venerdì 3 luglio 2026

JustWatch: La bussola definitiva per non perdersi nella giungla dello streaming

 


Alzi la mano chi non ha mai passato più tempo a scorrere i cataloghi delle varie piattaforme streaming piuttosto che a guardare effettivamente un film. Tra Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV+, RaiPlay e chi più ne ha più ne metta, trovare qualcosa da vedere — e soprattutto capire dove sia disponibile — è diventato un lavoro a tempo pieno.

​In questo caos c’è uno strumento che, senza troppi giri di parole, cambia la vita quotidiana di ogni cinefilo e serializzatore seriale: JustWatch. (anche versione web

​Se non la conoscete ancora, o se la usate solo superficialmente, ecco perché questa applicazione è diventata la bussola indispensabile per orientarsi nell'oceano dell'intrattenimento digitale.

​Cos'è JustWatch e come risolve il "grande problema"

​Il concetto alla base di JustWatch è di una semplicità disarmante: è un motore di ricerca per lo streaming. Digiti il titolo di un film o di una serie TV e l'app ti dice istantaneamente se è incluso in uno dei tuoi abbonamenti, se è disponibile solo a noleggio o per l'acquisto digitale, e a quale prezzo.

​Niente più accessi a vuoto su tre app diverse per scoprire che quel grande classico che volevate rivedere stasera è appena scaduto da una parte ed è comparso dall'altra.

​Le funzioni chiave che fanno la differenza

​L'app non si limita a fare da "pagine gialle" dei film, ma offre una serie di feature che la rendono un vero e proprio hub dell'intrattenimento personalizzato:

  • La Watchlist Universale: Forse la funzione migliore. Potete creare un'unica lista dei desideri che unisce titoli sparsi su piattaforme diverse. State guardando una serie su Netflix, una su Prime e avete tre film da recuperare su Disney+? Tutto è centralizzato qui.
  • Filtri Potenti e Intelligenti: Non sapete cosa guardare? Potete filtrare i cataloghi combinati per anno di uscita, genere, valutazione (IMDb o Rotten Tomatoes), prezzo e, ovviamente, solo tra i servizi che pagate realmente.
  • La sezione "Novità": Un feed aggiornato quotidianamente che vi mostra gli ultimi arrivi sulle piattaforme selezionate. Perfetto per capire subito se è uscita quella nuova stagione che aspettavate da mesi.
  • Tracciamento degli episodi: Se seguite molte serie TV, JustWatch vi aiuta a tenere il conto di dove siete arrivati, segnalandovi quando escono nuovi episodi.

​L'Interfaccia: Promossa o Rimandata?

​L'esperienza d'uso è decisamente fluida. Sia la versione web che l'applicazione per smartphone (e Smart TV) sono intuitive e molto visive, dominate dalle locandine. Un grande punto a favore è la rapidità di reindirizzamento: basta un clic sul logo della piattaforma trovata e l'app vi catapulta direttamente sulla pagina del film all'interno di Netflix o Prime Video, pronti per premere Play.

C'è un piccolo contro? A volte la schermata home può sembrare leggermente affollata di suggerimenti, e la divisione tra contenuti "in abbonamento" e quelli "a noleggio/acquisto" richiede un minimo di attenzione per non cliccare per sbaglio su un contenuto a pagamento. Ma ci si fa l'abitudine dopo cinque minuti.

​JustWatch Pro: Vale la pena pagare?

​La versione base di JustWatch è completamente gratuita (finanziata da un po' di pubblicità mai troppo invasiva). Esiste però una versione Pro in abbonamento.

​Cosa offre in più? Filtri ancora più avanzati (come la ricerca per casa di produzione o per specifici voti degli utenti), la possibilità di nascondere i titoli già visti dal feed e l'eliminazione delle pubblicità. Per l'utente medio la versione free è già più che eccellente, ma per i veri accumulatori seriali di storie, il Pro può essere un investimento interessante.

​Il Verdetto di VER 

Voto: 9 / 10

​JustWatch è quell'applicazione che una volta installata ti fa chiedere: "Ma come facevo prima?". Risparmia tempo, riduce la frustrazione da "catalogo infinito" e ottimizza i costi, ricordandoci spesso che quel film che stavamo per noleggiare a 3,99€ è in realtà già incluso in uno dei servizi che paghiamo ogni mese.

