lunedì 19 ottobre 2026

AA. VV. - Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani

 

Autore: AA. VV
Anno: 2026
Titolo originale: Solarpunk: Nuovi Sguardi Sul Domani 
Pagine: 395
Voto e recensione: 3/5
Acquista ebook su Amazon 

Trama del libro e quarta di copertina:
Soltanto un nuovo sottogenere della fantascienza, oppure il solarpunk è una vera e propria estetica del futuro? "Solar" è l'energia alternativa ai combustibili fossili; "punk" è la ribellione a un modello di sviluppo insostenibile; insieme sono l'utopia che coltiva la speranza, la scintilla in grado di generare un mondo migliore. Il solarpunk non predica un anacronistico "ritorno alla natura", ma persegue un progresso consapevole, nel quale scienza e tecnologia, usate in maniera trasparente e democratica, ci consentano di raggiungere finalmente l'equilibrio con il pianeta. Undici autori e autrici per dieci racconti che gettano un nuovo sguardo sul domani.
I racconti:
  • “Non è l'essenza di conflitto” – Lorenzo Davia
  • “Gong” – Stefano Carducci e Alessandro Fambrini
  • “Fare cerchio” – Giovanna Repetto
  • “Semina di ossa e terra” – Irene Drago
  • “Tre lezioni di tenebre per il mercoledì ”– Franco Ricciardiello 
  • "Diagramma di flusso con svarione" – Fulvio Gatti
  • “Eloisa e la bomba” – Giulia Abbate
  • “Memetica del collasso” – Flavio Torba
  • “Cartolina dal Lago Maggiore” – Romina Braggion
  • “Gomma” – Silvia Treves

Commento personale e recensione:
Lo ammetto subito: i racconti non sono il mio forte. Io sono un tipo da romanzo, uno che vuole starsene settecento pagine con gli stessi personaggi, affezionarsi, soffrire un po' e poi sentire la mancanza quando finisce tutto. Le antologie le guardo sempre con sospetto, come i buffet degli hotel: tanta roba, qualcosa di buono, qualcosa che lasci nel piatto.

Però stavolta la curiosità ha vinto. Il numero speciale estivo di Urania, "Solarpunk - Nuovi sguardi sul domani", era di quelli che non potevo lasciarmi scappare, perché è da un po' che sento parlare di questa corrente "positiva" della fantascienza e volevo capire di che pasta fosse fatta. Dopo anni di distopie, futuri in rovina e catastrofi a rate, l'idea di qualcuno che prova a immaginare un domani decente mi attirava parecchio. E poi, diciamolo, un po' di ottimismo ogni tanto fa bene anche a uno che fa i turni all'alba.

Il punto di partenza è chiaro: il solarpunk parte dai problemi del nostro tempo, a cominciare da quello ambientale, e invece di piangerci sopra prova ad affrontarli in modo costruttivo. Il "punk" sta nella ribellione, quella dell'umanità che non si arrende alla crisi, un po' come quarant'anni fa i cyberpunk si ribellavano al dominio dell'informatica. Poi ognuno la prende dal suo lato: c'è chi spinge sulla tecnologia, chi sul sociale, chi ci costruisce sopra addirittura un giallo.

Il volume è curato da Franco Ricciardiello, che del solarpunk italiano è praticamente un fondatore (ha messo in piedi anche Solarpunk Italia), e si chiude con un'analisi del movimento firmata da lui e da Giulia Abbate, più una cronologia. Insomma, non è solo una raccolta di storie ma anche una specie di piccola guida al genere. 

Per quanto riguarda queste letture il rischio del solarpunk è appiattirsi su comunità autosufficienti e democrazia dal basso, un po' ripetitive e un po' naif, perché il conflitto resta il motore delle storie. I racconti che mi sono piaciuti di più, e sono in buona compagnia, sono quelli che si pongono i problemi scomodi, vecchiaia, malattia, morte, cose che nemmeno nel miglior futuro possibile si possono evitare. 

