martedì 27 ottobre 2026

Harry, Ti Presento Sally (1989)

 
Regia: Rob Reiner
Anno: 1989
Titolo originale: When Harry Met Sally...
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.7)
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Colpevole vostro onore. Con un ritardo di qualche secolo, ho finalmente visto Harry ti presento Sally. Prima che qualcuno mi lanci addosso una forma di pastrami, preciso a mia discolpa che il film lo conoscevo eccome, senza averlo mai visto davvero. Ne avevo sentito parlare mille volte e soprattutto conoscevo la scena, perché quella di Meg Ryan che simula l'orgasmo al ristorante è talmente epica da essere entrata nel patrimonio genetico di tutti, anche di chi non ha mai acceso un film di Rob Reiner in vita sua.

Reiner poi non è certo un regista che mi è estraneo, anzi. Ho amato molto altre sue opere, in particolare le trasposizioni di King. Misery mi ha tenuto incollato alla sedia come pochi thriller sanno fare, ma soprattutto Stand by Me, che per me è su un altro piano. Parla di ragazzini, di amicizia, di un'estate che finisce e di quella malinconia che ti resta addosso per giorni. Ecco, quando vedi che dietro a un film del genere c'è la stessa persona che ha diretto una commedia sentimentale, resti un po' spiazzato, ma in senso buono, perché capisci che il mestiere ce l'aveva davvero e che sapeva muoversi su registri molto diversi tra loro.

Così, quando mi sono deciso a recuperarlo, un po' mi sentivo come uno che va a visitare il Colosseo dopo averlo visto su cartoline, magliette e calamite del frigo per quarant'anni. Sai già com'è fatto, sai già qual è il pezzo forte, ti resta solo da capire se dal vivo ti emoziona o no.

Dirò la verità, e la dico sapendo di tirarmi addosso qualche sguardo storto: a me le commedie romantiche annoiano. Non è una posizione ideologica, non c'è nessuna crociata dietro, semplicemente non riesco a farci niente. Se poi la commedia romantica è anche leggera, leggera davvero, di quelle che scivolano via senza lasciare traccia, io comincio a guardare l'orologio dopo venti minuti. Harry ti presento Sally dura appena 95 minuti, eppure mi sono accorto di averlo fatto più di una volta.

Detto questo, sarebbe ingiusto e anche un po' stupido far finta che sia un brutto film, perché non lo è affatto. La sceneggiatura è di Nora Ephron, e i dialoghi sono scritti bene, con quel ritmo da botta e risposta che fa sembrare vera anche la conversazione più improbabile. Billy Crystal e Meg Ryan funzionano, e funzionano soprattutto insieme, con quella chimica da due che si punzecchiano senza smettere mai. Nel cast c'è anche Carrie Fisher, che ho riconosciuto con un certo piacere, essendo cresciuto con ben altre galassie. Quindi sì, il film è fatto con mestiere, con intelligenza e con una leggerezza che evidentemente è tutta voluta. La scena del ristorante, quella famosa, è girata al Katz's Delicatessen di New York, che a quanto pare ancora oggi ha un cartello appeso sopra il tavolo dove i due si sono seduti. 

Il problema, ovviamente, è mio. Ho visto un film che parla di due persone che per dodici anni si girano intorno chiedendosi se un uomo e una donna possano essere solo amici, e io mi sono ritrovato a pensare ad altro, a come sarebbe stato meglio guardare qualcosa di diverso. Questo non toglie nulla al film, ma dice parecchio sui miei gusti.

Insomma, ho rimediato, ho pagato il mio debito con la cultura popolare e posso finalmente dire di aver visto Harry ti presento Sally. Mi è piaciuto abbastanza da capire perché è rimasto nella storia, e non abbastanza da volerlo rivedere. Se amate il genere probabilmente lo adorerete ancora di più, se siete come me lo guarderete con rispetto, un certo divertimento e un orecchio già puntato sulla prossima cosa da recuperare.

domenica 25 ottobre 2026

Lecce 0 - Juventus 2

 
Siamo già arrivati al punto che con il Lecce devi vincere a tutti i costi, ma hai molti dubbi. Infatti si inizia subito col brivido rischiando di prendere gol su rinvio del portiere. È comunque la Juventus che, ovviamente, fa la partita nei primi minuti e spinge. Non mancano però i pericolo ed oggettivamente non creiamo alcunché. Il vantaggio arriva da palla inattiva con un bello schema ed il texano che torna a segnare. Poi arriva finalmente anche rete, meritata, di Douglas Luiz. Secondo tempo di confusione e senza emozioni nella prima parte: siamo fermi ed il Lecce prova a rendersi pericoloso. Noia totale, ma vittoria meritata e obbligatoria. 

