sabato 20 giugno 2026

Ozzy Osbourne - Blizzard of Ozz



 Artista: Ozzy Osbourne
Anno: 1980
Tracce: 9
Formato: CD 
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Ozzy Osbourne lo associo da sempre ai Black Sabbath, e in fondo è inevitabile: è lì che è nato il mito. Ma sappiamo bene che Ozzy è stato anche altro, e Blizzard of Ozz  è il disco che lo dimostra fin dal titolo: il suo esordio da solista, arrivato subito dopo il licenziamento dai Sabbath nel 1979, in un momento in cui in pochi avrebbero scommesso su un suo rilancio.

E invece Ozzy, come gli capiterà di fare più volte nella carriera, cade sempre in piedi. La mossa decisiva fu circondarsi del chitarrista giusto: Randy Rhoads,  che con il suo stile tecnico e classicheggiante porta nel disco un livello di virtuosismo che lo rende per molti uno dei migliori chitarristi della storia dell'heavy metal, (tipo Eddie Van Halen per influenza sugli anni Ottanta) . Il suo assolo in Mr. Crowley, malinconico e quasi orchestrale, resta tra i più citati di sempre.

Il disco si apre con I Don't Know, un manifesto quasi programmatico, ma è Crazy Train il brano che lo ha reso immortale: riff immediato, ritornello che resta in testa al primo ascolto, e quel "All aboard!" urlato da Ozzy diventato un marchio di fabbrica. Suicide Solution porta dentro un testo controverso, ispirato secondo lo stesso Ozzy alla morte di Bon Scott degli AC/DC (anche se il paroliere Bob Daisley ammise poi che pensava proprio a Ozzy mentre lo scriveva). Goodbye to Romance è il momento più morbido, quasi soft rock, e mostra un lato del cantante meno scontato di quanto l'immagine pubblica suggerisca.

Blizzard of Ozz  resta un disco fondamentale per capire l'heavy metal degli anni Ottanta. Rhoads sarebbe morto tragicamente in un incidente aereo nel 1982, lasciando solo due album in studio con Ozzy: pochi, ma sufficienti per consacrarlo come leggenda. E lo stesso Ozzy, scomparso nel 2025, ha lasciato con questo disco una delle pagine più importanti e personali della sua carriera, ben oltre l'ombra dei Black Sabbath.

Type O Negative - Bloody Kisses

 

Artista: Type O Negative
Anno: 1993
Tracce: 14
Formato: CD 
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I Type O Negative sono uno di quei gruppi di cui vado fiero di parlare, perché li considero ancora abbastanza sconosciuti e di nicchia, nonostante il loro peso nella storia del gothic metal. Bloody Kisses  è il disco che li ha portati alla ribalta, ed è anche quello che meglio racchiude tutto quello che li rende unici.

Il centro di tutto è Peter Steele: un gigante di quasi due metri, voce profondissima, capace di passare dal sussurro malinconico al growl cupo nel giro di una frase. È quella voce che sembra arrivare da un'altra epoca, avvolgente in modo quasi ipnotico, e che da sola basta a creare l'atmosfera gotica e vampiresca che pervade tutto il disco. Prima dei Type O Negative, Steele suonava nei Carnivore, una band ben più rumorosa e provocatoria; qui invece trova una dimensione più sofisticata, ricordando un po' anche il peso dei Black Sabbath

Il disco è un continuo gioco di opposti: musica concepita per creare un'atmosfera morbosa e psichedelica da una parte, testi pieni di umorismo nero e sarcasmo dall'altra. Christian Woman, ispirata a una vera storia d'amore di Steele, è il brano più noto e quello che ha aperto le porte del mainstream alla band. Black No. 1 (Little Miss Scare-All), scritta da Steele mentre guidava un camion della nettezza urbana in attesa di scaricare rifiuti, prende in giro con affetto l'estetica gothic dell'epoca (tinte nere ai capelli comprese). La title track, Bloody Kisses (A Death in the Family), nasconde dietro un'apparenza macabra un testo che Steele ammise riguardare la morte del suo gatto. Can't Lose You chiude il disco nel modo più vulnerabile, con una malinconia che resta addosso.

Settantatré minuti di durata, in un anno (il 1993) dominato da grunge e alternative rock, eppure il disco riuscì a vendere oltre un milione di copie, portando il gothic metal a un pubblico che fino ad allora lo ignorava del tutto. Un disco che suona come nient'altro prima e nient'altro dopo, e che merita molta più attenzione di quanta ne riceva ancora oggi.

venerdì 19 giugno 2026

Sul Tuo Cadavere (2026)

 

Regia: Jorma Taccone
Anno: 2026
Titolo originale: Over Your Dead Body
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Ci sono sere in cui non hai voglia di metterti davanti a un capolavoro del cinema d’autore o a un thriller psicologico che ti spreme le meningi. Sere in cui cerchi solo un sano, scanzonato e un po' becero intrattenimento. Sul tuo cadavere (regia di Jorma Taccone, disponibile su Prime Video) si colloca esattamente in questa categoria: una commedia grottesca, intrisa di black humor e con una spruzzata generosa di sangue.

