Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
domenica 13 settembre 2026
Sassuolo 3 - Juventus 2
Tool - Undertow
Dopo aver ascoltato Lateralus mi è venuta la curiosità di tornare indietro nel tempo, fino al 1993, quando i Tool pubblicarono il loro vero esordio discografico, Undertow. Dico vero esordio perché prima c'era stato l'EP Opiate, ma è con questo disco che il gruppo di Los Angeles si presenta al mondo in formazione completa, con Paul D'Amour al basso, l'unico album in cui suonerà con loro prima di lasciare spazio a Justin Chancellor.
La prima cosa che colpisce, sapendo cosa verrà dopo, è quanto Undertow sia già loro e non ancora del tutto loro. C'è la stessa oscurità, la stessa capacità di costruire un pezzo su un giro ossessivo che si ripete e si trasforma, ma manca ancora quella raffinatezza quasi matematica che troveremo su Lateralus. Qui i Tool sono più grezzi, più arrabbiati, più vicini all'alternative metal dei primi anni novanta di quanto lo saranno mai più.
Intolerance apre il disco con un riff che non lascia dubbi su dove si sta andando a parare, ma è con Prison Sex che la band mostra per la prima volta quella capacità di scrivere qualcosa che assomiglia a una canzone vera, con un ritornello che si conficca in testa nonostante il testo parli di abusi e perdita dell'innocenza, uno dei temi ricorrenti del disco insieme all'ipocrisia religiosa che tornerà anche in Sober, probabilmente il pezzo più conosciuto dell'album.
Bottom merita una menzione a parte perché ospita Henry Rollins, che presta la voce in un pezzo lento e strisciante, di quelli che ti si attaccano addosso senza che tu te ne accorga. E poi c'è la chiusura, Flood che sfocia in Disgustipated, un blocco unico di oltre venti minuti che parte come un pezzo quasi tradizionale e finisce in un delirio di rumori, silenzi e voci recitate, una specie di manifesto di quello che i Tool avrebbero fatto negli anni successivi, solo ancora in forma acerba.
Non è un disco che ti fa dire subito wow, ci vuole pazienza, ma se gli dai tempo capisci da dove viene tutto il resto, Ænima, Lateralus, e tutto quello che sarebbe seguito. I Tool sono davvero una band particolare, difficile da avvicinare senza un minimo di predisposizione, ma quando ci sanno fare lo fanno davvero bene, e Undertow è la prova che ci sapevano fare già dal primo giorno.
Ultima Notte A Soho (2021)
Ultima notte a Soho è il film del 2021 diretto da Edgar Wright, il regista della trilogia del Cornetto e di Baby Driver, che qui abbandona la comicità per infilarsi in un thriller psicologico venato di horror. Protagonista è Eloise, aspirante stilista appena arrivata a Londra, interpretata da Thomasin McKenzie, che scopre di poter in qualche modo entrare in contatto con gli anni Sessanta, dove incrocia Sandie, aspirante cantante interpretata da Anya Taylor-Joy. Nel cast anche nel suo ultimo ruolo prima della morte, Diana Rigg.
Il film parte da premesse interessanti, il contrasto tra la Londra swinging idealizzata da Eloise e quella reale, molto più sporca e pericolosa, e per un bel pezzo regge grazie a un'estetica curatissima e a un montaggio che gioca con gli specchi tra le due protagoniste. Il problema è che, a conti fatti, stenta a decollare. Pur potendoci stare qualche segno onirico, tutto risulta troppo fantastico e senza alcun motivo apparente, come se Wright si fosse innamorato dell'idea visiva senza preoccuparsi troppo di darle una logica interna solida.
Il risultato è un thriller casuale e non spiegato, che accumula suggestioni e colpi di scena senza mai chiarire davvero le regole del proprio mondo. Resta un film piacevole da guardare, elegante nella forma, ma che alla fine lascia la sensazione di aver visto tanta atmosfera e poca sostanza.
sabato 12 settembre 2026
David Drake - Una Questione Di Scelta
La storia segue il tenente Arne Huber, mercenario al servizio degli Slammers, alle prese con uno sbarco sul pianeta Plattner finito male: qualcuno ha avvertito il nemico dell'arrivo delle truppe, il plotone cade in un'imboscata e, nonostante la vittoria sul campo, ci scappano vittime civili che costano a Huber la rimozione dal comando e la retrocessione in un ufficio logistico. Da lì parte il tentativo del protagonista di riscattarsi e di riguadagnare il proprio posto tra le truppe scelte del reggimento.