Masterplan (2026)

 Regia: Thomas Vincent
Anno: 2026
Titolo originala: Masterplan
Voto e recensione: 3/10 
Pagina di IMDB )5.4)
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Sarò breve e svogliato: neanche ho perso tempo a cercare una locandina da inserire ad inizio articolo. Un thriller scritto coi piedi, con una fotografia patinata che altro non fa che renderlo inguardabile. Dialoghi e situazioni talmente imbarazzanti che vien voglia di spegnere già dopo dieci minuti. Invece mi immolo per la Patria (ah no) e lo porto a termine, giusto per testimoniarne la bruttezza. Nel frattempo mi guardo i reel, molto più interessanti, delle manifestazioni nelle piazze italiane, soppresse in molti casi da squadristi con divise, scudi e manganelli. Non partecipo, ma sto dalla parte degli oppressi. Sfrutto questo articolo per la mia solidarietà a chi manifestava civilmente, praticamente tutti, per non andare incontro alla censura. Invece di guardarvi film demenziali come questo, se potete scendete in piazza anche voi.  
 
 

Airbnb e le pulizie: io sto dalla parte degli ospiti

 

In questi giorni ho letto parecchie lamentele da parte degli host di Airbnb per le nuove regole introdotte dalla piattaforma, che limiteranno le incombenze da richiedere agli ospiti al momento del check-out. Da host anch'io, però, la penso diversamente: secondo me Airbnb sta andando nella direzione giusta. O almeno non ci vedo niente di drastico. 

Non perché chi affitta un appartamento debba trasformarsi in un servitore personale, ma perché tra il pretendere rispetto per la propria casa e trasformare la partenza in una lista di mansioni domestiche c'è una bella differenza.

Il punto è semplice: se affitto un alloggio per le vacanze, voglio che i miei ospiti si sentano in vacanza. Non al lavoro. Si tratta di affitti brevi. 

Non siamo tutti in vacanza per fare le pulizie

Immaginiamo una coppia che trascorre qualche giorno in una città d'arte. Ha pagato il soggiorno, magari anche le spese di pulizia, e l'ultimo giorno vorrebbe fare colazione con calma, visitare un museo o godersi le ultime ore prima di ripartire.

Poi legge le istruzioni per il check-out: lavare e riporre tutte le stoviglie, togliere le lenzuola, avviare la lavatrice, portare fuori la spazzatura e lasciare la casa in ordine.

A quel punto viene spontaneo chiedersi se si sia prenotato un alloggio per le vacanze oppure un turno di lavoro non retribuito.

Non significa pretendere di lasciare una discarica. Significa distinguere tra il normale rispetto della casa e le operazioni necessarie a prepararla per gli ospiti successivi.

Le pulizie costano? Facciamole pagare il giusto

Una delle obiezioni che ho letto riguarda i costi. Se gli ospiti non devono più occuparsi di determinate attività, qualcuno dovrà pur farle. Vero, ma non mi sembra un motivo sufficiente per opporsi alle nuove regole.

Se le pulizie mi costano più di quanto avevo previsto, posso rivedere la tariffa dedicata. Se il mio appartamento non è sostenibile ai prezzi attuali, devo rivedere i conti. È il normale funzionamento di un'attività.

Non sto dicendo che i prezzi debbano aumentare per forza, ma che eventuali costi aggiuntivi vadano gestiti in maniera trasparente, anziché recuperati chiedendo al cliente di occuparsi di una parte del servizio.

Del resto, se propongo un alloggio per una vacanza comoda e indipendente, non posso stupirmi se gli ospiti desiderano proprio comodità e indipendenza.

Rispettare la casa è una cosa, fare il personale è un'altra

Naturalmente, anche gli ospiti devono fare la loro parte. Un appartamento non è un contenitore usa e getta: è giusto chiedere di rispettare gli orari di silenzio, non fumare dove è vietato, evitare feste non autorizzate e segnalare eventuali danni.

Le nuove regole non impediscono nemmeno di chiedere piccole attenzioni, come raccogliere gli asciugamani utilizzati, separare i rifiuti o lasciare le stoviglie nel lavello. La differenza sta nel non trasformare queste richieste in un elenco di faccende da sbrigare prima di partire.

C'è poi un aspetto che, secondo me, viene spesso trascurato nelle polemiche: noi host dobbiamo garantire che chi arriva dopo trovi un alloggio pulito.

Facciamo un esempio. Una famiglia prenota il mio appartamento per una settimana. Nei primi giorni utilizza piatti, bicchieri e pentole e, naturalmente, lava le stoviglie che le servono. È del tutto normale: non avrebbe senso pretendere che sia io a lavare i piatti dopo ogni pasto.