​La trama, ammettiamolo, è piuttosto scontata e non brilla certo per originalità (oltretutto questo è un remake americano di un film scandinavo). Seguiamo una coppia in crisi  che decide di passare un weekend in una baita isolata. Il piano segreto di entrambi? Assassinare il coniuge. Ovviamente le cose non vanno come previsto e la situazione sfugge rapidamente di mano, arricchendosi di imprevisti, violenza iperbolica e personaggi assurdi.

​Il film non fa nulla per nascondere i suoi cliché, ma gioca le sue carte migliori sul ritmo e sulla spettacolarizzazione delle botte. È un piacere ammirare Samara Weaving, che in questo genere di ruoli a metà tra la scream queen e la dura a morire si muove ormai con una disinvoltura magnetica e riesce sempre a dare una marcia in più alla pellicola con l'aiuto di Jason Segel.

​Le scene simpaticamente violente non mancano, il sangue scorre a fiumi a piccoli torrenti, ma lo fa con quel tono talmente esagerato e fumettistico che strappa più di un sorriso invece di disgustare. Non siamo di fronte a un film memorabile o a un cult istantaneo, sia chiaro. Resta un'opera senza troppe pretese.

​Se vi approcciate alla visione aspettandovi poco, se cercate solo un'ora e mezza di intrattenimento leggero, scorrevole e violentemente divertente, fa assolutamente il suo dovere. Promosso con riserva, ideale per una serata di puro relax senza perdersi nei meandri del catalogo di Prime Video.


Arthur C. Clarke - Incontro Con Rama



 Autore: Arthur C. Clarke
Anno: 1972
Titolo originale: Rendezvous With Rama
Pagine: 273
Voto e recensione: 5/5
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Trama del libro e quarta di copertina:11 settembre 2077: un grosso meteorite si abbatte sulla Pianura Padana, devastandola. Per evitare che disastri del genere possano ripetersi, viene approvato d'urgenza il progetto Guardia Spaziale, con il compito di catalogare e studiare l'orbita degli asteroidi nel sistema solare. Poi, nel 2130, i radar della Guardia Spaziale individuano un oggetto che sulle prime viene scambiato per un grosso asteroide, ma che è in realtà un UFO. Il comandante Norton riceve l'ordine di esaminare da vicino, con la sua astronave Endeavour, il silenzioso colosso, chiamato Rama, e se possibile sbarcarvi. È così che inizia una delle più fantastiche avventure della fantascienza.

Commento personale e recensione:

Ci sono classici della fantascienza che orbitano attorno alla tua lista di letture per anni. Ne senti parlare, ne leggi accenni ovunque, ma aspetti il momento giusto. Per me quel momento è arrivato grazie a una promozione sull'intero ciclo che mi ha fatto portare a casa il tomo completo. E sebbene le voci di corridoio dicano che i seguiti non valgano la candela (vedremo a tempo debito se confermare o smentire), il primo capitolo si è rivelato un'esperienza monumentale.

Incontro con Rama è il manifesto definitivo della fantascienza hard. Dimenticate le space opera fatte di guerre stellari e misticismo; qui la protagonista assoluta è la scienza, unita al brivido dell'ignoto. Quando un immenso cilindro perfetto penetra nel sistema solare, l'umanità invia  una nave con equipaggio umano, la Endeavour, a esplorarlo. Quello che trovano è un mondo artificiale immenso, silenzioso, geometricamente perfetto e apparentemente deserto. Ho provato a dare in pasto la descrizione a VIKI per creare l'immagine, ma non è particolarmente fedele a come dovrebbe essere. 

​Arthur C. Clarke non cerca la spettacolarizzazione fine a se stessa, ma la precisione. Le spiegazioni tecniche sono minuziose, rigorose, strutturate per dare un senso di realismo quasi ingegneristico. Durante la lettura è praticamente impossibile non fermarsi, chiudere gli occhi per un secondo e provare a visualizzare la vastità di Rama: il Mare Cilindrico, le città di strutture metalliche, la forza centrifuga che regola la gravità interna, la luce che si accende all'improvviso squarciando le tenebre di un mondo morto. Visivamente è un'opera che toglie il fiato e stimola l'immaginazione come pochissime altre.

​Ma il vero colpo di genio sta nella gestione del mistero. Rama non dialoga, non spiega, non si cura della presenza umana. È un gigantesco enigma cosmico che l'uomo può solo sfiorare.

​Il finale aperto è, a mio avviso, la chiusura perfetta. Ti lascia addosso una curiosità pazzesca e migliaia di domande senza risposta. Qualcuno potrebbe trovarlo frustrante, ma io trovo che sia esattamente come deve essere: davanti all'immensità dell'universo e a una civiltà infinitamente più avanzata della nostra, l'arroganza umana viene ridimensionata. Non tutto è fatto per essere capito da noi, e il senso di meraviglia sta proprio in questo vuoto.