​Se amate il cinema e le serie TV, è il miglior compagno di divano che possiate desiderare.


giovedì 2 luglio 2026

Primus - Sailing The Seas Of Cheese

 

Artista: Primus 
Anno: 1991
Tracce: 13
Formato: CD 
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Mi son ritrovato Sailing the Seas of Cheese dei Primus di cui non ricordo assolutamente niente se non vagamente di un loro video musicale. Ho chiesto a VIKI maggiori info a riguardo e ora mi ritrovo a capire meglio perché questo disco del 1991 sia considerato un oggetto unico e irripetibile nella storia della musica alternativa. Ecco cosa dice:

Il video che ricordavi è quello di Jerry Was a Race Car Driver, il singolo più noto del disco e, quello che ha fatto conoscere i Primus al grande pubblico attraverso MTV. La canzone racconta la storia di un pilota amatoriale che a ventidue anni si schianta ubriaco contro un palo del telefono; ma in realtà racconta anche un pompiere costretto in pensione a sessantacinque anni, con le due storie intrecciate senza che nessuno spieghi il legame. I Primus sono così: ti raccontano qualcosa di surreale con la stessa serietà di chi ti legge le previsioni del tempo, e tu non sai mai se ridere o ascoltare con attenzione. Il basso con cui Les Claypool apre quel brano è un capolavoro di tapping su un basso fretless a sei corde, suonato da qualcuno che evidentemente ha ritenuto che il basso normale fosse troppo limitante.

E già questo dice tutto sui Primus. Claypool è il centro assoluto di tutto: cantante, bassista, narratore demenziale, con una tecnica che fa impallidire la maggior parte dei suoi colleghi e uno stile vocale che non assomiglia a nulla di familiare. Al suo fianco il chitarrista Larry LaLonde (ex allievo di Satriani, ex membro dei Possessed, curriculum non esattamente banale) e il batterista Tim "Herb" Alexander, che costruisce ritmiche in 5/4 e 11/8 con una naturalezza quasi offensiva. Descrivere il loro suono è un esercizio complicato: funk metal, avant-garde, humor nero in stile Frank Zappa, prog, psichedelia, tutto mescolato insieme senza che nessun elemento prevalga sugli altri. La definizione ufficiale che circolava all'epoca era "psychedelic-polka", coniata dallo stesso Claypool.

Il disco non fa prigionieri fin dall'inizio: si apre con una filastrocca da cantina di venti secondi, poi parte Here Come the Bastards, marcia sincopata in 5/4 con un testo che è un manifesto volutamente opaco. Sgt. Baker descrive un sergente istruttore dell'esercito con un approccio quasi da colonna sonora militare deviata. American Life è la cosa più vicina a un messaggio sociale del disco: tre storie di emarginati americani raccontate in prosa velocissima su un tappeto di basso e finger-tapping. Tommy the Cat vede come ospite speciale Tom Waits nel ruolo del gatto parlante che dà il titolo al brano, una scelta talmente bizzarra da risultare perfetta. Eleven è scritta in 11/8, e il titolo non lascia spazio a dubbi sul perché.

Il disco vendette un milione di copie, finì su Tony Hawk's Pro Skater, e i fan della band salutarono ogni esibizione live con il grido rituale "Primus sucks!" (un motto nato come provocazione ironica e diventato poi il loro marchio di affetto). Les Claypool lo ha classificato come il secondo miglior album della band dopo l'esordio, e probabilmente ha ragione. Non è musica per tutte le occasioni, e non è musica per tutti. Ma se si riesce a entrarci dentro, è difficile uscirne. Riascoltalo tutto e fammi sapere. 

mercoledì 1 luglio 2026

Whitesnake - 1987

 
Artista: Whitesnake 
Anno: 1987
Tracce: 11
Formato: CD 
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I Whitesnake sono quella band dell'hard rock anni Ottanta che non si può ignorare, e 1987 è il disco che spiega perché. La versione europea, undici tracce contro le nove americane, è quella che ovviamente mi è capitata tra le mani. Ho avuto modo di approfondire in questi giorni chiedendo alla mia assistente di fare qualche ricerca in merito. Tutto questo mentre cercavo info sui Deep Purple, sebbene non andrò al loro concerto di Pisa. 

