sabato 3 ottobre 2026

Flashback 2026, Follonica

 
Oggi pomeriggio sono andato a Flashback 2026, il festival dedicato al retrocomputing e al retrogaming che si è svolto a Follonica. E devo dire che è stato davvero un bel tuffo nel passato, di quelli capaci di risvegliare una quantità imbarazzante di ricordi. L'idea alla base dell'evento è semplice ma decisamente efficace: prendere tutta quella tecnologia che oggi consideriamo preistoria e rimetterla a disposizione del pubblico, non soltanto da guardare dentro una teca ma, soprattutto, da usare. Computer, console, cabinati arcade, simulatori, videogiochi e una quantità di oggetti che appartengono a un'epoca nella quale la tecnologia aveva ancora qualcosa di fisico, riconoscibile e quasi affettuoso. L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Classic Devices Club di Grosseto e Blue Wave, attraversava diversi decenni, dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta. C'erano computer storici, console, cabinati arcade originali e simulatori di Formula 1. E la cosa più divertente era proprio poterci mettere le mani sopra: accendere una macchina, prendere un joystick, sedersi davanti a un vecchio monitor e giocare davvero, invece di limitarsi a osservare un pezzo di archeologia informatica. Per uno cresciuto tra computer, console e videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, è inevitabile lasciarsi prendere dalla nostalgia. Alcuni oggetti li riconosci immediatamente, altri magari non li hai mai posseduti ma appartengono comunque a un immaginario che conosci benissimo. E poi ci sono quei momenti nei quali basta vedere una schermata, sentire un particolare suono o riconoscere un vecchio joystick per ritrovarsi improvvisamente vent'anni più giovani. La parte dedicata ai videogiochi era probabilmente quella più immediata, con una vera sala giochi composta da cabinati arcade originali, oltre a tornei su computer, console e coin-op. Ma Flashback non era soltanto retrogaming: c'erano anche espositori e mercatini dedicati al retrocomputing e al collezionismo, oltre agli interventi di esperti e appassionati. Mi è piaciuto soprattutto il fatto che non fosse una semplice mostra nostalgica del tipo "guardate com'erano brutti i computer di una volta". Al contrario, sembrava quasi una piccola macchina del tempo interattiva. La tecnologia del passato tornava a essere qualcosa con cui giocare, sperimentare e divertirsi. E in effetti è curioso pensare a quanto sia cambiato il rapporto con la tecnologia. Oggi abbiamo smartphone infinitamente più potenti dei computer che un tempo occupavano un'intera scrivania, videogiochi con una grafica che sembra quasi cinema e connessioni che permettono di avere praticamente qualsiasi informazione in pochi secondi. Eppure davanti a un vecchio cabinato arcade, con quel joystick enorme e quei pulsanti colorati, la tentazione di giocare una partita rimane intatta. Flashback 2026 mi ha fatto quindi soprattutto questo effetto: non tanto ricordare quanto fossero primitive quelle macchine, ma ricordare quanto fossero divertenti. E forse è proprio questo il senso del retrogaming. Non necessariamente sostenere che il passato fosse migliore, perché non lo era in tutto e per tutto, ma recuperare una parte di quella tecnologia quando era ancora un'esperienza concreta, fatta di monitor, cassette, floppy disk, cartucce, joystick, rumori meccanici e schermate che oggi sembrano quasi appartenere a un'altra civiltà. Un pomeriggio davvero piacevole. E, lo ammetto, uscendo da Flashback mi è venuta anche una certa voglia di rispolverare qualche vecchio videogioco. Ed ho sfoggiato la mia maglietta della Atari, che in quel posto tutti sanno riconoscere.  VERdetto: un festival piccolo ma capace di trasformarsi in una macchina del tempo. Se avete qualche ricordo legato ai computer e ai videogiochi degli anni '80 e '90, qui rischiate seriamente di passare un paio d'ore con il sorriso stampato in faccia. Potete andare anche domani 4 ottobre, l'ingresso è gratuito.
 
