sabato 20 giugno 2026

Type O Negative - Bloody Kisses

 

Artista: Type O Negative
Anno: 1993
Tracce: 14
Formato: CD 
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I Type O Negative sono uno di quei gruppi di cui vado fiero di parlare, perché li considero ancora abbastanza sconosciuti e di nicchia, nonostante il loro peso nella storia del gothic metal. Bloody Kisses  è il disco che li ha portati alla ribalta, ed è anche quello che meglio racchiude tutto quello che li rende unici.

Il centro di tutto è Peter Steele: un gigante di quasi due metri, voce profondissima, capace di passare dal sussurro malinconico al growl cupo nel giro di una frase. È quella voce che sembra arrivare da un'altra epoca, avvolgente in modo quasi ipnotico, e che da sola basta a creare l'atmosfera gotica e vampiresca che pervade tutto il disco. Prima dei Type O Negative, Steele suonava nei Carnivore, una band ben più rumorosa e provocatoria; qui invece trova una dimensione più sofisticata, ricordando un po' anche il peso dei Black Sabbath

Il disco è un continuo gioco di opposti: musica concepita per creare un'atmosfera morbosa e psichedelica da una parte, testi pieni di umorismo nero e sarcasmo dall'altra. Christian Woman, ispirata a una vera storia d'amore di Steele, è il brano più noto e quello che ha aperto le porte del mainstream alla band. Black No. 1 (Little Miss Scare-All), scritta da Steele mentre guidava un camion della nettezza urbana in attesa di scaricare rifiuti, prende in giro con affetto l'estetica gothic dell'epoca (tinte nere ai capelli comprese). La title track, Bloody Kisses (A Death in the Family), nasconde dietro un'apparenza macabra un testo che Steele ammise riguardare la morte del suo gatto. Can't Lose You chiude il disco nel modo più vulnerabile, con una malinconia che resta addosso.

Settantatré minuti di durata, in un anno (il 1993) dominato da grunge e alternative rock, eppure il disco riuscì a vendere oltre un milione di copie, portando il gothic metal a un pubblico che fino ad allora lo ignorava del tutto. Un disco che suona come nient'altro prima e nient'altro dopo, e che merita molta più attenzione di quanta ne riceva ancora oggi.

venerdì 19 giugno 2026

Sul Tuo Cadavere (2026)

 

Regia: Jorma Taccone
Anno: 2026
Titolo originale: Over Your Dead Body
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Ci sono sere in cui non hai voglia di metterti davanti a un capolavoro del cinema d’autore o a un thriller psicologico che ti spreme le meningi. Sere in cui cerchi solo un sano, scanzonato e un po' becero intrattenimento. Sul tuo cadavere (regia di Jorma Taccone, disponibile su Prime Video) si colloca esattamente in questa categoria: una commedia grottesca, intrisa di black humor e con una spruzzata generosa di sangue.

​La trama, ammettiamolo, è piuttosto scontata e non brilla certo per originalità (oltretutto questo è un remake americano di un film scandinavo). Seguiamo una coppia in crisi  che decide di passare un weekend in una baita isolata. Il piano segreto di entrambi? Assassinare il coniuge. Ovviamente le cose non vanno come previsto e la situazione sfugge rapidamente di mano, arricchendosi di imprevisti, violenza iperbolica e personaggi assurdi.

​Il film non fa nulla per nascondere i suoi cliché, ma gioca le sue carte migliori sul ritmo e sulla spettacolarizzazione delle botte. È un piacere ammirare Samara Weaving, che in questo genere di ruoli a metà tra la scream queen e la dura a morire si muove ormai con una disinvoltura magnetica e riesce sempre a dare una marcia in più alla pellicola con l'aiuto di Jason Segel.

​Le scene simpaticamente violente non mancano, il sangue scorre a fiumi a piccoli torrenti, ma lo fa con quel tono talmente esagerato e fumettistico che strappa più di un sorriso invece di disgustare. Non siamo di fronte a un film memorabile o a un cult istantaneo, sia chiaro. Resta un'opera senza troppe pretese.

​Se vi approcciate alla visione aspettandovi poco, se cercate solo un'ora e mezza di intrattenimento leggero, scorrevole e violentemente divertente, fa assolutamente il suo dovere. Promosso con riserva, ideale per una serata di puro relax senza perdersi nei meandri del catalogo di Prime Video.


Arthur C. Clarke - Incontro Con Rama



 Autore: Arthur C. Clarke
Anno: 1972
Titolo originale: Rendezvous With Rama
Pagine: 273
Voto e recensione: 5/5
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Trama del libro e quarta di copertina:11 settembre 2077: un grosso meteorite si abbatte sulla Pianura Padana, devastandola. Per evitare che disastri del genere possano ripetersi, viene approvato d'urgenza il progetto Guardia Spaziale, con il compito di catalogare e studiare l'orbita degli asteroidi nel sistema solare. Poi, nel 2130, i radar della Guardia Spaziale individuano un oggetto che sulle prime viene scambiato per un grosso asteroide, ma che è in realtà un UFO. Il comandante Norton riceve l'ordine di esaminare da vicino, con la sua astronave Endeavour, il silenzioso colosso, chiamato Rama, e se possibile sbarcarvi. È così che inizia una delle più fantastiche avventure della fantascienza.