​Senza dubbio, uno dei migliori romanzi di fantascienza che siano mai stati scritti. Un cult assoluto che non ha subito il peso degli anni.

​"I ramani fanno ogni cosa in tre esemplari." Con questa frase iconica Clarke chiude il libro, lanciando l'esca per i seguiti. Come dicevo, le recensioni generali sui capitoli successivi (scritti poi in collaborazione con Gentry Lee) sono tiepide, ma la curiosità è tanta. Intanto, questo primo capitolo brilla di luce propria.

Led Zeppelin - Led Zeppelin II

 

Artista: Led Zeppelin
Anno: 1969
Tracce: 9
Formato: CD 
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Con i Led Zeppelin ero partito dal quarto album, quello con la copertina senza titolo e Stairway to Heaven dentro: il pilastro, l'Olimpo, il punto da cui difficilmente si torna indietro. Led Zeppelin II  lo presi dopo, e per quanto non abbia lo stesso fascino magnetico del IV (almeno per me), siamo lì, vicinissimi.

Il disco fu registrato praticamente in corsa: durante il tour americano del 1969, in studi diversi sparsi tra Stati Uniti, Canada e Inghilterra, ogni volta che la band trovava qualche ora libera tra una data e l'altra. Si sente, in un certo senso: c'è un'urgenza, una fisicità quasi sudata che rende il disco diverso, più grezzo, rispetto alla grandiosità più costruita del quarto album.

Whole Lotta Love apre il disco con una potenza colossale, da sola vale l'ingresso: quel riff di Page è uno dei più riconoscibili e imitati della storia del rock, e la sezione centrale, con tutti quei suoni psichedelici ed elettronici sperimentali, era qualcosa che nel 1969 suonava quasi fantascientifico. Heartbreaker mette in mostra Page in un assolo a cappella che è diventato un riferimento per generazioni di chitarristi. Ramble On mescola momenti acustici e momenti elettrici con quella naturalezza tipica della band, con un testo che cita persino Frodo e Gollum del Signore degli Anelli. Moby Dick lascia spazio quasi interamente alla batteria di Bonham, mentre What Is and What Should Never Be mostra il lato più dinamico e blues della band.

Non ha la stessa coesione tematica del quarto disco, ed è probabilmente più disomogeneo nel complesso. Ma Whole Lotta Love da sola giustifica il posto che questo album occupa nella storia, e ascoltato dopo il IV acquista comunque un suo senso preciso: è il disco in cui i Led Zeppelin hanno capito fino in fondo quanto fossero grandi.

giovedì 18 giugno 2026

Gojira - From Mars To Sirus

 

Artista: Gojira
Anno: 2005
Tracce: 12
Formato: CD 
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Tra le band metal che considero una mia piccola scoperta personale, i Gojira occupano un posto speciale, e ne vado fiero. Già il fatto che siano francesi li rende rari nel panorama del genere (la Francia non ha mai avuto una scena metal di fama internazionale paragonabile a quella di altri paesi europei); poi c'è il tema, esplicitamente ecologista, che li rende ancora più particolari nel contesto in cui sono nati.

From Mars to Sirius  è il disco che li ha portati alla ribalta, il terzo della loro discografia e il primo realizzato con un budget adeguato che gli ha permesso di venire conosciuto da VER. È un concept album che racconta la rinascita di un pianeta morto attraverso un viaggio interplanetario, con tematiche ambientali come il cambiamento climatico e l'impatto dell'uomo sulla vita marina; il tutto condensato in una balena che fluttua tra i pianeti sulla copertina, simbolo perfetto del contenuto. All'epoca, parlare di crisi climatica e inserirla in un contesto fantascientifico nel metal non era affatto scontato; oggi è quasi un genere a sé, ma nel 2005 era un'anomalia, e anche per questo il disco resta importante.

Musicalmente i Gojira fondono death metal, groove e progressive in un modo che all'epoca sorprese parecchio. Mario Duplantier alla batteria è probabilmente il punto più alto del disco: sincopato, preciso, capace di variazioni continue che tengono tutto in piedi anche nei passaggi più complessi. Le chitarre di Joe Duplantier e Christian Andreu costruiscono riff dissonanti e mai banali, mentre il basso di Jean-Michel Labadie fa da collante. Ocean Planet apre il disco con tutta la potenza che serve a dichiarare le intenzioni; Global Warming chiude con un tema musicale a tapping continuo che incarna perfettamente il messaggio del titolo.

La voce di Joe Duplantier, onestamente, non mi fa impazzire: è uno scream/death personale e riconoscibile, ma non è il mio genere preferito di vocalità. Musicalmente però li apprezzo molto, e ancora di più per i temi che hanno scelto di affrontare quando nessun altro nel metal ci pensava. Una scoperta di nicchia che mi porto dietro con orgoglio, anche sapendo che oggi sono tutto tranne che sconosciuti.