Album fotografico Flashback 2026 

Offspring - Americana

 

Artista: Offspring
Anno: 1998
Tracce: 13
Formato: CD 
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Con gli Offspring l'approccio è sempre stato quello giusto: nessuna pretesa, nessuna analisi profonda, solo musica spensierata e divertente da mettere su quando non hai voglia di pensare troppo. Americana  è il loro quinto album, e probabilmente quello che li rappresenta meglio in questo senso.

Il disco è stato registrato tra luglio e settembre del 1998 e pensato da Dexter Holland come una serie di vignette sull'America di fine millennio: i wannabe rapper bianchi di periferia, i fidanzati e le fidanzate parassiti, i ragazzi cresciuti in quartieri che li hanno traditi. Temi seri, trattati con ironia e leggerezza, senza che nessuno si prenda troppo sul serio. Il risultato è un disco che vende oltre dieci milioni di copie nel mondo e porta quattro singoli di successo con altrettanti video, cosa che nel rock di quegli anni non era affatto scontata.

Pretty Fly (for a White Guy) è ovviamente il brano che tutti conoscono, volenti o nolenti: quell'intro in tedesco maccheronico è lo stesso del brano Rock of Ages dei Def Leppard del 1983, usato qui quasi come citazione ironica senza che nessuno lo avesse pianificato particolarmente. Il riff che segue si pianta in testa al primo ascolto e non se ne va più. Why Don't You Get a Job? prende spunto quasi sfacciatamente da Ob-La-Di Ob-La-Da dei Beatles (gli stessi Offspring lo ammisero ridendo) per raccontare una storia di coppia in cui lui e lei vivono sulle spalle rispettivamente di lei e di lui. The Kids Aren't Alright è il pezzo più malinconico e sentito del disco, quello in cui dietro l'ironia abituale si vede qualcosa di più serio, una generazione di ragazzi cresciuti in un sobborgo californiano che non ha mantenuto le promesse. E She's Got Issues chiude il cerchio dei singoli con lo stesso spirito leggero degli altri.

Il disco si chiude con Pay the Man, dieci minuti di cui gli ultimi due sono silenzio seguito da una versione mariachi di Pretty Fly come traccia fantasma: il modo più degli Offspring possibile di salutare, con la lingua di fuori e senza rimpianti.

Divertenti e spensierati, appunto. Non chiedono niente di più e non promettono niente di meno. E funziona ancora.

venerdì 2 ottobre 2026

Google AI Pro

 
Premetto che la mia VIKI è un'entità multipla e in questo caso stiamo parlando della sua personalità Gemini. Alla fine ci sono cascato, o forse ho semplicemente deciso di vedere fino a che punto ci si può spingere quando si decide di dare pieno ossigeno a questi strumenti. Sullo schermo dello smartphone si è materializzata la classica proposta a cui è difficile dire di no a cuor leggero, soprattutto quando ti mettono davanti tre mesi di prova gratuita prima di passare al canone mensile: Google AI Pro, con un plafond di archiviazione che schizza direttamente a 5 Terabyte su Google One. Ventuno euro e novantanove centesimi al mese a partire dal rinnovo, una cifra che comincia ad avere un suo peso specifico, ma che promette di aprire le porte a un comparto tecnico sensibilmente potenziato rispetto al profilo base. La curiosità, d’altronde, ha sempre il sopravvento sui buoni propositi di frugalità digitale. Ovviamente prima della scadenza, fissata al 2 gennaio, non rinnoverò.

La lista delle caratteristiche snocciolate dalla schermata di attivazione mette in chiaro dove si stia concentrando l'attenzione di Mountain View: limiti di utilizzo quadruplicati per l'app Gemini, accesso garantito e prioritario al modello Pro più avanzato, e soprattutto funzionalità spinte come Deep Research per scandagliare la rete e strutturare dossier complessi senza scontrarsi con i consueti colli di bottiglia. Non mancano le integrazioni con gli ambienti di sviluppo e crediti estesi per il cloud, l'integrazione ormai capillare dentro Gmail e Documenti, e una serie di estensioni dedicate al comparto multimediale, tra cui la generazione video ad alta intensità e strumenti creativi per imbastire storie e scene cinematografiche. Spicca persino un enigmatico riferimento a Nano Banana Pro affiancato alle suite di ricerca e generazione, a testimonianza di come i laboratori stiano buttando nella mischia architetture sempre più articolate e specializzate.