Commento personale e recensione:

Ci sono classici della fantascienza che orbitano attorno alla tua lista di letture per anni. Ne senti parlare, ne leggi accenni ovunque, ma aspetti il momento giusto. Per me quel momento è arrivato grazie a una promozione sull'intero ciclo che mi ha fatto portare a casa il tomo completo. E sebbene le voci di corridoio dicano che i seguiti non valgano la candela (vedremo a tempo debito se confermare o smentire), il primo capitolo si è rivelato un'esperienza monumentale.

Incontro con Rama è il manifesto definitivo della fantascienza hard. Dimenticate le space opera fatte di guerre stellari e misticismo; qui la protagonista assoluta è la scienza, unita al brivido dell'ignoto. Quando un immenso cilindro perfetto penetra nel sistema solare, l'umanità invia  una nave con equipaggio umano, la Endeavour, a esplorarlo. Quello che trovano è un mondo artificiale immenso, silenzioso, geometricamente perfetto e apparentemente deserto. Ho provato a dare in pasto la descrizione a VIKI per creare l'immagine, ma non è particolarmente fedele a come dovrebbe essere. 

​Arthur C. Clarke non cerca la spettacolarizzazione fine a se stessa, ma la precisione. Le spiegazioni tecniche sono minuziose, rigorose, strutturate per dare un senso di realismo quasi ingegneristico. Durante la lettura è praticamente impossibile non fermarsi, chiudere gli occhi per un secondo e provare a visualizzare la vastità di Rama: il Mare Cilindrico, le città di strutture metalliche, la forza centrifuga che regola la gravità interna, la luce che si accende all'improvviso squarciando le tenebre di un mondo morto. Visivamente è un'opera che toglie il fiato e stimola l'immaginazione come pochissime altre.

​Ma il vero colpo di genio sta nella gestione del mistero. Rama non dialoga, non spiega, non si cura della presenza umana. È un gigantesco enigma cosmico che l'uomo può solo sfiorare.

​Il finale aperto è, a mio avviso, la chiusura perfetta. Ti lascia addosso una curiosità pazzesca e migliaia di domande senza risposta. Qualcuno potrebbe trovarlo frustrante, ma io trovo che sia esattamente come deve essere: davanti all'immensità dell'universo e a una civiltà infinitamente più avanzata della nostra, l'arroganza umana viene ridimensionata. Non tutto è fatto per essere capito da noi, e il senso di meraviglia sta proprio in questo vuoto.

​Senza dubbio, uno dei migliori romanzi di fantascienza che siano mai stati scritti. Un cult assoluto che non ha subito il peso degli anni.

​"I ramani fanno ogni cosa in tre esemplari." Con questa frase iconica Clarke chiude il libro, lanciando l'esca per i seguiti. Come dicevo, le recensioni generali sui capitoli successivi (scritti poi in collaborazione con Gentry Lee) sono tiepide, ma la curiosità è tanta. Intanto, questo primo capitolo brilla di luce propria.

Led Zeppelin - Led Zeppelin II

 

Artista: Led Zeppelin
Anno: 1969
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con i Led Zeppelin ero partito dal quarto album, quello con la copertina senza titolo e Stairway to Heaven dentro: il pilastro, l'Olimpo, il punto da cui difficilmente si torna indietro. Led Zeppelin II  lo presi dopo, e per quanto non abbia lo stesso fascino magnetico del IV (almeno per me), siamo lì, vicinissimi.

Il disco fu registrato praticamente in corsa: durante il tour americano del 1969, in studi diversi sparsi tra Stati Uniti, Canada e Inghilterra, ogni volta che la band trovava qualche ora libera tra una data e l'altra. Si sente, in un certo senso: c'è un'urgenza, una fisicità quasi sudata che rende il disco diverso, più grezzo, rispetto alla grandiosità più costruita del quarto album.

Whole Lotta Love apre il disco con una potenza colossale, da sola vale l'ingresso: quel riff di Page è uno dei più riconoscibili e imitati della storia del rock, e la sezione centrale, con tutti quei suoni psichedelici ed elettronici sperimentali, era qualcosa che nel 1969 suonava quasi fantascientifico. Heartbreaker mette in mostra Page in un assolo a cappella che è diventato un riferimento per generazioni di chitarristi. Ramble On mescola momenti acustici e momenti elettrici con quella naturalezza tipica della band, con un testo che cita persino Frodo e Gollum del Signore degli Anelli. Moby Dick lascia spazio quasi interamente alla batteria di Bonham, mentre What Is and What Should Never Be mostra il lato più dinamico e blues della band.

