giovedì 12 marzo 2026

Manowar - Hail To England

 

Artista: Manowar
Anno: 1984
Tracce: 7
Formato: CD 
Acquista su Amazon


C'è una confessione da fare prima di parlare dei Manowar: non è facile ammetterlo. Sono una band sopra le righe in modo quasi imbarazzante: le pose, i testi, l'estetica tutta muscoli e spade, la retorica del metal vero contrapposto al resto del mondo. Eppure ho una buona fetta della loro discografia, e non me ne sono mai liberato. Quindi tanto vale essere onesti.

Ho scelto di iniziare da Hail to England (1984) non a caso. È uno dei loro dischi più essenziali, meno barocchi, e quello che forse meglio rappresenta il cuore di quello che i Manowar sanno fare quando smettono di posare e si mettono a suonare. Sette tracce, una mezz'ora tirata , nessun fronzolo: c'è un ritmo possente che attraversa il disco dall'inizio alla fine, un muro di suono che non cerca raffinatezza ma impatto. E l'impatto c'è, eccome.

Ross the Boss alla chitarra è preciso e tagliente, Joey DeMaio al basso costruisce un groove che è la vera spina dorsale del disco: il basso nei Manowar non è mai in secondo piano, è sempre lì a spingere, a dare peso a ogni brano. E poi c'è Eric Adams, una voce che è difficile da ignorare: potente, teatrale, capace di passare dal sussurro all'urlo con una naturalezza che in pochi possono permettersi. Su Blood of My Enemies o Each Dawn I Die fa quello che sa fare meglio: trasformare un testo che sulla carta potrebbe sembrare ridicolo in qualcosa che, mentre lo ascolti, suona sincero.

Ecco, forse è questo il punto. I Manowar funzionano perché ci credono davvero. Non c'è autoironia, non c'è distanza: quella retorica da guerrieri del metal la abitano con una convinzione totale che, paradossalmente, finisce per disarmare. È difficile ridersela sopra quando chi suona sembra davvero convinto di ogni singola nota. Hail to England è il disco che più mi ha convinto di questo: meno dilatato di altri loro lavori, più diretto, con una coerenza che regge dall'inizio alla fine.

Mi vergogno ancora un po' di ammetterlo. Ma li ascolto.

mercoledì 11 marzo 2026

Blind Guardian - The Forgotten Tales



 Artista: Blind Guardian
Anno: 1996
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon


Seguendo la discografia dei Blind Guardian in ordine, dopo Imaginations From The Other Side mi sono ritrovato davanti a The Forgotten Tales, e la prima reazione è stata un momento di disorientamento. Non è un album di inediti: è una raccolta di cover e brani precedentemente pubblicati solo su singoli o edizioni limitate, uscita nel 1996 come intermezzo tra due dischi importanti. Uno di quei lavori che nelle discografie occupano uno spazio strano, a metà tra il regalo ai fan e il riempitivo.

Il punto di partenza, però, era favorevole: ho sempre avuto un debole per le cover. Quando una band sceglie di reinterpretare qualcosa di altrui, si capisce molto di come pensa alla musica, cosa la muove, cosa ha ascoltato nel tempo. E i Blind Guardian in questo senso non si risparmiano: la scaletta spazia da Surfin' U.S.A. dei Beach Boys a Mr. Sandman, passando per Spread Your Wings dei Queen e The Wizard dei Black Sabbath. Già solo guardare l'elenco fa capire quanto sia volutamente spiazzante, quasi una dichiarazione d'intenti: ci piace tutto, lo facciamo a modo nostro.

E in effetti quella è la chiave per apprezzare il disco. I Blind Guardian non si limitano a eseguire le cover in modo fedele, le reinterpretano con la loro cifra stilistica, cori massicci, arrangiamenti potenti, quella teatralità che li caratterizza. Sentire Surfin' U.S.A. trasformata in power metal è un'esperienza che fa sorridere ma funziona, perché non c'è ironia gratuita: c'è genuino entusiasmo. Lo stesso vale per i brani originali inediti e le versioni alternative presenti nel disco, che mostrano la band in una veste più rilassata, meno monumentale, quasi in modalità "retroscena".

Non è il disco con cui iniziare ad ascoltare i Blind Guardian, e probabilmente nemmeno il più importante della loro carriera. Ma una volta entrati nel loro mondo (dopo Imaginations e Nightfall in Middle-Earth) ha il suo senso preciso: è la finestra sul lato più giocoso e libero di una band che di solito si muove tra epopee tolkeniane e architetture sonore elaborate. E questo, alla fine, lo rende un ascolto piacevole anche per chi, come me, si era avvicinato con qualche riserva.

martedì 10 marzo 2026

Iron Maiden - Somewhere In Time



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD 
Acquista su Amazon




Somewhere in Time arriva nel 1986, due anni dopo Powerslave, e segna un cambio di rotta abbastanza netto rispetto a quanto i Maiden avevano costruito fino a quel momento. La prima cosa che colpisce, ancora prima di mettere su il disco, è la copertina: Derek Riggs porta Eddie in un futuro distopico e cyberpunk, tra neon, ologrammi e skyline fantascientifici. Per chi ama la fantascienza è un invito immediato, quasi una promessa di quello che troverà dentro. La novità principale, e anche la più discussa, è l'ingresso massiccio delle chitarre sintetizzate: Steve Harris e Dave Murray le usano per costruire tappeti sonori, atmosfere, tessiture che nell'heavy metal classico non avevano molto spazio. Per qualcuno fu un tradimento, per altri un'evoluzione. Per me è semplicemente uno dei tratti che rendono questo disco riconoscibile e, a modo suo, unico nella discografia della band. Inoltre io li ho ascoltati almeno una decina (se non di più) di anni dopo l'uscita, quindi ero già preparato a certe sonorità. 