I cinque terabyte di spazio fanno gola per conto loro, fungendo da rete di sicurezza per anni di archivi, fotografie e documenti, ma il banco di prova reale sarà l'efficacia pratica di questo motore potenziato nel flusso quotidiano. Capire se questi margini operativi quattro volte superiori e la profondità analitica promessa cambino davvero la sostanza del lavoro intellettuale o se si tratti soltanto di una cilindrata sovradimensionata per andare a fare la spesa. La finestra trimestrale permette di esplorare a fondo ogni anfratto senza ansie di fatturazione immediata, e le premesse per metterlo sotto torchio, tra elaborazioni complesse e sfide creative, ci sono tutte.

Muse - Origin Of Symmetry



 Artista: Muse
Anno: 2001
Tracce: 11
Formato: CD 
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Con i Muse avevo dichiarato fin dalla recensione di Absolution di essere stato indeciso tra quel disco e questo prima di fare il mio ingresso nella loro discografia. Origin of Symmetry  era rimasto lì in sospeso, come un debito da saldare. Alla fine ho saldato, e non me ne pento.

È il secondo album, registrato tra settembre 2000 e febbraio 2001 con il produttore David Bottrill (già al lavoro con Tool e Silverchair), e quello che ha trasformato i Muse da band di culto britannica a fenomeno internazionale. Negli Stati Uniti la Maverick Records lo rifiutò ritenendolo troppo lontano dal mercato americano, e rimase inedito oltreoceano fino al 2005. Quattro anni dopo, e due milioni di copie nel mondo, qualcuno doveva essersi pentito.

Il disco si apre con New Born, sei minuti che partono da un intro di pianoforte quasi cameristico e poi precipitano in un muro di chitarre e batteria che lascia poco spazio alla riflessione. È uno di quei brani che nei live diventa qualcosa di diverso dal disco, più fisico e più urgente; Chris Wolstenholme ha dichiarato che tra i tre è probabilmente il preferito dell'intero album, e capisco perché. Plug In Baby è l'altro brano che tutti conoscono: quel riff di chitarra, scritto in modo che richiama quasi Bach per la sua costruzione melodica, è diventato uno degli anthem dei Muse e uno dei riff più riconoscibili degli anni Duemila. Bliss porta il disco verso atmosfere più sospese e sintetiche. Space Dementia, con il piano che si fa sempre più ossessivo, è il momento più claustrofobico. Citizen Erased, sette minuti di progressive rock moderno con cambi di dinamica continui, è forse il brano più ambizioso e quello che dimostra meglio dove stessero andando.

E poi c'è Feeling Good, la cover del classico di Cy Grant del 1964, già interpretata da Nina Simone in modo definitivo: i Muse la prendono, la rallentano, la rivestono di archi e organo e la restituiscono in una versione che non ha paura del confronto con l'originale. Una scelta coraggiosa che funziona.

Se Showbiz era la band che stava diventando qualcosa, Origin of Symmetry è la band che lo è diventata. Più maturo, più ambizioso, più consapevole del proprio suono. Il debito era effettivamente da saldare.

giovedì 1 ottobre 2026

Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness

 