Poi ci sono i gusti, che è giusto restino gusti. Il primo racconto (quello di Lorenzo Davia) , per dire, mi ha convinto di più ed era sinceramente ciò che mi aspettavo da questa raccolta. 

 Invece in alcuni casi son rimasto un po' deluso, come se tutto fosse un po' forzato. Mi piacerebbe leggere un romanzo più lungo, per provare. Intanto mi tengo la sensazione che questo solarpunk, con tutti i suoi rischi di buonismo, sia un tentativo serio di guardare avanti senza farsi venire l'ansia. 

Che Dio Ci Perdoni (2016)

 
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Titolo originale: Que Dios Nos Perdone
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies
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Torniamo in Spagna con Che Dio Ci Perdoni, titolo originale Que Dios Nos Perdone. È un thriller del 2016 diretto da Rodrigo Sorogoyen, che lo ha scritto insieme a Isabel Peña, ed è ambientato a Madrid nell'estate del 2011, con un caldo opprimente, le proteste del movimento 15-M e la città invasa dai pellegrini in attesa della visita del Papa. Come cornice per un thriller poliziesco è davvero bella, e già nei primi minuti si capisce che il film ci tiene a fare le cose per bene.

I protagonisti sono due ispettori di polizia che più diversi non si potrebbe, Velarde, introverso e tartaglione, interpretato da Antonio de la Torre, e Alfaro, impulsivo e iracondo, che ha il volto di Roberto Álamo. Devono dare la caccia a un assassino che colpisce donne anziane, e devono farlo in fretta e senza fare rumore, con il resto della città che ha la testa altrove. Come inizio mi aveva preso, perché il killer era misterioso e i due poliziotti stavano investigando, tra piste da seguire, dubbi e indizi da mettere insieme, e io stavo lì a incastrare i pezzi insieme a loro.

Poi succede una cosa che per me ha spezzato l'incantesimo. Gli sceneggiatori hanno deciso di mostrarci chi fosse l'assassino, e da quel momento la parte investigativa mi è sembrata sbrigativa e casuale, con indizi che arrivano quando servono e collegamenti che si fanno per fortuna più che per bravura. Il guaio è che noi spettatori sapevamo già chi fosse, quindi tutta quella fatica per stanare un colpevole che avevamo davanti agli occhi aveva poco senso. Il film perde la sua tensione migliore, quella del non sapere, e la sostituisce con una caccia in cui il destino dei personaggi mi interessava molto meno di prima.

Ha anche vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di San Sebastián, e questo mi fa sorridere, perché evidentemente io e la giuria abbiamo visto due film diversi, o più probabilmente io mi aspettavo un mistero e loro hanno premiato altro. Ripeto, non è un brutto film e il clima che costruisce funziona, ma quel cambio di rotta a metà strada mi ha lasciato con un senso di occasione sprecata. Un buon inizio che si sgonfia, e a me è dispiaciuto parecchio.

domenica 18 ottobre 2026

Juventus 0 - Lazio 3

 
La si può definire la prima prova "seria" in Campionato? Non che la Lazio sia questa grande squadra, ma attualmente (risultati alla mano) è molto meglio rispetto ad Juventus che deve ancora ritrovarsi. O meglio, deve almeno fingere di non essere nelle posizioni giuste della classifica. Di passi falsi in Serie A ne abbiamo già collezionati almeno un paio (escludo la partita con il Cagliari per pietà ed ottimismo), quindi per risalire la china era auspicabile una vittoria. Senza se e senza ma. Anche quelle di corto muso, con qualche finalizzazione in attacco. Sempre se ne abbiamo uno. E comunque oltre a non essere pericolosi prendiamo nuovamente gol al primo tiro avversario in porta. Noi sempre lenti e prevedibili. Loro al secondo tiro, raddoppiano. Sembrerebbe sfortuna se non fosse che al ottantatreesimo noi ne abbiamo fatto solo uno. Da fuori area, centrale. Ed il secondo è pure centrale di Conceicao. Senza pretese. Velleitario. Sipario chiuso a due minuti dal termine dei minuti regolamentari. Schiacciati in casa. 

Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa

 


Domenica di pioggia, cielo grigio e voglia di fare qualcosa che non preveda di tornare a casa fradici. Quale occasione migliore per una visita a Palazzo Blu, a Pisa, dove è appena arrivata una mostra dedicata a Edward Hopper? Uno dei miei artisti preferiti (perché sì) , quindi la scelta era praticamente obbligata. Anche perché, quando c'è Hopper di mezzo, riesco a trovare una buona ragione per passare qualche ora davanti ai quadri, pure se fuori il tempo invita a fare tutt'altro.

Ho già avuto occasione di ammirare le sue opere sia a Chicago sia a Roma, ma ogni volta è un piacere ritrovarsi davanti a quella pittura così riconoscibile, capace di raccontare molto anche quando, apparentemente, non succede assolutamente niente. Naturalmente, in entrambe le occasioni mi è mancato l'incontro con I nottambuli (Nighthawks), il suo quadro più famoso, quello del locale illuminato nella notte americana. Un'assenza che ormai considero quasi personale. Per fortuna, comunque, ho l'originale a casa. E chi mi conosce sa benissimo che non sto scherzando. 🤭

La mostra di Palazzo Blu, intitolata Edward Hopper: New York e oltre, non è necessariamente una raccolta di tutti i suoi dipinti più celebri, quelli che si trovano riprodotti ovunque e che anche chi non conosce particolarmente l'arte potrebbe riconoscere al primo sguardo. È però un'esposizione piuttosto ampia, con oltre 150 opere che permettono di attraversare diversi momenti della carriera dell'artista americano, dagli esordi alle opere della maturità. Dipinti, acquerelli, disegni e incisioni restituiscono un'immagine più articolata del suo lavoro, senza limitarsi alle poche tele diventate ormai icone della cultura popolare.

Il percorso si sviluppa attorno ai luoghi che hanno segnato la sua vita e la sua produzione artistica: Parigi, dove Hopper soggiornò più volte nei primi anni del Novecento, New York, città nella quale visse per gran parte della sua esistenza, e i paesaggi del New England (i miei preferiti) , con le sue case, le coste e gli edifici isolati. Sono ambienti diversi, ma legati da uno sguardo che riesce a trasformare scene quotidiane in qualcosa di molto più suggestivo.

Ed è proprio questo, almeno per me, il fascino di Hopper. La sua pittura sembra spesso raccontare una storia senza concederci il privilegio di conoscerla davvero. Ci sono persone ferme in una stanza, figure che guardano fuori da una finestra, strade quasi deserte, edifici colpiti da una luce netta, interni nei quali sembra essersi appena interrotto qualcosa. Non sappiamo cosa stiano pensando i protagonisti, cosa sia successo prima o cosa accadrà dopo. Eppure viene spontaneo immaginarselo.

La solitudine è certamente uno dei temi più evidenti, ma ridurre Hopper a un pittore di persone sole sarebbe un po' troppo facile. C'è anche il rapporto tra gli individui e gli spazi che abitano, tra la vita privata e il mondo esterno, tra la luce e le ombre. E c'è soprattutto quella sensazione di sospensione che rende le sue immagini così particolari: tutto sembra perfettamente normale, ma qualcosa, senza che si riesca a capire esattamente cosa, ci mette a disagio oppure ci costringe a fermarci a osservare.

La luce, poi, è una protagonista vera e propria. Hopper la usa per costruire gli ambienti, per isolare le figure e per dare una forma concreta a sensazioni che altrimenti sarebbero difficili da descrivere. È una pittura apparentemente semplice, almeno a un primo sguardo, ma proprio questa essenzialità contribuisce a renderla così efficace. Non servono scene spettacolari o composizioni complicate per lasciare il segno. A volte basta una finestra illuminata, una sedia, una strada vuota.