La gestazione del disco è stata tutt'altro che semplice. Coverdale ( ex Deep Purple) aveva dovuto affrontare un'operazione alle corde vocali e sei mesi di riposo assoluto. Il chitarrista John Sykes (ex Thin Lizzy) aveva scritto praticamente tutto il materiale insieme a lui, registrando parti di chitarra di livello assoluto. Poi, a registrazioni ultimate e prima ancora che il disco uscisse, Coverdale si era liberato di tutta la sezione ritmica e dello stesso Sykes per divergenze personali. Il risultato paradossale fu che i video dei singoli mostrarono una formazione completamente diversa da quella che aveva inciso il disco, con Adrian Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre che mimavano le parti di Sykes. Una vicenda poco edificante, che non toglierebbe nulla alla qualità del disco ma che dice qualcosa sul tipo di personalità di Coverdale.

Musicalmente però è difficile contestare qualcosa. Still of the Night apre il disco con una pesantezza zeppeliniana che non si dimentica: riff massiccio, ritmica potente, Coverdale che canta con una naturalezza quasi irritante. Crying in the Rain, ripresa dal precedente Saints and Sinners e riarrangiata, è quasi irriconoscibile rispetto all'originale, in senso positivo. Is This Love è la ballata più riuscita, melodica e rotonda, quella che funziona meglio alla radio. Looking for Love, esclusa inspiegabilmente dalla versione americana (Coverdale stesso l'ha definita una delle canzoni migliori che abbia mai scritto con Sykes), è uno dei punti più alti del disco. E poi c'è Here I Go Again nella versione riarrangiata per il 1987, con un intro di tastiere che introduce una delle melodie più immediate di tutta la decade.

Il disco non porta nulla di nuovo al panorama hard rock dell'epoca, e chi lo accusò di essere derivativo (Zeppelin su tutti, ma anche Scorpions e Foreigner) non aveva tutti i torti. Ma Coverdale non stava cercando di inventare qualcosa: stava perfezionando qualcosa che già esisteva, e ci riuscì in modo così convincente da renderlo uno dei dischi di riferimento del genere. Uno di quelli che, anche trent'anni dopo, suonano esattamente come devono suonare.

martedì 30 giugno 2026

Costa Est a Piombino

 
Visto che nel weekend mi son fatto alcune spiagge della Costa Est di Piombino, ho deciso di farmi aiutare da VIKI per qualche nozione da scrivere per gli amanti di VER e della Vitanin Sea. 

C'è un tratto di costa, qui sotto Piombino, che ho sempre considerato un po' come l'antiporta dell'Elba: lo guardi dalla litoranea, sai che il traghetto è a venti minuti, eppure ti viene voglia di fermarti lì, prima ancora di salpare. È la Costa Est, quella che dal Quagliodromo scende fino a Torre Mozza, otto chilometri abbondanti di sabbia chiara, pineta e dune, premiati con la Bandiera Blu dal 2008. Niente di esotico, intendiamoci, ma è uno di quei posti che funzionano meglio di tante mete più blasonate, proprio perché restano sé stessi.

Si parte dal Quagliodromo, l'antica spiaggia di Pontedoro, che si raggiunge da una stradina sterrata e un po' butterata che corre parallela al fiume Cornia (occhio alla polvere , soprattutto se sei in scooter). È spiaggia libera, con un piccolo stabilimento balneare e bar proprio sull'arenile (oggi il punto di riferimento è il Jambé Beach Bar, terrazza vista mare e qualche serata con musica dal vivo), accessibile anche ai disabili. Lungo il corso del fiume si vedono ancora i retoni, le grandi reti da pesca a bilico tipiche di questa zona, che da sole valgono una sosta con la macchina fotografica. Subito a sud, separata solo dal corso del Cornia, c'è la spiaggia di Torre del Sale: stessa atmosfera selvaggia, ma di fatto fuori dal sistema organizzato del Parco, terreno di caccia classico dei camperisti "abusivi" che si fermano gratis sullo sterrato. Non aspettatevi servizi, ma se cercate isolamento è il posto giusto.

