sabato 23 maggio 2026

Black Box - La Scatola Nera (2021)

 
Regia. Yann Gozlan
Anno: 2021
Titolo originale: Boite Noire
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.2)
Pagina di I Check Movies
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Con Black Box ci troviamo di fronte a un thriller francese solido ed estremamente godibile, che dimostra come per costruire una tensione magnetica non servano budget colossali o una sfilata di effetti speciali digitali. La vera originalità della pellicola risiede nella scelta di ambientare il mistero in un contesto insolito e raramente esplorato con così tanta precisione dal cinema contemporaneo: i laboratori della BEA, l'autorità francese che si occupa delle indagini sulla sicurezza dell'aviazione civile, e nello specifico l'analisi della scatola nera dopo un tragico disastro aereo.

​Il film segue il percorso ossessivo del protagonista, un analista acustico dal talento straordinario ma dalla personalità apparentemente fragile, che si ritrova a dover decifrare i suoni e i rumori registrati negli ultimi istanti prima dello schianto di un nuovissimo aereo di linea. È proprio questo minimalismo tecnico a fare la fortuna del ritmo narrativo. Lo spettatore viene letteralmente risucchiato in un vortice di ascolti ripetuti, frequenze isolate, respiri e impercettibili alterazioni metalliche, trasformando un lavoro apparentemente statico e d'ufficio in un'indagine sul filo del rasoio.

​La sceneggiatura gioca molto bene la carta del complotto aziendale e geopolitico, dosando gli ingredienti con notevole intelligenza. Non si scivola mai nelle esagerazioni grottesche o nei colpi di scena inverosimili tipici del cinema d'azione hollywoodiano di consumo; al contrario, il dubbio e la paranoia crescono in modo realistico, insinuandosi tra le pieghe di interessi economici miliardari, coperture istituzionali e l'errore umano. Pur non essendo un'opera d'essai sofisticata o rivoluzionaria, il film fa esattamente quello che un thriller di razza dovrebbe fare: mantiene la promessa di intrattenere con intelligenza, lasciando incollati alla sedia fino all'ultimo secondo utile per sbrogliare la matassa.

 

Soundgarden - Superunknown

 
Artista: Soundgarden
Anno: 1994
Tracce: 15
Formato: CD
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Meteora luminosa. Non trovo definizione migliore per i Soundgarden, una band che ha attraversato il cielo del rock degli anni Novanta in modo abbagliante, ha lasciato un segno indelebile, e poi è sparita. Dal mio radar intendo. Prima con lo scioglimento nel 1997, poi con la morte di Chris Cornell nel 2017, che ha chiuso ogni ipotesi di ritorno in modo definitivo e doloroso.

Superunknown  è il disco che me li rappresenta meglio (l'unico che conosco in realtà), il loro quarto album Qui i Soundgarden si aprono su territori più ampi rispetto ad un semplice grunge o rock alternativo: ci sono contaminazioni psichedeliche, influenze orientali con Half, affidata alla voce di Ben Shepherd, con basso, viola e violoncello, sembra arrivare da un altro continente  e persino echi dei Beatles in certi arrangiamenti. Non è un disco che rinuncia alla potenza, ma è un disco che sa usare la potenza in modo più consapevole.

Cornell è il centro di tutto. Vocalmente è in uno stato di grazia difficile da descrivere che passa dal sussurro all'urlo con una naturalezza che pochi possono permettersi, e su brani come The Day I Tried to Live e Fell on Black Days costruisce qualcosa di emotivamente devastante. Black Hole Sun è il singolo che li ha resi famosi al grande pubblico ed ovviamente a me: ipnotica, psichedelica, con quel videoclip disturbante che è rimasto nell'immaginario collettivo. Spoonman decisamente originale e alternativa, funziona meglio di quanto il concetto faccia pensare. Like Suicide chiude il disco con una claustrofobia che, sapendo la fine che ha fatto Cornell, si ascolta oggi con una malinconia diversa.

Quindici brani, settanta minuti, forse qualcosa di troppo, e il disco lo si sente ogni tanto. Ma è un eccesso che si perdona volentieri, perché quando i Soundgarden funzionano funzionano davvero. Una meteora luminosa, appunto. Ha gasato allora, e gasa ancora.

venerdì 22 maggio 2026

Deftones - White Pony

 

Artista: Deftones
Anno: 2000
Tracce: 11
Formato: CD 
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Ai tempi dell'università avevo un coinquilino che con i Deftones ci era andato in fissa sul serio e White Pony  girava in casa con una frequenza tale che alla fine lo presi anch'io, poco dopo l'uscita. Non tanto per convinzione profonda, quanto per capire cosa ci vedesse di così speciale.