Non è il disco più immediato dei Maiden. Non ha l'esplosione frontale di Aces High né la monumentalità di Rime of the Ancient Mariner. Qui il gioco è diverso: l'album ti entra dentro gradualmente, costruisce strati, ti chiede un po' più di pazienza prima di restituire quello che ha da dare. E quelle sonorità più moderne, quelle tastiere e quei synth che a primo impatto potevano sembrare estranei al mondo Maiden, alla fine si rivelano coerenti con l'immaginario del disco: quasi una colonna sonora di quella città futuristica in copertina. L'apertura con Caught Somewhere in Time è già un segnale: il riff sintetico in intro potrebbe disorientare chi si aspettava il solito attacco diretto, ma poi la chitarra di Adrian Smith e Murray si fa largo e il disco prende quota. Wasted Years, scritta da Smith, è forse il brano più radiofonico che i Maiden abbiano mai pubblicato in quel periodo, e non è un difetto: è un pezzo che funziona a qualsiasi volume, con un ritornello che resta addosso senza chiedere permesso. Heaven Can Wait ha quel coro da stadio quasi insolente, il tipo di brano pensato per essere cantato da diecimila persone all'unisono.

Il disco vive però anche di momenti più oscuri e profondi. Sea of Madness e The Loneliness of the Long Distance Runner  ispirata al romanzo di Alan Sillitoe  mostrano una band capace di usare la complessità senza appesantire. E poi c'è Alexander the Great, l'epica conclusiva di oltre otto minuti dedicata ad Alessandro Magno: un brano che, come già Rime of the Ancient Mariner o To Tame a Land, dimostra che i Maiden sanno raccontare storie, costruire archi narrativi, fare del metal qualcosa che ha a che fare anche con la storia e la letteratura.

Somewhere in Time non è il mio Maiden preferito in assoluto , ma è un disco che rispetto molto, e che ogni riascolto rivela qualcosa di nuovo. È la prova che una band al vertice del proprio successo può permettersi di rischiare senza perdere se stessa.

lunedì 9 marzo 2026

Aggiornamento OxygenOS 14 (LE2123 B40P02)

 
Ancora una volta il postino di OnePlus bussa alla porta del 9 Pro. Questa volta arriva la build B40P02 (BRB1GDPR), 215 MB da scaricare, e per una volta le note di rilascio hanno qualcosa di concreto da raccontare.
Sul fronte Foto, le novità si sentono. Le animazioni nella schermata di navigazione delle immagini diventano più fluide quando si scorre su e giù — piccola cosa, ma uno di quei dettagli che si nota ogni giorno senza sapere bene perché. Più sostanzioso il ritocco all'editor video, che adesso supporta taglio, divisione, unione di clip, musica, testo, regolazione della velocità e ritaglio. Tutto in un posto solo. Non sarà Final Cut Pro, ma per chi vuole mettere insieme un video al volo senza installare app di terze parti, è un bel passo avanti.
Per la Protezione dati privati invece arrivano due miglioramenti che fanno comodo: aggiungere file alla cartella sicura è più veloce di prima, e finalmente si possono modificare immagini e video direttamente al suo interno senza doverli prima sbloccare. Meno passaggi, meno rischi di dimenticare qualcosa in giro.
E poi, come da tradizione: "Migliora la stabilità del sistema." La frase che non manca mai. A questo punto andrebbe quasi messa nel logo.
Il 9 Pro continua il suo lento e dignitoso invecchiamento assistito. Non è più giovane, ma OnePlus continua a non abbandonarlo — e questo, nel panorama Android, vale ancora qualcosa.

domenica 8 marzo 2026

Fine Gitina a Montelupo Fiorentino

 
Terminano oggi questi piccoli tre giorni intensi della mini Gitina. Resto a Montelupo Fiorentino con La Volpe in una giornata abbastanza intensa che ci vede impegnati in piccole gioie quotidiane. Tipo la colazione, giocare alla play station, andare a fare la fila alla Coop e godersi un bel pranzo cercando di salvare una pianta di bambù con l'aiuto di VIKI. Ma c'è anche un lato molto sportivo in tutto questo. Anzi tre: passeggiata mattutina, esercizi di ginnastica al campo e un breve trekking in campagna. Insomma, a tutto tondo. 

Album fotografico Montelupo Fiorentino 

sabato 7 marzo 2026

Juventus 4 - Pisa 0

 
Eh eh eh, dopo aver visto la partita del figlio di Volpe (che ha 14 anni) riesco anche a spostare l'attenzione sulla partita della Juventus. Ed il primo tempo ha la stessa qualità di quella vista nel pomeriggio. Poi Spalletti fa la magia: toglie la nostra unica punta, tale David, e tutto cambia. I gol arrivano a raffica. Un bel poker alla nuova squadre di Quadrado.