martedì 21 luglio 2026

Odissea (2026)

 
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2026
Titolo originale: The Odyssey
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (8.4)
Pagina di I Check Movies

Sono uscito dal cinema con quella sensazione che provo raramente, quella di aver visto qualcosa che valeva davvero la pena vedere su un grande schermo e non su un divano tra sei mesi in streaming. The Odyssey di Christopher Nolan era uno dei film che aspettavo con più curiosità di questa stagione, anche perché l'idea stessa di affrontare Omero al cinema, con tutto il peso culturale che si porta dietro, mi sembrava un azzardo persino per uno come Nolan, abituato a costruire i suoi film su idee originali più che su testi sacri della letteratura occidentale.

E qui parte già la prima differenza, quasi banale ma che mi ha accompagnato per tutta la visione: l'Odissea di Omero non è mai stata pensata per essere raccontata in un arco temporale di due ore e mezza o tre, con un inizio e una fine chiusi dentro i confini di un film. Era un poema pensato per essere recitato, ascoltato in più serate, dilatato, con digressioni continue e un pubblico che già conosceva a memoria buona parte della storia. Nolan deve quindi necessariamente scegliere, tagliare, comprimere dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio in qualcosa che stia in piedi come esperienza cinematografica unica, e la cosa che mi ha colpito è che invece di annacquare tutto sceglie di intensificare, di rendere ogni tappa un blocco quasi autonomo, un piccolo film nel film.

Il montaggio a flashback o il giocare sui tempi, che in altri film di Nolan è quasi un marchio di fabbrica usato per spiazzare lo spettatore o giocare con la percezione del tempo, qui è più contenuto, più al servizio della storia che della sperimentazione. La cosa buffa è che leggendo qualche articolo ho scoperto che questa struttura non è nemmeno un'invenzione sua, perché l'Odissea originale è già così, con Ulisse che racconta in prima persona alla corte dei Feaci buona parte delle sue disavventure, cliclope compreso. Quindi in un certo senso Nolan non ha imposto la sua ossessione per la memoria e il tempo non lineare sul materiale di partenza, l'ha semplicemente trovata già lì, pronta all'uso, ed è un dettaglio che mi ha fatto sorridere pensando a quanto le sue ossessioni degli ultimi vent'anni di cinema potessero avere vita facile qui dentro.
Detto questo, è innegabile che qui Nolan giochi meno con i tempi rispetto a Tenet (vabbeh) o a Inception e Dunkirk dove la sceneggiatura era tutta sua e quindi libera di piegarsi come voleva lui senza dover rendere conto a nessun testo di partenza. Lì il tempo stesso era il soggetto del film, qui diventa uno strumento narrativo, usato con più misura, quasi con rispetto verso la materia che sta adattando. Devo dire che questa scelta mi ha convinto, perché i flashback non sono buttati lì per confondere ma arrivano sempre nel momento in cui serve un chiarimento, e alla fine la trama, che è lunghissima e piena di personaggi e di tappe, risulta comunque comprensibile senza bisogno di prendere appunti.

Sul fronte del cast, che è a dir poco stellare, mi aspettavo il solito rischio dei troppi nomi noti messi lì solo per attirare pubblico, e invece devo ricredermi. Matt Damon costruisce un Ulisse pieno di contraddizioni, un uomo di guerra segnato nel corpo e nella testa da quello che ha visto e fatto a Troia, devoto agli dei ma allo stesso tempo pronto a sfidarli quando la devozione diventa un ostacolo al ritorno a casa, e questa ambiguità psicologica secondo me è il cuore vero del film, più delle battaglie con i mostri. Ma se devo essere onesto, la figura che mi ha convinto ancora di più è quella di Penelope, interpretata da Anne Hathaway con una compostezza che diventa quasi politica, una donna che deve tenere in piedi un regno mentre aspetta un uomo che potrebbe non tornare mai più, e che gestisce corteggiatori, sospetti e lutto con un controllo che sullo schermo funziona benissimo. Tom Holland nei panni di Telemaco, Zendaya (forse la più "inutile") come presenza quasi eterea di Atena, Robert Pattinson e Charlize Theron in ruoli che non voglio rovinare a chi non ha ancora visto il film, tutti restano dentro il personaggio senza mai strafare, cosa rara quando hai un cast così pieno di volti che il pubblico riconoscerebbe ovunque. Menzione speciale per Samantha Morton nei panni di Circe, che riesce a rendere inquietante e magnetica allo stesso tempo una scena che potrebbe facilmente scivolare nel ridicolo, quella della trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali.