Come sospettavo, anche questo si configura come un episodio a parte, pensato più che altro per far conoscere al lettore italiano un autore e un universo che da noi restano quasi del tutto inediti: a quanto ho trovato, oltre a questo romanzo breve solo tre suoi romanzi sono stati tradotti nel nostro paese nel corso degli anni, ben poca cosa rispetto alla mole di materiale disponibile in lingua originale, compresa la lunga collaborazione con Eric Flint sulla saga di Belisario di cui ho già parlato.
venerdì 11 settembre 2026
Murder-Set-Pieces (2004)
Murder-Set-Pieces è uno slasher psicologico americano del 2004, scritto, prodotto e diretto da Nick Palumbo, con Sven Garrett nei panni di un fotografo di moda con un'infanzia devastante alle spalle che di notte gira per Las Vegas rapendo, torturando e uccidendo prostitute e non solo. Basta siano donne. Anzi, femmine. Nel cast ci sono anche alcune facce storiche dell'horror come Tony Todd (Final Destination) e Gunnar Hansen, quello di Non aprite quella porta, buttate lì più come omaggio ai fan del genere che come reale valore aggiunto alla storia. Il film si è guadagnato negli anni una fama piuttosto sulfurea, arrivando a essere bandito in uscita DVD nel Regno Unito per l'eccesso di violenza.
Ed è proprio questo il problema di fondo, un horror di serie inferiore, che cerca di avere una trama che vada oltre alle scene di violenza, ma risulta una sequenza, anche troppo lunga, di queste. Sangue, mutilazioni, torture, nudità, tutto quello che ci si aspetta da un prodotto che vuole essere il più estremo possibile finisce per diventare un elenco ripetitivo più che un racconto. I dialoghi sono sterili e il doppiaggio svogliato, anche io sarei stato poco tentato a metterci impegno su un copione così. La colonna sonora hard rock non aiuta, con tracce troppo lunghe che appesantiscono ulteriormente ritmo già di per sé fiacco.
Fotografia e montaggio sono in realtà migliori rispetto a tanti altri prodotti dello stesso filone, ma restano comunque nel limbo del brutto, senza mai davvero risollevare il livello complessivo. Alla fine resta un film che vuole scioccare a tutti i costi e che, nel farlo, dimentica di costruire qualcosa che valga la pena guardare oltre lo shock stesso.
- Trailer
Green Day - Nimroad
È un disco volutamente più eclettico e meno definibile: ci sono brani ska con sezione di fiati (King for a Day), momenti con influenze surf rock (Last Ride In), punk diretto nel senso più classico (Nice Guys Finish Last, Hitchin' a Ride), e poi quella cosa lì in chiusura che ha cambiato tutto. Good Riddance (Time of Your Life) era una canzone scritta da Armstrong ai tempi di Dookie, per una ragazza che si trasferiva in Ecuador; non era entrata in quel disco, poi era rimasta fuori anche da Insomniac, e alla fine aveva trovato casa qui con un piccolo quartetto d'archi aggiunto sopra. Armstrong ha detto che trovare il coraggio di pubblicarla era stato difficile, che mettersi così a nudo non era cosa da Green Day. Mike Dirnt, meno diplomatico, aveva tagliato corto: "È una bella canzone, chi se ne frega di cosa pensa la gente." Poi è diventata una delle canzoni più usate nei programmi televisivi americani, nelle lauree, nei funerali, in tutto ciò che richiedeva un sottofondo malinconico e rassicurante.
Il disco nel complesso non è compatto come Dookie e non ha la stessa identità riconoscibile. Il fatto di voler sperimentare in tante direzioni diverse lo rende frammentato, e non tutti i pezzi funzionano allo stesso modo. Ma è un album che dimostra che Armstrong sapeva scrivere canzoni vere, non solo punk di tre accordi. E Good Riddance da sola, due minuti e mezzo di chitarra acustica e archi, vale l'acquisto dell'intero disco.