Un aspetto interessante della mostra è anche l'attenzione al rapporto tra Edward e sua moglie Josephine, detta Jo, a sua volta artista e figura fondamentale nella sua vita. Attraverso materiali d'archivio e documenti, il percorso permette di guardare oltre le tele e di avvicinarsi anche alla dimensione personale del pittore. Un modo per ricordare che dietro immagini tanto enigmatiche c'era una persona reale, con le proprie relazioni, abitudini e contraddizioni.

L'esposizione, organizzata in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, ha quindi il merito di offrire una panoramica piuttosto completa, senza trasformarsi in una semplice sfilata di quadri celebri. Chi cerca esclusivamente Nighthawks e gli altri dipinti più iconici potrebbe forse desiderare qualcosa di diverso, ma chi vuole approfondire l'universo di Hopper ha abbastanza materiale per trascorrere una visita interessante.

Personalmente, non ho bisogno di trovare ogni volta il suo capolavoro più famoso per essere soddisfatto. Con alcuni artisti è bello anche semplicemente ritrovare un linguaggio che si conosce e che continua a funzionare, scoprendo magari un'opera meno nota o osservando con maggiore attenzione qualcosa che in precedenza era passato in secondo piano. E Hopper è uno di quelli che riescono a regalarmi questa sensazione.

Insomma, una domenica piovosa trasformata in un'ottima occasione culturale. Palazzo Blu si conferma una tappa gradita per chi ama le mostre d'arte e questa dedicata a Hopper merita una visita, soprattutto se si apprezza il suo modo particolare di raccontare l'America attraverso paesaggi, architetture e persone apparentemente comuni.

E se qualcuno dovesse chiedermi se, alla fine, mi sia mancato I nottambuli, la risposta è ovviamente sì. Ma non ditelo troppo in giro: l'originale è già impegnato a illuminare il mio salotto.

VERdetto: una mostra interessante e abbastanza completa, ideale per ritrovare uno dei grandi interpreti della pittura americana del Novecento. Non necessariamente una collezione di soli capolavori assoluti, ma un percorso che permette di apprezzare meglio l'evoluzione e la poetica di un artista che, anche quando dipinge il silenzio, ha sempre qualcosa da raccontare.

Album fotografico Edward Hopper al Palazzo Blu di Pisa 

sabato 17 ottobre 2026

U2 - Achtung Baby



 Artista: U2
Anno: 1991
Tracce: 12
Formato: CD 
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Con gli U2 avevo già fatto un bel percorso: da October a War, poi il salto in avanti fino a Zooropa, con tutte le perplessità che quel disco si è portato dietro. Ma il punto di svolta vero, quello che spiega tutto quello che è venuto dopo e che cambia il modo di guardare anche i dischi precedenti, è Achtung Baby . Ed era ora di affrontarlo.

La storia della genesi è già di per sé straordinaria. Gli U2 arrivano a Berlino nell'ottobre del 1990, agli Hansa Studios, gli stessi in cui David Bowie aveva registrato la sua trilogia berlinese, con l'intenzione di reinventarsi dopo il doppio album Rattle and Hum e il tour americano che li aveva resi il gruppo rock più grande del mondo. Il problema è che non si mettono d'accordo su niente. Da una parte Bono e The Edge vogliono spingere verso suoni moderni: dance rock, alternative, elettronica, noise. Dall'altra Larry Mullen Jr, Adam Clayton e il produttore Daniel Lanois non vogliono sentire parlare di abbandonare il suono classico degli U2. Le sessioni berlinesi diventano un disastro, e a un certo punto Edge si chiude in una stanza a piangere. Nel mezzo di tutto questo, arriva la notizia che il suo matrimonio con Aislinn O'Sullivan è finito: un trauma personale che diventa il concept emotivo involontario dell'intero disco. L'arrivo di Brian Eno calma le acque: ascolta i demo e convince la band che stanno costruendo qualcosa di importante, e che possono esplorare nuovi territori senza smettere di essere gli U2. Il disco viene completato a Dublino nel 1991.