Le parti più propriamente fantastiche, il ciclope Polifemo, i giganti Lestrigoni, le sirene, sono trattate con un approccio  come agnostico rispetto al testo originale: gli dei qui non sono presenze dirette e onnipotenti come in Omero, ma esistono più che altro nel modo timoroso in cui gli uomini ne parlano, e persino i mostri sono girati con un piglio quasi documentaristico, effetti pratici, poca computer grafica, come se Nolan volesse convincerti che queste creature avrebbero potuto davvero esistere in un passato remoto invece di trattarle come pure invenzioni fantasy. Questa scelta mi è piaciuta proprio per questo approccio così fisico e concreto alla materia mitologica, sebbene siano presenze quasi timide, come se  volesse liquidarle in fretta per tornare al dramma umano. Ho trovato che queste sequenze si inseriscano bene nel racconto, senza mai avere la sensazione di un intermezzo forzato buttato lì per lo spettacolo fine a se stesso.

Sulla durata, che è quella tipica di un Nolan ambizioso, avvicinandosi alle tre ore, non ho sentito il peso che temevo. È un film che scorre, forse anche perché ogni tappa del viaggio ha un tono diverso dalla precedente, si passa dall'horror quasi puro della caverna del ciclope alla malinconia sospesa delle sirene, dalla tensione bellica dei flashback su Troia al dramma quasi da camera delle scene a Itaca. 

Non posso chiudere senza spendere due parole sul comparto tecnico, che è probabilmente il livello più alto che Nolan abbia mai raggiunto senza utilizzare esplosioni o artefatti fantascientifici.. La fotografia  sceglie toni desaturati, quasi spogli di qualsiasi nostalgia dorata verso un'epoca mitica, e restituisce un mondo antico che sembra vero, sporco, faticoso da attraversare. Le musiche  accompagnano senza mai sovrastare, sapendo quando ritirarsi e lasciare spazio al silenzio. I costumi hanno quella cura filologica che si nota senza diventare mai un esercizio da museo. E gli effetti pratici, con le riprese dal vero e pochissima grafica digitale, danno a tutto il film una consistenza fisica che oggi si vede sempre più raramente nel cinema di grande scala.

Chi conosce l'Odissea originale (ed io non mi metto tra quelli) noterà ovviamente parecchie libertà, inevitabili quando si trasforma un poema fatto di digressioni infinite in un racconto cinematografico con un suo arco chiuso, ma trovo che Nolan abbia saputo rispettare lo spirito del testo più che la sua lettera, mettendo al centro non tanto le imprese eroiche quanto il conflitto interiore di un uomo diviso tra il dovere verso gli dei, il senso di colpa per i compagni perduti e il desiderio quasi ostinato di tornare a casa. Un'epica nel senso più pieno del termine, sia per respiro visivo che per ambizione tematica, e uno dei rari casi in cui l'aggettivo epico non sembra usato a sproposito.

Cala Seregola: riqualificazione

 
Quando vado a giro si pensa che sia in gita a divertirmi... In realtà porto avanti progetti per conto della VER Holding. Ecco come sarà riqualificata Cala Seregola a breve. Se non vi piace, peggio per voi. 

