È il primo disco registrato con il chitarrista Roy Z, che diventerà il suo collaboratore principale per anni, e si sente che tra i due c'è una chimica che funziona. Ma quella chimica viene indirizzata in modo volutamente caotico: si passa dall'hard rock più muscolare a momenti quasi blues, da atmosfere oscure e pesanti a brani più melodici e accessibili, senza che ci sia un filo che tenga tutto insieme. Tears of the Dragon è forse il pezzo più noto, una ballata potente che dimostra quanto Dickinson sappia stare su una melodia intensa senza scivolare nel banale. Shoot All the Clowns è diretta, aggressiva, esattamente il tipo di brano che ti aspetti da lui nel periodo migliore. Ma poi il disco va da altre parti, e non sempre riesci a seguirlo con lo stesso entusiasmo.
Il cacciucco è un termine giusto. Non necessariamente un difetto, certe volte un piatto disomogeneo ha il suo fascino, e almeno non annoia. E in questo caso c'è una cosa che tiene tutto insieme anche quando la direzione manca: la voce. Bruce canta questo disco con la stessa convinzione con cui canta qualsiasi cosa, che sia un inno da stadio o un esperimento sghembo. Quella voce è il filo rosso quando manca tutto il resto, e basta da sola a giustificare l'ascolto.
Non è il suo album migliore, e probabilmente non è quello che consiglierei per avvicinarsi alla sua produzione solista. Ma per chi ha già fatto il percorso i Maiden, Tattooed Millionaire, e la curiosità di capire dove stesse andando Balls to Picasso è un tassello necessario, anche con tutti i suoi difetti. O forse proprio per quelli.