Ma al momento della partenza, se gli ospiti lavano tutto prima di andare via, io devo comunque verificare che il risultato sia adeguato. Le stoviglie sono davvero pulite? Sono state asciugate e riposte correttamente? Oppure devo fidarmi e metterle direttamente a disposizione di chi arriva dopo?

Personalmente preferisco controllare. E potrei finire per lavare nuovamente cose già lavate dagli ospiti, semplicemente perché non so quanto accuratamente sia stato fatto il lavoro. In pratica, rischierei di fare due volte la stessa cosa.

Ecco perché, a mio parere, ha più senso che gli ospiti si occupino normalmente delle stoviglie durante il soggiorno, mentre la pulizia finale resti a carico di chi gestisce l'alloggio. Non è una questione di pretendere meno collaborazione: è una questione di organizzazione e di responsabilità sul risultato.

Non voglio che gli ospiti lascino avanzi in giro o la cucina in condizioni disastrose. Voglio semplicemente evitare di chiedere loro di svolgere attività che dovrò comunque controllare e che, in ultima analisi, spettano a me per garantire la qualità del soggiorno successivo.

Un buon host non è quello che pretende di più

Credo che una parte delle polemiche nasca da un equivoco sul significato stesso dell'ospitalità. Mettere a disposizione un appartamento non significa soltanto consegnare le chiavi e incassare il pagamento: significa offrire un servizio, con tutto quello che comporta, dalla manutenzione alla pulizia.

Non vuol dire accettare qualsiasi comportamento o lavorare in perdita. Vuol dire stabilire un prezzo adeguato, organizzarsi e chiarire fin dall'inizio cosa è compreso nel soggiorno.

Un alloggio che offre un'esperienza semplice e senza sorprese può essere più interessante di uno apparentemente economico, ma accompagnato da una lunga lista di incombenze finali. E questo si riflette anche sulla reputazione dell'host e sulla possibilità che gli ospiti decidano di tornare.

Airbnb non sta chiedendo agli host di lavorare gratis

Le nuove direttive non risolvono tutti i problemi di chi affitta. I costi esistono, gli ospiti maleducati esistono e le case non si puliscono da sole. Sarebbe bello, ma temo che la tecnologia non sia ancora arrivata a tanto.

Il punto è rendere più chiaro ciò che un ospite può ragionevolmente aspettarsi e ciò che un host può legittimamente chiedere. Regole trasparenti significano meno malintesi e aspettative più chiare per entrambe le parti.

Si può discutere sui dettagli delle disposizioni e sulle situazioni particolari, ma non vedo perché difendere a oltranza qualsiasi abitudine consolidata.

In fondo, quando prenoto una vacanza, voglio tornare a casa con dei bei ricordi, non con la soddisfazione di aver lavato anche l'ultima forchetta prima di partire.

Se faccio l'host, il mio obiettivo è offrire un posto in cui le persone possano godersi le vacanze. E mi sembra ragionevole che, almeno al momento del check-out, possano pensare alla valigia anziché alle faccende domestiche.


sabato 24 ottobre 2026

Vinci, Leonardo e il carro armato

 

Ogni tanto basta una gitarella fuori porta per staccare dalla solita routine e ritrovarsi in un posto che ha qualcosa da raccontare. Stavolta la meta è stata Vinci, nel cuore delle colline toscane, un borgo che deve buona parte della sua fama a uno dei personaggi più straordinari della nostra storia: non Elon Musk, ma Leonardo da Vinci.

La visita aveva due obiettivi ben precisi: il Museo Leonardiano e la casa natale di Leonardo, ad Anchiano, a pochi chilometri dal centro. Vinci è naturalmente legata al suo cittadino più illustre, nato il 15 aprile 1452 (cosa che non tutti sanno), ma il bello è che qui non ci si limita a celebrare il pittore della Gioconda e dell'Ultima Cena. Il museo permette infatti di scoprire anche l'altro Leonardo, quello ingegnere, inventore e studioso che passava da un'idea all'altra con una curiosità praticamente inesauribile.

Il Museo Leonardiano è distribuito tra alcuni immobili come la Palazzina Uzielli e il Castello dei Conti Guidi, un edificio medievale che ospita anche una parte delle collezioni dedicate alle macchine da guerra, al volo e all'ingegneria. Quello che si osserva sono modelli e ricostruzioni realizzati a partire dai disegni e dagli appunti leonardeschi: non soltanto oggetti curiosi da guardare, ma tentativi di dare una forma concreta a idee che, in molti casi, erano decisamente avanti rispetto ai tempi. Alcune sembrano quasi uscite da un film di fantascienza, se pensiamo che furono concepite secoli prima che la tecnologia potesse davvero renderle possibili.