Cala Seregola, Elba: Un Faro di Cultura e Storia

​Immaginate la vecchia struttura, non più un rudere fatiscente, ma un edificio vibrante, ricco di vita e significato. Ecco alcuni elementi chiave della riqualificazione:

  • Punto d'Informazione e Accoglienza: Al piano terra, un'area accogliente per i visitatori, con informazioni sulla storia della miniera, la flora e fauna locali, e i percorsi naturalistici dell'Elba.
  • Museo Minerario: Ai piani superiori, uno spazio espositivo dedicato alla storia dell'estrazione mineraria all'Elba. Pannelli informativi, reperti, attrezzature e fotografie storiche raccontano la vita dei minatori e l'evoluzione dell'attività estrattiva.
  • Terrazza Panoramica e Punto Ristoro: La terrazza sul tetto, accessibile anche alle persone con disabilità, offre una vista mozzafiato su Cala Seregola e il mare. Un piccolo chiosco o caffetteria serve prodotti locali e spuntini veloci.
  • Spazi per Mostre Temporanee ed Eventi: All'interno, aree flessibili per mostre temporanee d'arte, laboratori didattici per bambini, conferenze e presentazioni di libri, legati alla storia dell'Elba, alla geologia e alla sostenibilità ambientale.
  • Integrazione con la Spiaggia e il Paesaggio: La struttura è integrata armoniosamente nel paesaggio circostante. La vegetazione mediterranea autoctona, come ginestre, rosmarino e oleandri, è piantata intorno all'edificio. Un sentiero naturalistico collega la struttura alla spiaggia e ai percorsi interni dell'isola.
  • Sostenibilità Ambientale: La riqualificazione include soluzioni ecosostenibili, come pannelli solari per l'energia elettrica, un sistema di raccolta dell'acqua piovana e materiali edilizi a basso impatto ambientale.

Un Luogo per Tutti, un Luogo per Sempre

​Questa visione non è solo un sogno, ma una possibilità concreta di trasformare un rudere fatiscente in un luogo di cultura, storia e comunità. Un luogo dove passato e presente si incontrano, dove la storia dell'estrazione mineraria all'Elba viene raccontata e preservata per le generazioni future. Un luogo accessibile a tutti, senza scopi di lucro, che arricchisce la vita di residenti e turisti, e valorizza la bellezza unica di Cala Seregola.

Immaginate l'edificio come un nuovo faro di cultura e storia, che guida i visitatori alla scoperta delle meraviglie dell'Elba e della sua ricca eredità mineraria.


domenica 19 luglio 2026

Elba: anche spiagge #6

 

Oggi mi sono dedicato nuovamente ad andare in spiaggia, ma per comodo ne ho scelta una sola. Selvaggia ed a sud (con scirocco quindi non proprio l'ideale, ma soffiava così piano che non valeva la pena rinunciare per prudenza eccessiva). Nonostante mi svegli abbastanza presto rispetto alla media dei vacanzieri, oggi l'obiettivo principale era scegliere una spiaggia che non venisse presa d'assalto. Ho optato per la suggestiva Cala Seregola ed ho vinto la scommessa: anche se via via ha iniziato a riempirsi, lo ha fatto in maniera molto più godibile rispetto alle spiagge più gettonate.

Cala Seregola si trova tra Rio Marina e Cavo, sul versante orientale dell'isola, ed è tutt'altro che una spiaggia come le altre. È nata infatti nel cuore del distretto minerario di Rio Marina, lungo quella che viene chiamata la "Costa che Brilla" : il nome non è casuale, perché la sabbia rossastra e nerastra, ricca di ematite e altri minerali ferrosi, sotto il sole crea un effetto luccicante davvero particolare. Alle spalle dell'arenile si trovano i resti della miniera di Rio Albano, un tempo una delle più importanti d'Italia, e sulla destra si vedono ancora i ruderi dei magazzini e del vecchio pontile da cui il minerale veniva imbarcato per raggiungere gli altiforni di Piombino e Portoferraio, attivo tra i primi del Novecento e gli anni della guerra. Camminando dal parcheggio verso la spiaggia si respira ancora quell'atmosfera un po' sospesa da archeologia industriale, sebbene per molti sia soltanto degrado. 