Da qui in poi si entra nel Parco Costiero della Sterpaia, e le indicazioni cambiano: si percorre la SP40, la "Geodetica" che collega Piombino a Riotorto, e si svolta verso il mare in corrispondenza dei vari accessi segnalati. Le località, da nord a sud, sono Perelli, Carlappiano, Mortelliccio, il Pino, Carbonifera e infine Torre Mozza. In tutto, secondo i dati del Parco, sei degli otto chilometri di spiaggia restano completamente liberi, gli altri due ospitano gli stabilimenti attrezzati: ombrelloni, lettini, qualche punto ristoro. Il bello è che alternarli è facilissimo, basta camminare un po' sulla battigia per passare da un tratto organizzato a uno selvaggio, con la pineta di pini domestici e lecci che fa da quinta per tutto il percorso.

A Perelli 1 segnalo una chicca per chi viaggia con il cane: il Pascià Glam Beach, stabilimento interamente dog-friendly, dove i cani possono stare liberi e fare il bagno senza i soliti vincoli da "guinzaglio corto e ombra fuori dai piedi". Per chi cerca un punto di riferimento più goliardico, nella zona di Carlappiano/Sterpaia c'è il Nano Verde, ormai un'istituzione: chiringuito nella pineta, mojito, musica, qualche serata danzante quando il sole cala. Poco distante trovi anche il Bagnoskiuma, altro nome che chiunque frequenti la zona conosce a memoria. Se cerchi pace e silenzio, sono i posti da evitare nelle ore di punta estive; se invece ti va un aperitivo con i piedi nella sabbia, sono la meta giusta.

Il parco è pensato anche per chi ha esigenze diverse: lungo la costa ci sono percorsi protetti e passerelle in legno per raggiungere il mare anche in sedia a rotelle, con punti accessibili segnalati a Perelli 2 e 3, Carlappiano, Mortelliccio, Carbonifera e Pappasole, oltre che nel nucleo centrale vicino al Nano Verde. Ci sono inoltre servizi igienici pubblici e docce in diversi punti della costa, aree pic-nic nella pineta e qualche piccolo spaccio per il necessario last minute (ghiaccio, creme solari, l'immancabile gelato).

Una nota pratica, perché qui il portafoglio conta: i parcheggi lungo tutta la fascia costiera del Parco della Sterpaia sono a pagamento nella stagione estiva, di norma dalla fine di marzo ai primi di ottobre, dalle 8 alle 20. Le tariffe cambiano ogni anno, quindi non mi avventuro in cifre: meglio controllare sul sito dei Parchi Val di Cornia prima di partire. Chi è residente nei Comuni della Val di Cornia può acquistare un abbonamento stagionale, e anche i non residenti hanno a disposizione un Parking Pass temporaneo; entrambi, gestiti dalla stessa Parchi Val di Cornia, valgono indifferentemente sia per la Costa Est che per il Golfo di Baratti. Il Quagliodromo e Torre del Sale, come detto, restano fuori da questo sistema: lì la sosta è ancora su sterrato, gratuita, un po' alla "si arrangia chi arriva prima". Altri parcheggi gratuiti lungo la strada ci sono sia a Perelli 1 che a Perelli 2.

E infine Torre Mozza, che chiude degnamente il tratto: sabbia fine e dorata, fondali bassi vicino alla torre cinquecentesca fatta costruire dagli Appiani, signori di Piombino, per sorvegliare il traffico del minerale che arrivava dall'Elba. A una trentina di metri dalla riva affiora una scogliera sommersa che protegge l'acqua creando una specie di piscina naturale, perfetta per chi vuole fare snorkeling tra orate, saraghi e qualche polpo. C'è una leggenda locale che la vuole resto dell'antica via Aurelia: è solo una leggenda, ma onestamente aggiunge un po' di fascino alla nuotata.

Otto chilometri, molti nomi di spiagge, un paio di indirizzi che ormai fanno parte del paesaggio quanto le dune. Poca roba, se vuoi, ma è la prova che a volte basta restare fedeli a quello che si è per funzionare bene, stagione dopo stagione.

Manowar - Fighting The World


 Artista: Manowar
Anno: 1987
Tracce: 9
Formato: CD 
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Manowar sopra le righe lo sono per definizione, ed è inutile fingere il contrario. Ma Fighting the World, nonostante tutta la loro pomposità abituale, mi piaceva a tratti, e a tratti funzionava anche più del previsto.