Tra tutte le opere esposte, però, ce n'è una che continua ad avere un posto speciale nei miei ricordi: il carro armato. Non è una sorpresa, visto che mi aveva colpito già durante una visita di circa trent'anni fa. Tanto che, all'epoca, finii persino per acquistare un modellino da portare a casa. Evidentemente certe passioni non passano: cambiano gli anni, ma davanti a certe invenzioni torno a essere quel visitatore di allora. Nonostante sia un pacifista, sia chiaro. 

Il progetto di Leonardo è affascinante soprattutto per come prova a risolvere un problema molto concreto: avanzare sul campo di battaglia proteggendo gli uomini al suo interno e permettendo loro di attaccare il nemico. La macchina ha una forma simile a quella di una grande testuggine, con una copertura che avrebbe dovuto proteggere l'equipaggio e una serie di cannoni disposti lungo il perimetro, capaci di sparare in diverse direzioni. Nella parte superiore è prevista una torretta con aperture per osservare ciò che accade intorno e coordinare le manovre.

A muovere il tutto, almeno nelle intenzioni del progetto, sarebbe stato un sistema di ingranaggi collegato alle ruote, azionato attraverso manovelle da un gruppo di uomini. Insomma, niente motore diesel, cingoli o telecomandi: soltanto ingegno, forza muscolare e una quantità notevole di meccanica. Il concetto richiama quello dei carri coperti utilizzati in guerra già in epoche precedenti, ma Leonardo lo rielabora a modo suo, cercando di concentrare in un unico mezzo protezione, mobilità e potenza di fuoco.



Il modello che si vede al museo rende tutto questo molto più immediato rispetto a un semplice disegno. Si può osservare la struttura, immaginare gli uomini impegnati a farla avanzare e provare a figurarsi l'effetto che una simile macchina avrebbe potuto produrre agli occhi di un soldato del Quattrocento. Non è difficile capire perché mi fosse rimasta impressa già da ragazzo: ha qualcosa di minaccioso, curioso e quasi fantastico allo stesso tempo.

Dopo il museo, la tappa alla casa natale di Anchiano aggiunge un altro tassello alla visita. Qui il contesto cambia completamente: lasciate le macchine e le sale espositive, si arriva a una semplice dimora di campagna immersa nel paesaggio del Montalbano, tra colline e ulivi. La tradizione identifica questo luogo come la casa in cui nacque Leonardo, anche se la ricostruzione storica delle sue origini non è priva di qualche incertezza. Oggi il percorso comprende contenuti multimediali che raccontano la sua vita e il legame con queste terre.



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Album fotografico Gita familiare a Vinci 

venerdì 23 ottobre 2026

Green Day - Insomniac



Artista: Green Day 
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già raccontato Dookie come colonna sonora del pratone di Baratti, e Nimrod come il disco in cui la band cercava qualcosa di diverso da se stessa. Insomniac  sta nel mezzo, cronologicamente e spiritualmente, ed è il disco che meno assomiglia a quello che i fan si aspettavano dopo il successo enorme di Dookie.

Il contesto è quello di una band che in un anno e mezzo era passata dall'underground californiano a sedici milioni di copie vendute, ai concerti nei palasport, alle accuse di aver venduto l'anima alla major. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool erano diventati ricchi e famosi, e non sapevano esattamente cosa farsene. Insomniac nasce in fretta, dalla necessità di elaborare quella pressione piuttosto che di costruire un capolavoro: Armstrong lo ha definito il disco "più onesto" della band, quello che dovevano fare, non quello che i fan volevano. Si sente.

È più corto, più veloce, più incazzato di Dookie. Quattordici brani in poco più di mezzora, con quasi nessuna concessione alla melodia immediata che aveva reso il predecessore così accessibile. Armatage Shanks apre senza preavviso. Stuck with Me è forse il momento più riuscito del disco, uno di quei brani che avrebbe potuto stare tranquillamente in Dookie senza sfigurare. Geek Stink Breath, singolo apripista, racconta gli effetti delle anfetamine con una franchezza quasi disturbante, anche se musicalmente è tra i meno convincenti. Brain Stew è il brano che meglio invecchia: lento, quasi ipnotico per i loro standard, costruito su un riff ripetitivo e discendente che si incide in testa meglio di molte cose più elaborate. Panic Song ha un intro di basso di quasi due minuti prima che il brano esploda, e quei due minuti sono già un segnale di qualcosa che stava cambiando.

Vendette quattro milioni di copie, contro i sedici di Dookie, e fu considerato un relativo insuccesso commerciale. In realtà è uno dei dischi più sinceri della loro carriera, anche se non il più bello. La versione dark e notturna di Dookie, come qualcuno l'ha definita: meno radiofonico, meno sorridente, più utile a capire dove stesse andando davvero la band.