Il resto della giornata è filato secondo copione: acqua limpida, caldo quasi sardo.

Album fotografico Elba: anche spiagge #6 

sabato 18 luglio 2026

Lucius Shepard - Le Stelle Senzienti


 
Autore: Lucius Shepard
Anno: 2007
Titolo originale: Stars Seen Through Stone
Pagine: 115
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Nella cittadina di Black William, tra i monti della Pennsylvania, di tanto in tanto avvengono strani e inspiegabili fenomeni. La città viene improvvisamente avvolta da uno sciame di luci simili a stelle dalle quali provengono strane voci. Quando le luci scompaiono un'insolita creatività fa degli abitanti dei talenti nei campi più disparati. Ma non sempre i cambiamenti sono in senso positivo. Quando le "stelle" tornano si manifestano come una marea viscosa simile a catrame bollente, in mezzo alla quale si muovono delle luminescenze irte di aguzzi pungiglioni, e dalla massa informe, emergono figure che mutano le sembianze, passando dalla forma di uomini giganteschi a specie di lumache. E chi era dotato di talento scoprirà che il dono ricevuto aveva un prezzo.

Commento personale e recensione:
Continuo il mio percorso tra i volumetti della collana Odissea Fantascienza di Delos, che negli ultimi tempi sto centellinando volentieri: oltre ad averne ancora parecchi in casa, sono libri piccoli, leggeri, perfetti da infilare in borsa e leggere in spiaggia senza pesare troppo, né sulle spalle né sull'attenzione. Stavolta è toccato a "Le stelle senzienti" di Lucius Shepard.

Nonostante sia inserito in una collana di fantascienza, questo romanzo breve mi è parso più vicino al genere fantastico che a quello propriamente sci-fi, se proprio bisogna appiccicargli un'etichetta. In realtà, a lettura conclusa, credo che la definizione più onesta sia che si muove al confine tra più cerchi che si intersecano, senza appartenere del tutto a nessuno: c'è dentro qualcosa di fantascientifico, qualcosa di horror, e una buona dose di quello che potremmo chiamare realismo magico applicato alla provincia americana.

Il modo in cui è costruito mi ha ricordato non poco certe atmosfere di Stephen King: si parte da una descrizione quasi ordinaria di vita di paese, per poi lasciar entrare, di soppiatto, qualcosa di curioso e sovrannaturale che va a incrinare quella normalità. È una scrittura scorrevole, capace di tenere insieme il quadro sociale di una comunità e la sua deriva verso l'inspiegabile senza strappi eccessivi, cosa che rende la lettura piacevole anche per chi, come me, non cerca necessariamente il fantastico puro.

Un altro tassello godibile della mia rassegna estiva tra gli Odissea Delos, che continua a confermarsi la misura giusta per le mie letture da spiaggia.

Elba: anche spiagge #5

 

Sveglia alle 4.35 del mattino, con quel misto di incoscienza e voglia di novità che solo certe idee balzane sanno generare. Direzione Portoferraio, spiaggia delle Ghiaie, perché stamattina c'era in programma qualcosa che non capita tutti i giorni: un concerto all'alba.

L'appuntamento era per le 5.30, con Susanna Di Scala al violino e Matilde Galli al pianoforte a fare da cornice musicale al sorgere del sole sul mare, dentro la rassegna Summerissima promossa dal Comune di Portoferraio (con tanto di colazione offerta) . Hanno suonato soprattutto colonne sonore, tra cui la splendida Morricone di C'era una volta in America, ed è stato uno di quei momenti in cui la location fa la metà del lavoro (l'altra metà l'ha fatta la mancanza di sonno, che rendeva tutto ancora più onirico).