Il nu metal, come sa chiunque mi conosca, non è esattamente il mio territorio naturale. Con i Korn avevo fatto un'eccezione ragionata  e reggeva. I Deftones sono un caso diverso: White Pony è il disco in cui la band di Sacramento decide esplicitamente di allontanarsi dall'etichetta nu metal, e in parte ci riesce. Le influenze quasi rap, il trip-hop notturno di certi passaggi, i silenzi usati come strumento... Tutto questo mette il disco in una categoria a parte rispetto ai colleghi di scena. Chino Moreno alla voce sa alternare l'urlo al sussurro in modo che pochi altri sanno fare, e su certi brani tipo Digital Bath, Passenger con la voce ospite di Maynard James Keenan dei Tool il risultato è davvero suggestivo.

Però. Le sonorità nu metal non spariscono del tutto, e nei momenti in cui riemergono come la ferocia grezza di Elite, certi passaggi più pesanti e diretti, il disco mi prende meno. Non è un problema di qualità oggettiva: è semplicemente che quel tipo di aggressività non mi entra dentro in modo naturale, e non è bastato White Pony a cambiare le cose.

È un buon album, probabilmente il migliore che quel movimento abbia prodotto. Capisco perché il mio coinquilino ci fosse andato in fissa. Ma rimane uno di quei dischi che apprezzo senza amare, rispettato a distanza, come si fa con certi vicini di casa educati con cui non diventi mai amico.

giovedì 21 maggio 2026

The Boys [Stagione 5]


 
Anno: 2026
Titolo originale: The Boys 
Numero episodi: 8
Stagione: 5
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Con la conclusione della quinta stagione di The Boys (stagione 1, 2, 3 e 4), cala definitivamente il sipario su una delle produzioni più iconiche, dissacranti e di successo di Amazon Prime Video. Sapere in anticipo che questo capitolo sarebbe stato l'ultimo aveva acceso nei fan, e in chi vi scrive, un’aspettativa altissima, la promessa di una resa dei conti finale epica, studiata nei minimi dettagli per far esplodere tutte le tensioni accumulate negli anni. Purtroppo, la realtà dello schermo si è rivelata profondamente diversa, trasformando quello che doveva essere il coronamento di un viaggio straordinario nella stagione più deludente in senso assoluto, un passo falso così evidente da riuscire persino nell'impresa di ridimensionare il valore emotivo e l'importanza dei capitoli precedenti.

​Guardando indietro, i limiti della sceneggiatura, che prima venivano camuffati dal ritmo e dal carisma dei personaggi, sono emersi in tutta la loro spietata chiarezza. Ci si rende conto, con un pizzico di amaro in bocca, che lo show è rimasto intrappolato per anni in un loop narrativo tanto ridondante quanto frustrante, con il gruppo di Butcher costantemente impegnato a tessere piani per abbattere un Patriota apparentemente intoccabile, fallendo puntualmente a ogni tentativo. Se questo schema ripetitivo poteva essere accettato e persino apprezzato nelle prime quattro stagioni, sorretto com'era da una reale e profonda evoluzione psicologica dei protagonisti, nell'atto finale questa giustificazione viene del tutto a mancare. La quinta stagione soffre di una scrittura pigra, costellata da buchi di trama enormi e da una costante, fastidiosa sensazione di "filler", di riempitivo purissimo creato solo per allungare il brodo e raggiungere il minutaggio stabilito, quando l'unica cosa che sarebbe servita era un'accelerazione brutale verso l'epilogo.

​A peggiorare le cose si aggiunge una gestione dei tempi e dei legami con l'universo espanso che lascia molto a desiderare. Chi ha amato e seguito con interesse lo spin-off Gen V (stagione 1 e stagione 2) si è ritrovato di fronte a una gestione frettolosa dei suoi elementi, liquidati troppo rapidamente per fare spazio a un'operazione commerciale fin troppo trasparente. La sensazione diffusa, condivisa anche da gran parte delle recensioni lette in questi giorni, è che l'attenzione degli sceneggiatori fosse tragicamente divisa tra la necessità di chiudere la storia principale e l'obbligo aziendale di inserire personaggi ed elementi utili solo a sponsorizzare e lanciare i futuri spin-off del franchise. Questa commercializzazione forzata ha sottratto spazio vitale al cuore drammatico della serie, disperdendo l'energia proprio quando la tensione avrebbe dovuto essere al culmine.

​Il paradosso più grande si consuma proprio nel tanto atteso scontro finale con Patriota. Quel momento rappresenta indubbiamente il punto più alto e memorabile dell'intera stagione, regalandoci l'immagine potentissima di un superuomo privato del suo potere divino, trasformato improvvisamente in un essere umano umile, vulnerabile e divorato dalla paura. Una scelta narrativa straordinaria, che mette a nudo l'essenza stessa della nemesi di Butcher e che avrebbe meritato di essere sviscerata, sofferta e dilatata. Invece, tutto si consuma in un lampo, una risoluzione velocissima che lascia quasi storditi per la sua rapidità e che non rende giustizia ad anni di attesa. Viene quasi da chiedersi se il tempo perso in sotto-trame inutili non potesse essere investito proprio qui, regalando una degna celebrazione a una delle figure più complesse della televisione recente. Il bilancio finale è quindi segnato dal rimpianto. Resta la gratitudine per il divertimento, la satira feroce e la straordinaria compagnia che questa serie ci ha garantito per anni, ma è impossibile non guardare a quest'ultima stagione come a un epilogo indegno, un finale sbrigativo che ha spento con troppa fretta un fuoco che avrebbe dovuto bruciare tutto.

