Vomito Ergo Rum
Non lasciare che la morale ti impedisca di fare ciò che è giusto
sabato 3 ottobre 2026
Flashback 2026, Follonica
Offspring - Americana
Il disco è stato registrato tra luglio e settembre del 1998 e pensato da Dexter Holland come una serie di vignette sull'America di fine millennio: i wannabe rapper bianchi di periferia, i fidanzati e le fidanzate parassiti, i ragazzi cresciuti in quartieri che li hanno traditi. Temi seri, trattati con ironia e leggerezza, senza che nessuno si prenda troppo sul serio. Il risultato è un disco che vende oltre dieci milioni di copie nel mondo e porta quattro singoli di successo con altrettanti video, cosa che nel rock di quegli anni non era affatto scontata.
Pretty Fly (for a White Guy) è ovviamente il brano che tutti conoscono, volenti o nolenti: quell'intro in tedesco maccheronico è lo stesso del brano Rock of Ages dei Def Leppard del 1983, usato qui quasi come citazione ironica senza che nessuno lo avesse pianificato particolarmente. Il riff che segue si pianta in testa al primo ascolto e non se ne va più. Why Don't You Get a Job? prende spunto quasi sfacciatamente da Ob-La-Di Ob-La-Da dei Beatles (gli stessi Offspring lo ammisero ridendo) per raccontare una storia di coppia in cui lui e lei vivono sulle spalle rispettivamente di lei e di lui. The Kids Aren't Alright è il pezzo più malinconico e sentito del disco, quello in cui dietro l'ironia abituale si vede qualcosa di più serio, una generazione di ragazzi cresciuti in un sobborgo californiano che non ha mantenuto le promesse. E She's Got Issues chiude il cerchio dei singoli con lo stesso spirito leggero degli altri.
Il disco si chiude con Pay the Man, dieci minuti di cui gli ultimi due sono silenzio seguito da una versione mariachi di Pretty Fly come traccia fantasma: il modo più degli Offspring possibile di salutare, con la lingua di fuori e senza rimpianti.
Divertenti e spensierati, appunto. Non chiedono niente di più e non promettono niente di meno. E funziona ancora.
venerdì 2 ottobre 2026
Google AI Pro
La lista delle caratteristiche snocciolate dalla schermata di attivazione mette in chiaro dove si stia concentrando l'attenzione di Mountain View: limiti di utilizzo quadruplicati per l'app Gemini, accesso garantito e prioritario al modello Pro più avanzato, e soprattutto funzionalità spinte come Deep Research per scandagliare la rete e strutturare dossier complessi senza scontrarsi con i consueti colli di bottiglia. Non mancano le integrazioni con gli ambienti di sviluppo e crediti estesi per il cloud, l'integrazione ormai capillare dentro Gmail e Documenti, e una serie di estensioni dedicate al comparto multimediale, tra cui la generazione video ad alta intensità e strumenti creativi per imbastire storie e scene cinematografiche. Spicca persino un enigmatico riferimento a Nano Banana Pro affiancato alle suite di ricerca e generazione, a testimonianza di come i laboratori stiano buttando nella mischia architetture sempre più articolate e specializzate.
I cinque terabyte di spazio fanno gola per conto loro, fungendo da rete di sicurezza per anni di archivi, fotografie e documenti, ma il banco di prova reale sarà l'efficacia pratica di questo motore potenziato nel flusso quotidiano. Capire se questi margini operativi quattro volte superiori e la profondità analitica promessa cambino davvero la sostanza del lavoro intellettuale o se si tratti soltanto di una cilindrata sovradimensionata per andare a fare la spesa. La finestra trimestrale permette di esplorare a fondo ogni anfratto senza ansie di fatturazione immediata, e le premesse per metterlo sotto torchio, tra elaborazioni complesse e sfide creative, ci sono tutte.
Muse - Origin Of Symmetry
È il secondo album, registrato tra settembre 2000 e febbraio 2001 con il produttore David Bottrill (già al lavoro con Tool e Silverchair), e quello che ha trasformato i Muse da band di culto britannica a fenomeno internazionale. Negli Stati Uniti la Maverick Records lo rifiutò ritenendolo troppo lontano dal mercato americano, e rimase inedito oltreoceano fino al 2005. Quattro anni dopo, e due milioni di copie nel mondo, qualcuno doveva essersi pentito.
Il disco si apre con New Born, sei minuti che partono da un intro di pianoforte quasi cameristico e poi precipitano in un muro di chitarre e batteria che lascia poco spazio alla riflessione. È uno di quei brani che nei live diventa qualcosa di diverso dal disco, più fisico e più urgente; Chris Wolstenholme ha dichiarato che tra i tre è probabilmente il preferito dell'intero album, e capisco perché. Plug In Baby è l'altro brano che tutti conoscono: quel riff di chitarra, scritto in modo che richiama quasi Bach per la sua costruzione melodica, è diventato uno degli anthem dei Muse e uno dei riff più riconoscibili degli anni Duemila. Bliss porta il disco verso atmosfere più sospese e sintetiche. Space Dementia, con il piano che si fa sempre più ossessivo, è il momento più claustrofobico. Citizen Erased, sette minuti di progressive rock moderno con cambi di dinamica continui, è forse il brano più ambizioso e quello che dimostra meglio dove stessero andando.
E poi c'è Feeling Good, la cover del classico di Cy Grant del 1964, già interpretata da Nina Simone in modo definitivo: i Muse la prendono, la rallentano, la rivestono di archi e organo e la restituiscono in una versione che non ha paura del confronto con l'originale. Una scelta coraggiosa che funziona.
Se Showbiz era la band che stava diventando qualcosa, Origin of Symmetry è la band che lo è diventata. Più maturo, più ambizioso, più consapevole del proprio suono. Il debito era effettivamente da saldare.
giovedì 1 ottobre 2026
Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness
Baroness - Blue Record
Il chitarrista e vocalist John Baizley è una figura insolita nel metal: oltre a suonare e cantare, disegna tutte le copertine della band (la dea-terra sulla copertina di Blue Record, una figura femminile che fonde anatomia umana e natura, è opera sua) ed è considerato uno dei migliori graphic artist del panorama metal contemporaneo. Non è un dettaglio marginale, perché quella cura visiva si riflette nel modo in cui la band costruisce la musica: con attenzione all'estetica, ai dettagli, agli spazi tra le note tanto quanto alle note stesse.
Il suono è un mix di progressive metal, sludge e hard rock degli anni Settanta che non si lascia facilmente categorizzare. Rispetto al Red Album precedente, qui i Baroness si allontanano ulteriormente dalle facili comparazioni con i Mastodon (un accostamento frequente, non sempre giustificato) e trovano una voce più personale: riff pesanti ma mai ottusi, con assoli che ricordano i migliori Thin Lizzy per senso melodico, e una capacità di passare dal fragile all'esplosivo senza preavviso che è il loro marchio di fabbrica. Steel That Sleeps the Eye, traccia acustica quasi folk, sfocia direttamente in Swollen and Halo, una delle prove progressive più convincenti del disco. A Horse Called Golgotha è il singolo più rappresentativo, con un video che ne fece uscire il nome dai circuiti strettamente metal. O'Appalachia è il momento più diretto e immediato, due minuti di attacco metal puro.
Perché averlo ed ascoltarlo, anche se non è il tuo genere di elezione? Perché è uno di quei dischi che dimostrano quanto il metal del primo decennio degli anni Duemila avesse ancora cose interessanti da dire, in direzioni diverse da quelle consuete. E perché una copertina così bella merita di stare su uno scaffale.