Non ha la stessa coesione tematica del quarto disco, ed è probabilmente più disomogeneo nel complesso. Ma Whole Lotta Love da sola giustifica il posto che questo album occupa nella storia, e ascoltato dopo il IV acquista comunque un suo senso preciso: è il disco in cui i Led Zeppelin hanno capito fino in fondo quanto fossero grandi.

giovedì 18 giugno 2026

Gojira - From Mars To Sirus

 

Artista: Gojira
Anno: 2005
Tracce: 12
Formato: CD 
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Tra le band metal che considero una mia piccola scoperta personale, i Gojira occupano un posto speciale, e ne vado fiero. Già il fatto che siano francesi li rende rari nel panorama del genere (la Francia non ha mai avuto una scena metal di fama internazionale paragonabile a quella di altri paesi europei); poi c'è il tema, esplicitamente ecologista, che li rende ancora più particolari nel contesto in cui sono nati.

From Mars to Sirius  è il disco che li ha portati alla ribalta, il terzo della loro discografia e il primo realizzato con un budget adeguato che gli ha permesso di venire conosciuto da VER. È un concept album che racconta la rinascita di un pianeta morto attraverso un viaggio interplanetario, con tematiche ambientali come il cambiamento climatico e l'impatto dell'uomo sulla vita marina; il tutto condensato in una balena che fluttua tra i pianeti sulla copertina, simbolo perfetto del contenuto. All'epoca, parlare di crisi climatica e inserirla in un contesto fantascientifico nel metal non era affatto scontato; oggi è quasi un genere a sé, ma nel 2005 era un'anomalia, e anche per questo il disco resta importante.

Musicalmente i Gojira fondono death metal, groove e progressive in un modo che all'epoca sorprese parecchio. Mario Duplantier alla batteria è probabilmente il punto più alto del disco: sincopato, preciso, capace di variazioni continue che tengono tutto in piedi anche nei passaggi più complessi. Le chitarre di Joe Duplantier e Christian Andreu costruiscono riff dissonanti e mai banali, mentre il basso di Jean-Michel Labadie fa da collante. Ocean Planet apre il disco con tutta la potenza che serve a dichiarare le intenzioni; Global Warming chiude con un tema musicale a tapping continuo che incarna perfettamente il messaggio del titolo.

La voce di Joe Duplantier, onestamente, non mi fa impazzire: è uno scream/death personale e riconoscibile, ma non è il mio genere preferito di vocalità. Musicalmente però li apprezzo molto, e ancora di più per i temi che hanno scelto di affrontare quando nessun altro nel metal ci pensava. Una scoperta di nicchia che mi porto dietro con orgoglio, anche sapendo che oggi sono tutto tranne che sconosciuti.

mercoledì 17 giugno 2026

Sepultura - Roots

 

Artista: Sepultura
Anno: 1996
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con i Korn avevo scoperto un certo tipo di pesantezza ritmica e oscura che mi aveva incuriosito. Roots dei Sepultura lo presi proprio dopo, e l'impressione fu immediata: con le dovute distanze, certe sonorità sembrano davvero un preludio a quel genere. Cercando poi qualche informazione, ho scoperto che la cosa non era casuale, ma anche più intricata di quanto pensassi: l'esordio dei Korn del 1994 si era ispirato proprio ai Sepultura (Jonathan Davis viene citato come una delle fonti d'ispirazione nel libretto di Roots), e i Sepultura, a loro volta, nel registrare questo disco assorbirono elementi della scena nu metal che stava nascendo proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Un'influenza reciproca, un cerchio che si chiude su se stesso; non è importante chi abbia preso da chi per primo.

Quello che invece resta centrale, e che rende Roots un disco unico nel suo genere, sono le influenze musicali estranee al mondo metal. La band brasiliana, guidata da Max Cavalera, passò un periodo a stretto contatto con una tribù indigena nella regione del Mato Grosso, e il risultato si sente in ogni angolo del disco: percussioni tribali, il suono ipnotico del berimbau (che grazie a VIKI so essere uno strumento tradizionale brasiliano) e la collaborazione con Carlinhos Brown, percussionista già noto per il lavoro con Caetano Veloso, che porta dentro un'energia etnica difficile da trovare altrove nel metal di quegli anni. Ratamahatta, cantata in portoghese, è probabilmente il brano dove questa fusione funziona meglio.

Roots Bloody Roots apre il disco con un riff pesante e ipnotico che è diventato uno dei più iconici della band. Attitude introduce subito il berimbau in un contesto altrimenti heavy, e Cut Throat si distacca per un'andatura quasi doom. Settantadue minuti in tutto, forse anche troppi, ma con un'identità che nessun altro disco metal di quegli anni aveva.

Resta per molti il disco spartiacque dei Sepultura, quello che segna anche l'addio di Cavalera dalla band poco dopo, tra polemiche interne mai del tutto chiarite. Per me resta soprattutto questo: il punto in cui due mondi sonori, quello brasiliano tribale e quello nu metal americano, si incontrano senza che sia chiaro chi avesse copiato chi.