È il quinto album, il primo per la nuova etichetta ATCO, e uno dei primissimi dischi heavy metal a essere registrato e missato interamente in digitale: un dettaglio tecnico che all'epoca contava parecchio, e che dà al suono una pulizia e una potenza diverse rispetto ai lavori precedenti. È anche il primo con la copertina firmata da Ken Kelly, illustratore che da qui in poi avrebbe disegnato tutte le cover della band. Molti puristi lo considerarono un tentativo di ammorbidirsi per inseguire un pubblico più vasto, ma a riascoltarlo oggi sembra più un cambio di passo che una resa: stesso epic metal di sempre, solo confezionato con un suono più granitico e diretto.

La title track apre con un coro che si ripete fino allo sfinimento (Eric Adams ripete la parola "fight" decine di volte), discutibile ma efficacissimo dal vivo. Blow Your Speakers è il brano più radiofonico del disco, quasi hard rock nei toni, con un testo che se la prende con MTV per non trasmettere abbastanza metal: tipico atteggiamento Manowar, mezzo serio e mezzo ironico. Defender è probabilmente il momento più suggestivo: si apre con una declamazione di Orson Welles, registrata anni prima per il primo demo della band e mai utilizzata, riproposta qui come omaggio postumo all'attore, scomparso due anni prima dell'uscita del disco. Holy War parte con un riff di basso notevole firmato da Joey DeMaio, e Black Wind, Fire and Steel chiude il disco con la doppia cassa più furiosa di tutto il lavoro, quasi un'anticipazione del power metal europeo che sarebbe esploso negli anni successivi. E ovviamente Carry On... 

Alcuni brani scivolano in un'epica un po' stucchevole. Ma ha il suono più potente che i Manowar abbiano mai registrato fino a quel momento, e tra cori ridondanti e momenti effettivamente riusciti, resta uno di quegli album che ascolto volentieri a tratti, senza pretendere che sia tutto oro.

lunedì 29 giugno 2026

Scorpions - Virgin Killer

 

Artista: Scorpions
Anno: 1976
Tracce: 9
Formato: vinile 
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Con gli Scorpions il punto di partenza è stato lo stesso per quasi tutti quelli della mia generazione: Wind of Change. Quella fischiettata, quella melodia sospesa tra la caduta del muro di Berlino e un'idea romantica di cambiamento storico che nel 1990 o nel 2000 riusciva a farti venire i brividi anche se avevi dieci anni o finivi il liceo e non capivi ancora bene cosa stesse succedendo in Europa. Ma la curiosità di andare oltre i singoli mi ha portato a scavare, e alla fine sono arrivato a Virgin Killer, il quarto album, quello che più di tutti ha definito il loro suono.

Della copertina originale mi sono perso la diatriba, perché quando acquistai il vinile esisteva solo quella sostitutiva con la band in posa. E forse è meglio così, considerando che l'originale, raffigurante una bambina di dieci anni in un modo che la stessa band ha poi rinnegato con imbarazzo, ha continuato a generare polemiche per decenni: basta sapere che nel 2008 la Internet Watch Foundation britannica aveva inserito alcune pagine di Wikipedia in una blacklist per via di quell'immagine, e che il chitarrista Uli Jon Roth ha dichiarato di vergognarsi tutt'oggi di averla approvata. L'etichetta, la RCA, spinse per quella scelta contando sulla controversia come strumento di promozione. Funzionò, nel senso peggiore possibile.

Il disco, però, è un'altra storia. È il primo album degli Scorpions ad attirare attenzione fuori dall'Europa, e si sente perché: il suono è più pesante e definito rispetto agli esordi psichedelici, con il chitarrista Uli Jon Roth al massimo della sua forma creativa. Pictured Life apre con un'energia diretta e una melodia che resta subito in testa, uno dei classici assoluti del primo periodo della band. Catch Your Train è velocissima, pura energia da hard rock anni Settanta. Crying Days è il momento più malinconico e gotico del disco, una perla lenta e densa che richiede qualche ascolto per essere capita fino in fondo. La title track è costruita su un riff pesante e ribassato, con Roth che costruisce sopra sequenze di scale da brividi. Yellow Raven chiude il disco in modo quasi psichedelico, un residuo del suono delle origini che non stona affatto nel contesto.