C'è un momento della giornata, d'estate soprattutto, in cui l'unica cosa sensata da fare è arrendersi. Finito il primo turno, con il sole che picchia e l'aria che sembra uscita da un forno, non esiste impegno, commissione o buona intenzione che regga il confronto con il letto. Neanche andare al mare è sempre la più buona delle idee. Così negli ultimi mesi mi sono ritrovato a spostare tutta la mia vita attiva più tardi: niente più palestra, pausa estiva , ma corsa nel tardo pomeriggio o la sera, quando il caldo molla un po' la presa e si può respirare senza sentirsi in un sauna. E in mezzo, tra il turno e la corsa, ci sta lui: il pisolino, che nei mesi caldi smette di essere breve e diventa una faccenda seria, un'ora e mezza, a volte due.
Il calo di energia del primo pomeriggio non è un difetto di carattere, è scritto nel nostro orologio circadiano, che tra l'una e le quattro produce un naturale abbassamento di vigilanza indipendente da quanto abbiamo dormito la notte prima. La cosa buffa è che noi italiani questa verità l'avevamo capita per intuito molto prima che la scienza la certificasse con l'elettroencefalogramma, solo che l'abbiamo chiamata pisolino e ce ne siamo un po' vergognati, complici decenni di cultura aziendalista anglosassone che ci ha convinti che dormire di giorno sia da fannulloni.
Il caso più citato, quello che ha reso rispettabile il pisolino anche agli occhi dei più scettici, arriva dalla NASA, che negli anni novanta studiò i piloti durante i lunghi voli intercontinentali. Ai piloti veniva data una finestra di quaranta minuti per riposare in cabina, e in media si addormentavano per circa ventisei minuti. Il risultato fu che chi si concedeva questo pisolino mostrava un miglioramento della prontezza di attenzione fino al cinquantaquattro per cento e della performance sul lavoro di circa un terzo, rispetto a chi restava sveglio tutto il turno. Considerando che parliamo di gente che deve far atterrare un aereo, non è un dettaglio da poco.
Qui però va fatta una distinzione che mi riguarda da vicino, perché io d'estate raramente mi fermo ai fatidici venti minuti. Il sonno si articola in cicli di circa novanta minuti ciascuno, e nei primi venti-trenta minuti si resta nelle fasi leggere, quelle che rigenerano la mente senza scivolare nel sonno profondo. Se ci si sveglia proprio in quella fase profonda, a metà di un ciclo, si prova la cosiddetta inerzia del sonno: quella sensazione di essere stati tirati fuori da un pozzo, con la testa impastata per la mezz'ora successiva. Il trucco, quando il caldo e la stanchezza chiedono più di un quarto d'ora, è allora arrivare a completare uno o due cicli interi, cioè attorno ai novanta o ai centottanta minuti, così ci si sveglia comunque a fine ciclo e non nel mezzo. Non è un caso che le mie ore e mezza o due di sonnellino estivo, che a un osservatore esterno sembrano un eccesso, dal punto di vista della fisiologia del sonno hanno più senso di un pisolino di quaranta minuti lasciato a metà.
Detto questo, vale la pena essere onesti sui limiti della faccenda. Un conto è concedersi ogni tanto un recupero lungo nei giorni più torridi, un altro è farne un'abitudine quotidiana per tutto l'anno: alcuni studi hanno collegato i sonnellini lunghi e frequenti a un rischio cardiovascolare maggiore, oltre al fatto che dormire troppo a lungo di pomeriggio può rubare pressione al sonno notturno, soprattutto per chi già fatica ad addormentarsi la sera. Nel mio caso il fatto di spostare la corsa a sera tardi aiuta proprio a smaltire quell'energia in eccesso e a ritrovare la stanchezza giusta per dormire bene la notte, altrimenti il rischio di ribaltare completamente i ritmi sarebbe concreto.
Resta il fatto che io, dopo aver passato una vita a considerare il pisolino un lusso da vacanza, oggi lo tratto come una risposta fisiologica a un clima che d'estate diventa ostile a qualsiasi cosa non sia stare fermi all'ombra. Corro quando il sole è basso, dormo quando il sole è alto, e in mezzo cerco di far quadrare tutto il resto. Funziona, e soprattutto adesso ho anche la scusa scientifica pronta per chi mi guarda storto quando esco dal sonnellino delle due ore con l'aria di chi si è appena svegliato in un altro fuso orario.





