluso, come se tutto fosse un po' forzato. Mi piacerebbe leggere un romanzo più lungo, per provare. Intanto mi tengo la sensazione che questo solarpunk, con tutti i suoi rischi di buonismo, sia un tentativo serio di guardare avanti senza farsi venire l'ansia. 

Che Dio Ci Perdoni (2016)

 
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Titolo originale: Que Dios Nos Perdone
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies
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Torniamo in Spagna con Che Dio Ci Perdoni, titolo originale Que Dios Nos Perdone. È un thriller del 2016 diretto da Rodrigo Sorogoyen, che lo ha scritto insieme a Isabel Peña, ed è ambientato a Madrid nell'estate del 2011, con un caldo opprimente, le proteste del movimento 15-M e la città invasa dai pellegrini in attesa della visita del Papa. Come cornice per un thriller poliziesco è davvero bella, e già nei primi minuti si capisce che il film ci tiene a fare le cose per bene.

I protagonisti sono due ispettori di polizia che più diversi non si potrebbe, Velarde, introverso e tartaglione, interpretato da Antonio de la Torre, e Alfaro, impulsivo e iracondo, che ha il volto di Roberto Álamo. Devono dare la caccia a un assassino che colpisce donne anziane, e devono farlo in fretta e senza fare rumore, con il resto della città che ha la testa altrove. Come inizio mi aveva preso, perché il killer era misterioso e i due poliziotti stavano investigando, tra piste da seguire, dubbi e indizi da mettere insieme, e io stavo lì a incastrare i pezzi insieme a loro.

Poi succede una cosa che per me ha spezzato l'incantesimo. Gli sceneggiatori hanno deciso di mostrarci chi fosse l'assassino, e da quel momento la parte investigativa mi è sembrata sbrigativa e casuale, con indizi che arrivano quando servono e collegamenti che si fanno per fortuna più che per bravura. Il guaio è che noi spettatori sapevamo già chi fosse, quindi tutta quella fatica per stanare un colpevole che avevamo davanti agli occhi aveva poco senso. Il film perde la sua tensione migliore, quella del non sapere, e la sostituisce con una caccia in cui il destino dei personaggi mi interessava molto meno di prima.

Ha anche vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di San Sebastián, e questo mi fa sorridere, perché evidentemente io e la giuria abbiamo visto due film diversi, o più probabilmente io mi aspettavo un mistero e loro hanno premiato altro. Ripeto, non è un brutto film e il clima che costruisce funziona, ma quel cambio di rotta a metà strada mi ha lasciato con un senso di occasione sprecata. Un buon inizio che si sgonfia, e a me è dispiaciuto parecchio.