Dopo essermi goduto le Ghiaie durante il concerto mi sono spostato subito alla Padulella. Sono stato il primo a metterci piede, e mi sono conquistato il posto migliore e più ambito della spiaggia (soddisfazione che a quest'ora del giorno vale doppio). Tuffi rigeneranti e primissime ore godute in santa pace, prima che il tam tam mattutino richiamasse tutti quanti: già alle 9.00 era tutto pieno di gente.

Per la seconda parte della giornata mi sono spostato verso la più tranquilla Bagnaia, ombrellone e sdraio al Sunset Beach, giusto per bilanciare l'adrenalina da levataccia con un pomeriggio di puro dolce far niente.

Album fotografico Elba: anche spiagge #5 

mercoledì 15 luglio 2026

Doors - Light My Fire

 

Artista: Doors
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: vinile (non ufficiale)

Ieri Volpe mi ha aperto un ricordo chiedendomi se avessi visto il film The Doors con Val Kilmer... 
E per me la storia inizia da un vinile anomalo. Avevo preso non so assolutamente dove Light My Fire, pubblicato dalla Duchesse Records nel 1989, una di quelle etichette europee che negli anni Ottanta producevano ristampe economiche destinate ai discount e alle edicole, con poca cura editoriale e ancora meno scrupoli sulle licenze. Il titolo scelto era quello del singolo più famoso, Light My Fire appunto, e già questo avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Ma ci volle un po' prima che capissi cosa avessi tra le mani.

Il contenuto era sostanzialmente quello dell'album d'esordio ufficiale del 1967, The Doors, pubblicato dalla Elektra, con la tracklist leggermente riordinata e alcuni errori nelle attribuzioni in copertina (tra cui Alabama Song accreditata in modo scorretto). Una ristampa non ufficiale, insomma, camuffata da album autonomo grazie a un titolo diverso. Quando me ne accorsi, recuperai il CD del debut originale, anche perché ho usato raramente il supporto, preferendo appunto il lettore compact disc. 
I Doors sono una di quelle band che non hanno bisogno di presentazioni e al tempo stesso le richiedono sempre, perché chiunque conosca Jim Morrison come mito non necessariamente conosce la musica. Il quartetto di Los Angeles (Morrison alla voce, Ray Manzarek alle tastiere, Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria) registrò l'esordio nel 1966, e il risultato fu qualcosa che non assomigliava a niente di quello che girava in quel momento. Niente basso (Manzarek copriva le linee di basso con la mano sinistra su un organo), niente psichedelia californiana solare e leggera, niente flower power. Al suo posto: blues, jazz, oscurità, e quella voce di Morrison che sembrava arrivare da un posto che non si riesce a localizzare con precisione.

Break On Through (To the Other Side) apre il disco come un manifesto: ritmo in 4/4 con accenti su ogni beat, chitarra tagliente, Morrison che canta con una sicurezza quasi insolente per un esordio. Soul Kitchen è un blues lento e lisergico che cresce senza fretta. Alabama Song, ripresa dal musical Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht e Weill, è la sorpresa del disco: una ballata quasi cabaret che non c'entra niente con il resto e funziona meglio di qualsiasi cosa più coerente avrebbe fatto. Light My Fire è ovviamente il brano che tutti conoscono: sette minuti nella versione album, con l'assolo di Manzarek e Krieger che occupa quasi metà del brano e che la versione singola dovette tagliare brutalmente per passare in radio. E poi c'è The End, undici minuti claustrofobici con il monologo edipico di Morrison nel mezzo che ancora oggi suona come qualcosa di difficile da guardare in faccia.

Non è un disco facile da catalogare, e non ha mai smesso di sembrare fuori tempo rispetto a qualsiasi epoca lo si ascolti. Che arrivi su un vinile Duchesse comprato al discount o sul CD originale Elektra, cambia poco: il suono è quello, e non si dimentica.