Spoilerino:
A me sarebbe piaciuto che, esattamente ricalcando e prendendo spunto dall'iconica scena iniziale, quando Hughie tiene le mani di Starlight, lei venga travolta (magari non uccisa, ma menomata) da un altro super fuori controllo. 
Senza che questa cosa segnasse una nuova futura stagione, ma fosse comunque realistica con il fatto che il problema non era solo Patriota... 

mercoledì 20 maggio 2026

The Bang Bang Club (2010)

 
Regia: Steven Silver
Anno: 2010
Titolo originale: The Bng Bang Club
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.9)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Con The Bang Bang Club siamo su un terreno decisamente drammatico e concreto, toccando una pagina di storia recente complessa e dolorosa come la fine dell'apartheid in Sudafrica nei primi anni novanta. Il film sceglie di raccontare quelle violenze brutali attraverso gli occhi e gli obiettivi di quattro fotoreporter realmente esistiti, la cui missione quotidiana era documentare una realtà che il mondo non poteva e non doveva ignorare. Il contesto storico è ricostruito con grande impatto visivo, e la pellicola riesce a trasmettere tutta la tensione e il pericolo costante di un paese sull'orlo di una guerra civile interna. I protagonisti però spiegano sommariamente cosa sta succedendo, quindi se si è dei poveri ignoranti europei, bisogna fare qualche sforzo per comprendere chi è contro chi è perchè.
​Il vero fulcro dell'opera, però, non è solo la cronaca politica, ma il dilemma etico profondo che logora i protagonisti dal di dentro. Il contrasto tra l'adrenalina dello scatto perfetto e l'orrore della sofferenza umana che si consuma a pochi centimetri dall'obiettivo è il tema più forte e riuscito del film. C'è una domanda morale costante che fluttua tra un fotogramma e l'altro: fino a che punto è lecito spingersi per documentare la storia? Quando il dovere di testimoniare deve cedere il passo all'empatia e all'intervento umano? Questa dinamica psicologica, unita al peso  emotivo che i protagonisti si portano dietro, rappresenta la parte migliore della pellicola.
​Tuttavia, nonostante l'intensità delle tematiche e la bravura del cast nel restituire il senso di cameratismo e autodistruzione di questo gruppo di amici, il film soffre a tratti di una narrazione un po' convenzionale. A volte la sceneggiatura cede alla tentazione di spettacolarizzare il dolore o di scivolare nei cliché del dramma biografico, smussando quegli angoli più complessi e sporchi che una storia del genere avrebbe meritato. Resta comunque un'opera intensa e necessaria per riflettere sul ruolo del giornalismo di guerra e sul costo umano, spesso altissimo, che si nasconde dietro a una fotografia rimasta nella storia.

Edizione: bluray
Classica amaray, traccia italiana in DTS HD MA multicanale e come extra:
  • Trailer 

Megadeth - Peace Sells... But Who's Buying?

 

Artista: Megadeth
Anno: 1986
Tracce: 8 + 4
Formato: CD 
Acquista su Amazon




Con i Megadeth il punto di partenza era stato Countdown to Extinction, il disco che me li aveva fatti conoscere e apprezzare, con quella fluidità metallica che non ti aspetti da una band con questa reputazione. Da lì, come spesso faccio, sono andato a ritroso. Peace Sells... but Who's Buying?  del 1986 è un'altra cosa rispetto a Countdown: più grezzo, più aggressivo, meno levigato, ma si capisce subito da dove venisse quella band.

Il contesto lo si conosce: Dave Mustaine era stato "cacciato" dai Metallica nel 1983, e i Megadeth erano nati in buona parte da quella rabbia. Non è un dettaglio biografico trascurabile e lo si sente nel suono, nella velocità, in un'aggressività che non fa prigionieri. Peace Sells è il secondo album, quello che li consacra definitivamente: probabilmente più maturo dell'esordio ma ancora sporco al punto giusto, con una produzione che non cerca di ammorbidire niente.

Il basso di apertura di Wake Up Dead è uno di quegli incipit che si ricordano con quattro note e il disco è già partito a velocità di crociera. The Conjuring è il brano più brutale, thrash puro e senza mediazioni. La title track Peace Sells è il pezzo che li ha resi famosi al grande pubblico grazie al riff iconico, testo politico cinico e sarcastico, un ritornello che è rimasto nella storia del metal. Devil's Island e My Last Words chiudono il disco senza abbassare mai il livello.

Mustaine alla chitarra è in stato di grazia, davvero tecnico, veloce, con quel gusto per le melodie acide che è il suo marchio di fabbrica. Rispetto a Countdown to Extinction manca la fluidità cinematografica che mi aveva colpito di più, ma c'è qualcosa di più diretto e viscerale che funziona a modo suo. Un passo indietro nel tempo necessario per capire meglio da dove venissero.