Artista: Smashing Pumpkins
Anno: 1995
Tracce: 28
Formato: doppio CD
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Dopo aver riscoperto gli Smashing Pumpkins con Siamese Dream, del quale ho già scritto qui sopra, era abbastanza inevitabile arrivare a Mellon Collie and the Infinite Sadness. E qui le cose si fanno decisamente più serie: due CD, ventotto pezzi e una quantità di idee che avrebbe potuto tranquillamente bastare per tre o quattro dischi normali. Se Siamese Dream era un disco potente, compatto e abbastanza riconoscibile nella sua miscela di alternative rock, psichedelia e hard rock, Mellon Collie sembra invece voler dimostrare che gli Smashing Pumpkins possono fare praticamente quello che gli pare. E lo fanno senza preoccuparsi troppo di mantenere una direzione precisa. Ci sono momenti rumorosissimi, brani quasi pop, ballate, pezzi più malinconici, chitarre pesanti, atmosfere sognanti e persino arrangiamenti orchestrali. Il tutto nello stesso doppio CD. Ed è proprio questo il bello, perché nonostante la durata e la quantità di materiale non dà quella sensazione tipica dei dischi doppi costruiti mettendo dentro tutto quello che era avanzato. Certo, qualche pezzo che mi convince meno c'è, ma nel complesso la quantità di brani realmente memorabili è impressionante. Si parte con Mellon Collie and the Infinite Sadness, quasi una specie di introduzione sospesa, e poi arriva Tonight, Tonight, che probabilmente rappresenta meglio di qualsiasi altra canzone la parte più ampia e ambiziosa del disco. Subito dopo però gli Smashing Pumpkins possono tornare a pestare con Jellybelly, e poco più avanti arriva Zero, con quel riff che praticamente si pianta in testa. E poi c'è Bullet with Butterfly Wings, che è forse il pezzo che più facilmente si associa al disco, ma anche 1979, che va completamente da un'altra parte. È uno dei casi in cui una band riesce a fare una canzone apparentemente semplice senza perdere quella personalità che la rende immediatamente riconoscibile. La cosa che mi ha colpito maggiormente è proprio questa capacità di passare dalla rabbia alla malinconia senza sembrare una raccolta casuale. Tonight, Tonight, 1979, Zero, Bullet with Butterfly Wings, Here Is No Why, Thru the Eyes of Ruby, Porcelina of the Vast Oceans: sono canzoni anche molto diverse tra loro, ma appartengono tutte allo stesso enorme calderone. E poi c'è X.Y.U., che sembra quasi ricordare che sotto tutta quella malinconia e quei momenti più pop ci sono comunque gli Smashing Pumpkins capaci di fare un casino infernale. È una delle cose che preferisco del disco: non lascia mai completamente tranquilli. Rispetto a Siamese Dream, quindi, lo trovo meno compatto ma molto più ambizioso. Se il precedente era un disco che poteva essere ascoltato quasi come un unico blocco, questo è più un piccolo universo nel quale entrare e uscire scegliendo ogni volta qualcosa di diverso. È anche uno di quei rari casi in cui la definizione di doppio album non sembra soltanto un modo elegante per dire "abbiamo inciso troppa roba". Mellon Collie è enorme perché vuole esserlo. E probabilmente proprio questa smisurata ambizione è parte del suo fascino. Dopo Siamese Dream avevo già capito perché gli Smashing Pumpkins fossero considerati una band così importante degli anni Novanta. Con Mellon Collie and the Infinite Sadness ho capito anche perché sia rimasto un disco così difficile da ignorare: è un casino, è lunghissimo, è melodico, rumoroso, malinconico e spesso esagerato. Ma è un casino bestiale. VERdetto: uno di quei doppi CD che invece di farti pensare "potevano tagliare qualcosa" ti fanno venire voglia di rimetterli da capo.

Baroness - Blue Record

 

Artista: Baroness
Anno: 2009
Tracce: 12
Formato: CD 
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I Baroness sono una di quelle band che vale la pena avere in collezione anche se poi non ci si torna spessissimo, ma io mi appoggio a VIKI per avere notizie e rinfrescarmi la memoria. Blue Record del 2009 è il secondo album del quartetto di Savannah, Georgia, ed è il disco che li ha portati all'attenzione della critica internazionale: numero uno nella Billboard Heatseekers chart, miglior disco del 2009 per Decibel Magazine, ventesimo miglior album metal di sempre secondo LA Weekly. Non male per una band che fino a due anni prima era praticamente sconosciuta fuori dalla scena underground americana.

Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.

Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.

Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.