Il risultato è un cambiamento radicale che lascia senza parole. Zoo Station apre con una chitarra distorta e una voce filtrata che non sembra quella di Bono — e non era mai successo prima. The Fly, primo singolo, spiazza i fan degli anni Ottanta: è noise rock, quasi industriale, con testi sarcastici sulla videocrazia e sull'Occidente dello spettacolo. Mysterious Ways porta dentro il funk e suoni africani in modo che funziona senza suonare forzato. Until the End of the World racconta il tradimento di Giuda dal punto di vista di Giuda stesso, con un riff di Bono e quel suono "sweeping" della chitarra che è uno dei momenti più belli del disco. E poi c'è One: completata la notte prima della fine delle registrazioni, nata durante una sessione in cui la band era ai ferri corti e stava quasi sciogliendosi, diventata poi uno degli inni della storia della musica degli ultimi trent'anni. Il titolo, ha spiegato Bono, è "un grande imbroglio": non parla di unità ma di separazione, di due persone che portano lo stesso peso in modo diverso.

Achtung Baby è considerato da molti il capolavoro assoluto degli U2, superiore persino a The Joshua Tree. Ascoltato dopo Zooropa, disco che da quel suono era nato quasi per caso durante un tour, si capisce dove stava andando tutto e perché. È il disco che spiega gli U2 degli anni Novanta, e uno di quelli che spiegano quel decennio in generale.

venerdì 16 ottobre 2026

In Ordine Di Sparizione (2014)

 
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2014
Titolo originale: Kraftidioten
Voto e recensione: 5/10 
Pagina di IMDB (7.1)
Pagina di I Check Movies 
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Questa volta si va in Norvegia, anche se in realtà la produzione è un misto con Svezia e Danimarca, con In ordine di sparizione, titolo originale Kraftidioten. Forse la prima volta in cui il titolo scelto nella nostra lingua è migliore: tradotto letteralmente sarebbe stato "gli idioti", È un film del 2014 diretto da Hans Petter Moland, ed il protagonista è Stellan Skarsgård, che non è un ultimo arrivato.

Skarsgård fa Nils, un uomo tranquillo e di poche parole che di lavoro guida lo spazzaneve tra le montagne innevate e che proprio all'inizio viene premiato come cittadino dell'anno. Poi il figlio muore, e da brava persona qualunque Nils si trasforma in una macchina da vendetta. Quello che comincia come una caccia personale finisce per innescare una guerra tra bande, con da una parte un boss vegano e dall'altra la mafia serba, il tutto in mezzo a una neve così bianca che il sangue ci sta benissimo sopra. Più la storia va avanti, più il numero dei personaggi cala in fretta, e il titolo, se ci pensate, è un avviso onesto di quello che vi aspetta.

Il film è interessante e carino, e mi ha un po' ricordato i fratelli Coen. Non tanto per la storia in sé, quanto per il tono, quel modo di raccontare cose violente e anche tragiche con una faccia impassibile, lasciando che l'umorismo nasca dalla assurdità delle situazioni e dalla serietà con cui i personaggi le affrontano. Skarsgård aiuta molto, perché tiene un'espressione quasi sempre ferma mentre intorno a lui succede di tutto, e funziona.

Un altro punto a favore è l'ambientazione, con questi paesaggi gelati che da soli fanno già mezza atmosfera e danno al film un fascino particolare. Non ho trovato niente di indimenticabile, la formula della vendetta è abbastanza collaudata e non mi ha sconvolto, ma è girato bene e si guarda con piacere dall'inizio alla fine. Se vi piace il cinema nordico e quel genere di commedia nera e secca, per me è una visione che vale la serata.